Donato, ti va di lanciare un messaggio alle nuove generazioni?
Cercate di svegliarvi per accettare con consapevolezza la vostra condizione: datevi da fare per smascherare le menzogne che ci ha raccontato un mondo di briganti e parassiti in cui, purtroppo, anche le vittime si sono fatte parassiti.
Queste parole, affilate come lame e limpide come acqua di sorgente, appartengono a Donato De Francesco. Oggi novantaquattrenne, Donato è un ex regista Rai che, dopo una ventennale e brillante carriera nel cuore pulsante della televisione pubblica, ha scelto di dire basta.
Sentendosi fuori posto in un mondo frenetico e schiavo di ambizioni artificiali, ha abbandonato gli studi televisivi per abbracciare l’autosufficienza, il silenzio e l’isolamento, ritrovando nel contatto primordiale con la terra un atto di pura resistenza.
La sua esistenza è un manifesto vivente contro le grandi “menzogne” della modernità, prima fra tutte l’illusione che l’essere umano possa fare a meno della natura, della verità e di valori autentici.
Cari Lettori, il grido di Donato risuona drammaticamente necessario in un tempo in cui, non passa giorno nel quale non assistiamo alla spietata imposizione della “Legge del più forte”.
La tragedia sociale odierna risiede nel fatto che questa legge brutale viene applicata proprio da chi, istituzionalmente e anagraficamente, dovrebbe incarnare l’emblema della maturità, della saggezza e dell’esempio.
Gli adulti, i padri, le istituzioni (che avrebbero il compito di farsi bussola per le generazioni destinate a diventare il perno della futura società) hanno abdicato al loro ruolo. E quando l’adulto fallisce, proietta la propria incapacità sui più deboli, pretendendo la perfezione da chi sta ancora imparando a vivere.
Un esempio plastico e straziante di questa immaturità emotiva ci arriva dalla storia di “Tender”, un cucciolo il cui destino è diventato la perfetta metafora del rifiuto contemporaneo.
A soli tre mesi, Tender aveva lasciato un rifugio a San Paolo del Brasile con l’entusiasmo travolgente di chi ricomincia a respirare. Adottato da una famiglia, per cinque mesi ha assaporato il calore di una casa stabile, di una routine sicura, crescendo come un cane vivace, affettuoso e pieno di energia.
Tender esplorava il mondo con l’ingenuità tipica della sua età e, proprio come ogni cucciolo umano o animale, testava i limiti della realtà circostante. Ma la sua colpa è stata quella di comportarsi, semplicemente, “da cane”: ha rosicchiato una sedia.
Quel gesto naturale di scoperta è stato vissuto dai suoi adottanti non come una fase da educare, ma come un intollerabile fastidio. Con una freddezza disarmante, la famiglia ha deciso di interrompere l’adozione e di riportarlo indietro.

Foto e notizia, da La Stampa
L’immagine di Tender che varca nuovamente la soglia del canile, privato di colpo di ogni punto di riferimento, smarrito e tradito dagli stessi adulti che avevano promesso di proteggerlo, è una ferita aperta.
È il ritratto speculare di come la nostra Società tratta i propri giovani: li stigmatizziamo, li condanniamo e li abbandoniamo al loro destino non appena commettono un errore, dimenticando che per assaggiare la vita i giovani devono, inevitabilmente, comportarsi “da giovani”.
Chiediamo loro di essere adulti fatti e finiti senza aver mai offerto loro il tempo, la pazienza e lo spazio per crescere.
Cerca di essere quell’adulto che, da bambino, avresti voluto come padre
Forse è proprio per questo che abbiamo voluto iniziare questo Editoriale unendo la voce fiera di Donato De Francesco, che nonostante le sue 94 “primavere” mostra una determinazione e una lungimiranza sconosciute a molti, alla triste vicenda di Tender.
Come cantava profeticamente Fabrizio De André:
Si sa che la gente dà buoni consigli se non può più dare cattivo esempio.
Ma i nostri giovani non hanno bisogno di prediche sterili emesse da chi ha lo schermo dell’anima sporco; hanno bisogno di testimonianze.
Ed è proprio la ricerca di questa testimonianza che ci riporta indietro nel tempo, legando la lucida resistenza di Donato a un altro grande indagatore dell’animo umano: Carlo Lorenzini, immortale sotto lo pseudonimo di Collodi.
In modo profondamente esoterico e sapienziale, Collodi ha tracciato nelle pagine del suo Pinocchio una via di straordinaria chiarezza per il risveglio delle coscienze.
Una mappa iniziatica capace di spiegare come, la trasformazione di un pezzo di legno in un uomo vero, non avvenga attraverso il rifiuto e la violenza ma attraverso il sacrificio, la comprensione del limite e la riscoperta di quel Padre che oggi sembra drammaticamente scomparso dall’orizzonte del mondo.
La Diagnosi del Presente
Quando uscì in volume, nel 1883, il libro “Le avventure di Pinocchio: Storia di un burattino”, l’autore Carlo Lorenzini non poteva neanche lontanamente immaginare il successo mondiale che avrebbe avuto il romanzo.
Un successo che dura tuttora.
Come mai un romanzo per ragazzi conquista tantissimi lettori, soprattutto adulti? Eppure, all’apparenza, si presenta come un lavoro “fantastico, umoristico, drammatico”.
Dietro la superficie delle storie che si sviluppano di pagina in pagina, a ben vedere, ci si accorge che c’è altro, molto altro. Basti ricordare che, mentre ridiamo del legno di ciliegio da dove vien fuori Pinocchio, Benedetto Croce ci ammonisce con una verità folgorante:
Il legno in cui è tagliato Pinocchio è l’Umanità.
Riflettendo, si prende consapevolezza che siamo davanti a un’analisi spietata delle fragilità umane di fronte alle lusinghe di chi ci vuole “pezzi di legno” manovrabili.
In sostanza, siamo dinanzi a un originale e accattivante romanzo di formazione, dove il passaggio da pezzo di legno in bambino vero non è un evento magico ma il culmine di un percorso di maturazione morale.
Il tutto attraverso un lungo cammino che prevede il riconoscimento dell’errore, l’accettazione della fatica e il dolore dell’empatia.
Il panorama sociale contemporaneo mostra questa stessa ferita profonda, visibile nello sguardo smarrito delle nuove generazioni. Una gioventù che, privata di bussole valoriali, si muove in un limbo sospeso tra la paura del futuro e un’ignoranza non soltanto nozionistica, ma soprattutto emotiva.
Questa impreparazione radicale alla vita si traduce in cieca violenza. Nell’eclissi della figura guida del Padre, la società è scivolata in un nichilismo orizzontale, dove l’assenza di verticalità etica lascia spazio alla legge primordiale del più forte. Senza un maestro che mostri come governare le proprie passioni, i giovani si trasformano in marionette nelle mani del caos.
Filippo La Porta, in questi giorni, su Venerdì di Repubblica ricorda i novanta secondi di una spettacolare performance di Totò nel film “Totò a colori”, stimolato dal volume di Marco Fortunato intitolato “Sulla vita dell’uomo. Filosofia di Totò-Pinocchio”.
Nel film, Totò, modesto musicista campano, è inseguito dal cognato armato di coltello, che lo considera un essere inutile, un parassita. Si rifugia in un teatrino, dove finge di essere la marionetta di Pinocchio.
Qui iniziano i novanta secondi della sua esibizione, assunta come metafora dell’esistenza: prima e dopo c’è la morte (il cognato), nel mezzo non siamo altro che marionette nelle mani degli Dei, come diceva Platone.
Ci sentiamo sempre appesi a un filo, con tutto il nostro picaresco affannarci e arrabattarci, adattandoci alle circostanze e sfruttandole con canagliesca prontezza.
Totò-Pinocchio, costretto ad abbandonare lo stato di immobilità iniziale, si agita, sbatacchia braccia e mani, gambe e piedi, accompagnato dal famoso lavoro del collo, mentre la lingua prende la scena uscendo in avanti in uno sberleffo.
È l’immagine esatta del giovane d’oggi: inseguito da una Società violenta che lo etichetta come inutile, costretto ad agitarsi come un fantoccio appeso ai fili degli impulsi pur di sopravvivere, rispondendo al dolore con lo sberleffo della provocazione e della rabbia.
Geppetto e il Ciocco di Legno – La Materia Prima e il Sacrificio dell’Iniziatore
I personaggi del romanzo, come è stato notato da ormai tanto tempo, sono veri e propri archetipi. Ognuno incarna una precisa metafora morale, psicologica o sociale. Pinocchio è il simbolo universale dell’Essere Umano in formazione, contrassegnato all’inizio da innocenza istintiva ed evidente immaturità, che progressivamente tenta di passare dalla irresponsabilità infantile all’età adulta.
Se poi si entra nel campo delle interpretazioni esoteriche, il discorso si allarga non poco.
Il grande studioso Elémire Zolla ha visto il romanzo come una potente allegoria del percorso di perfezione umano e spirituale dell’uomo.
Nella tradizione sapienziale della Massoneria (a cui Collodi era legato), il dare forma al legno rappresenta l’elevazione dell’uomo non ancora illuminato dalla conoscenza.
Quel ciocco iniziale è la Materia Prima allo stato grezzo: l’uomo profano dominato dalle passioni cieche, che grida e morde prima ancora di avere una bocca, esattamente come la gioventù contemporanea, impreparata e reattiva.
Qui si staglia Geppetto: la figura paterna, amorevole, paziente e dedita al sacrificio.
Egli incarna l’archetipo del Demiurgo, il Maestro d’Arte che decide di trarre la forma dal caos.
Geppetto non impone la forza; si sottopone a un totale sacrificio di sé.
Vende la sua unica casacca per comprare l’abbecedario al figlio, patisce la fame, dona tutto sé stesso affinché la materia prenda vita e coscienza.
È questa la coerenza che manca oggi: l’adulto che si sacrifica per trasmettere la Conoscenza.
Geppetto modella i piedi a Pinocchio perché possa camminare, ma commette l’errore originario di ogni dinamica educativa speculare al nostro presente: crea lo strumento prima che il burattino abbia compreso il valore della disciplina.
Pinocchio, non appena riceve le gambe, fugge. È l’archetipo del giovane moderno che reclama una libertà assoluta senza averne ancora la maturità morale, trasformando l’autonomia in una fuga distruttiva verso il nulla
I Falsi Maestri e le Prove del Mondo – Le Trappole dell’Apparenza e della “Rete”
A voler essere essenziali, ogni personaggio incontrato lungo la via ha un ruolo ben chiaro nell’iniziazione alla vita: il Grillo Parlante è la coscienza morale e la saggezza; la Fata Turchina rappresenta la guida materna, la protezione e la redenzione; Mangiafuoco è l’autorità severa ma giusta.
Ma sono i vettori dell’inganno a dominare la scena del mondo esterno.
Il Gatto e la Volpe rappresentano l’inganno, le tentazioni e l’avidità. Esotericamente, sono la Malizia e l’Ignoranza che si mascherano da alleati, promettendo il successo senza sforzo e la ricchezza immediata nel Campo dei Miracoli.
Chi cede a questa illusione, finisce derubato della propria dignità.
La prova più distruttiva si consuma, però, nel Paese dei Balocchi, che rappresenta la Fuga dalle Responsabilità e il divertimento a tutti i costi, dove l’amico Lucignolo incarna la cecità di chi rifiuta la crescita. La conseguenza esoterica di questo rifiuto dello studio e della disciplina è la regressione bestiale: la trasformazione in asini, simbolo classico della materia bruta che schiaccia lo spirito. Oggi, questo inganno ha abbandonato le sembianze di una fiera ottocentesca per smaterializzarsi negli schermi dei vari Device (smartphone compresi)
C’è una precisa, lucida malafede nei moderni “Omini di Burro”: i creatori delle grandi piattaforme digitali e delle Big Tech. Questi colossi hanno ingegnerizzato algoritmi predittivi programmati scientificamente per premiare la violenza, l’oltraggio e il conflitto.
La rabbia genera engagement (coinvolgimento), l’aggressività trattiene l’utente incollato allo schermo, e ogni secondo di attenzione catturato si traduce in profitto economico. I giovani vengono deliberatamente nutriti con un flusso costante di contenuti brutali, trasformandoli in consumatori passivi e iper-aggressivi. È il trionfo della cultura del più forte, automatizzata da un codice informatico che sfrutta l’impreparazione emotiva dei ragazzi, facendoli comportare “da asini” digitali.
Di fronte a questa manipolazione psicologica di massa, l’antidoto suggerito da Collodi si rivela di una potenza rivoluzionaria.
Mentre l’algoritmo spinge all’isolamento ipnotico e alla reazione istintuale, Collodi propone la via della consapevolezza critica e della fatica intellettuale. L’antidoto non è la censura, ma lo sviluppo del pensiero verticale: lo studio, la disciplina interiore e l’ascolto della coscienza (il Grillo Parlante).
L’iniziazione collodiana insegna che per non essere burattini algoritmici occorre disconnettersi dalle illusioni del “tutto e subito” per riconnettersi con la fatica del reale. Solo la fatica di comprendere, simboleggiata dall’abbecedario venduto e poi rimpianto, permette al giovane di sviluppare gli anticorpi morali per rifiutare il cibo avvelenato dei moderni parassiti digitali.
Il Risveglio e la Rinascita – Dal Burattino all’Uomo Nuovo
Per spezzare l’incantesimo della bestialità e della violenza, la via è il passaggio attraverso la morte rituale e la rinascita spirituale, che si consuma nelle tenebre del ventre del Pescecane.
Per la tradizione esoterica, questa è il Gabinetto di Riflessione, il luogo sotterraneo del risveglio interiore. È nel buio più profondo che avviene il miracolo della coscienza: Pinocchio ritrova Geppetto.
Il cerchio si chiude.
Il giovane non è più il fuggiasco, ma colui che si fa carico del Padre. Prendendo il vecchio artigiano sulle spalle per nuotare fuori dalle fauci del mostro, Pinocchio compie l’atto d’amore supremo, superando l’egoismo profano.
Egli salva il Padre e, così facendo, salva sè stesso.
La violenza e l’arroganza della legge del più forte svaniscono di colpo di fronte alla forza generatrice della responsabilità.
La mattina seguente, il miracolo è compiuto: il burattino di legno giace inerte su una sedia. Ma, come notano gli studiosi, nel finale il burattino, nel trasformarsi definitivamente in uomo, si muove con movimenti tali da ricordare i movimenti di un compasso.
Il compasso, in massoneria, è il simbolo supremo dell’equilibrio tra spirito e materia, la retta misura del proprio posto nel mondo.
Pinocchio si risveglia ragazzo in carne e ossa, sveglio e radioso, specchiandosi nel nuovo giorno. La materia grezza è stata finalmente trasmutata in oro spirituale.
Ma se la fiaba ci mostra la trasmutazione dell’uomo, la realtà a volte ci regala parabole viventi che superano ogni letteratura e ci indicano, concretamente, cosa significhi incarnare l’archetipo del Padre che protegge e non abbandona.
Ore 2:28, Manitoba. Strada ghiacciata, buio totale. Una telecamera di sicurezza riprende un cane fermo nello stesso punto da ore, mentre le auto sfrecciano nel gelo e nessuno si ferma.
L’animale non si muove, non scappa, non reagisce. Non è ostinazione la sua, è qualcosa di infinitamente più grande.
Quando finalmente arrivano i soccorsi, la verità si svela in tutta la sua commovente potenza: sotto il suo corpo, protetto dall’ultimo brandello di calore che gli resta in corpo, c’è un cucciolo ancora vivo.
Il cane adulto ha fatto l’unica cosa che contava: è rimasto.
Non ha abbaiato, non ha chiesto aiuto, non ha pensato a salvarsi la vita. È diventato riparo nel gelo, casa nel nulla. E quando i soccorritori portano via il piccolo, lui resta fermo ancora un momento, vigile, come a voler essere matematicamente sicuro che la creatura sia davvero al sicuro.
Solo allora, sfinito, si lascia aiutare. Sono sopravvissuti entrambi. Perché a volte salvarsi non significa scappare, ma saper restare. Perché l’amore vero non fa rumore, ma protegge. E la fedeltà, quella paternità spirituale di cui il nostro mondo è orfano, non si dimostra con le parole, ma restando… anche quando tutto il resto se ne va.

Notizia reperita sul Web
Cari Lettori, la lettura di Pinocchio, arricchita da queste schegge di vita vissuta, riserva a ogni età nuove emozioni e riflessioni, per vivere con consapevolezza e senza vergogna. Questo è lo spunto luminoso che, la passeggiata che abbiamo compiuto insieme questa settimana, vuole accendere nel cuore di chi ci ha accompagnato.
Ai giovani smarriti nelle nebbie della violenza e ai padri assenti vogliamo inviare una riflessione di confronto e di conforto, estrapolata da una toccante intervista a Marcello Mastroianni, rilasciata poco tempo prima del suo “Addio”
“Secondo Proust i Paradisi migliori sono quelli perduti. Io mi permetto di aggiungere che, forse, esistono Paradisi ancora più attraenti che, poi, sono quelli che non abbiamo mai vissuto, i luoghi e le avventure che intravediamo laggiù: non alle nostre spalle come i paradisi perduti che ci riempiono di nostalgia ma davanti a noi, in un futuro che un giorno, forse, come sogni che si avverano, riusciremo a raggiungere e a toccare. Forse, il fascino del viaggiare sta in questo incanto, in questa paradossale nostalgia del futuro, nella forza che ci fa immaginare o ci illude di fare un viaggio e trovare, in una stazione sconosciuta, qualcosa che potrebbe cambiare la nostra vita. Forse, uno smette veramente di essere giovane quando riesce solo a rimpiangere e ad amare soltanto i paradisi perduti”.
Cari Lettori, smettere di essere burattini significa proprio questo: non rassegnarsi ai paradisi perduti della violenza o del rancore, ma mettersi in viaggio, come Pinocchio, verso quel paradiso futuro chiamato maturità, dove l’unica legge che conta è quella di saper restare a proteggere chi ha freddo.
La canzone di Geppetto (Storia di Pinocchio)
Come è triste l’uomo solo,
che si guarda nello specchio
Ogni giorno un po’ più vecchio
che non sa con chi parla,
passa giorno dopo giorno
Senza usare senza dare,
quando il sole va a dormire
ed il cielo si fa scuro,
resta solo una candela
ed un’ombra sopra il muro.
Per non essere più solo
mi son fatto un burattino,
per avere l’illusione
d’esser padre d un bambino
che mi tenga compagnia,
senza darmi gratta capi
che non usi la bugia come
pane quotidiano e che adesso
che son vecchio possa
darmi anche una mano.
Come è stato lo sapete,
è la storia di Pinocchio
naso lungo e capo tondo
che va in giro per il mondo,
che pretende di pensare
e su tutto ragionare.
chi mi dice di ascoltarlo,
chi mi dice di punirlo,
ma non so che cosa fare
non è facile educare,
lui non vuole andare a scuola,
lui non vuole nostro
debbo dirvi in confidenza che com’è
non mi dispiace, mi è riuscito proprio
bene più lo vedo e più mi piace.
Dobbiamo imparare dai bambini: amano senza dubitare, abbracciano senza avvisare, ridono senza pensarci, credono almeno a dieci sogni impossibili, non arrivano al cassetto più alto ma toccano il cielo con la punta delle dita (Cit.)

Enzo Ferraro – già Dirigente Scolastico, Letterato, Umanista, Politologo

Giorgio Marchese – Direttore “La Strad@”


