“Come stai?”
Cari Lettori, è una domanda frequente che richiede altrettanto spesso, una risposta quasi banale:
“Bene, grazie…”
In quei puntini sospensivi, però, è nascosto più di uno spunto di riflessione che comprende e contiene una domanda molto impegnativa.
Quante volte avremmo voluto dire che eravamo felici, magari con un pizzico di nostalgia dei capelli scuri e di tante speranze in cui ancora confidiamo…
Eppure, trasmettiamo questo stato d’animo, se vogliamo in maniera assolutamente “più potente” ricordando il passato o riferendoci ad altri:
“La tua presenza mi ha dato una grande gioia!”
Il punto è che, Gioia e Felicità non sono sinonimi. La prima, infatti, è figlia di un’emozione “primaria” (a volte anche effimera) legata a quell’attimo ed è caratterizzata da una sensazione di viva e potente soddisfazione di energia e di appagamento…
La seconda, invece, è il frutto di uno stato più duraturo conseguente a una sorta di riempimento interiore legato a obiettivi esistenziali concretizzati.
La Gioia “vive” nel presente mentre, la Felicità la ricordiamo come un “fatto” trascorso che dovrebbe lasciare, comunque, una traccia durevole…
Ma, in un periodo storico che ha come unico simbolo la verità assoluta dell’algoritmo, abbracciare il sorriso interiore diventa possibile a condizione di accettare e abbracciare l’oscillazione dell’incertezza che è l’esatto contrario di quello che chiamiamo “cinismo”.
Nessun algoritmo sarà, infatti, mai capace di intercettare quell’attimo di gioia dove tutti i pianeti del nostro mondo interiore si allineano…
In questi tempi di crisi dove tutto appare freddo come la pietra, la teorizzazione perfetta dell’algoritmo che “vuole” che tutto debba essere sotto controllo, diventa il vero nemico.
Io penso che la felicità non esista, che esista la gioia, che dura un secondo, cinque minuti, tre ore… ma la felicità è un’altra cosa, non c’è. La felicità è una parola grossa, inventata da chi voleva farci stare male (Massimo Troisi)
Questa riflessione appena riportata potrebbe tranquillamente portarci a concludere qui il nostro lavoro della settimana.
E, invece, ci consente di potere affermare: “è soltanto l’inizio!”
Massimo Troisi è stato universalmente riconosciuto come il “comico dei sentimenti” per il suo irresistibile eloquio balbettante e la sua mimica unica.
Per comprendere questa sua filosofia dell’istante e del sorriso, bisogna scavare nelle sue radici e nel suo corpo stesso.
Nato a San Giorgio a Cremano nel 1953, cresce in una famiglia numerosa, assorbendo la coralità e l’ironia della cultura napoletana. Fin da ragazzo, però, convive con un’ombra invisibile: i postumi di una febbre reumatica gli lasciano una grave anomalia alla valvola mitralica. Il suo cuore è fragile, un “orologio difettoso” che scandirà ogni passo della sua vita e della sua arte.
Troisi non subisce questa fragilità, la trasforma in urgenza espressiva.
Dai palcoscenici del teatro d’avanguardia con La Smorfia fino al trionfo cinematografico, la sua recitazione fatta di sguardi sospesi, balbettii e silenzi non è solo uno stile: è il ritmo di un cuore che deve dosare le forze, che conosce il valore del tempo e il peso di ogni singolo battito.
Quella stessa patologia cardiaca, peggiorata negli anni, lo porterà via nel 1994, a soli 41 anni, poche ore dopo aver terminato le riprese de Il Postino.
Un sacrificio d’amore per il cinema che trasforma la sua intera biografia nel manifesto vivente della sua stessa filosofia: la felicità a lungo termine può essere un’illusione, ma l’attimo di gioia catturato su pellicola resta eterno.
Il parallelismo con “Avoine”
C’è un’ingiustizia profonda, quasi metafisica, nel dover convivere con un “orologio difettoso”, nel sapere che la propria luce dipende da un equilibrio precario che non abbiamo scelto. È la stessa ingiustizia primordiale che si respira in una storia recente che ha scosso le coscienze: quella di Avoine, un cane guida, un labradoodle biondo ramato che in una scuola elementare non era solo gli occhi di un’insegnante non vedente, la signorina T., ma la spina dorsale emotiva di un’intera classe.
Un genitore ha versato della candeggina sulla schiena di Avoine, davanti a trentotto bambini. Un gesto di un cinismo spaventoso, nato dall’incapacità di vedere oltre la superficie: ha visto un animale, ha visto una disabilità, ma non ha visto l’amore, la competenza, la protezione.
Avoine, anche mentre la pelle bruciava sotto il pelo chiaro, non ha abbaiato, non ha imparato l’odio. Sotto l’acqua fredda cercava ancora il muso della sua padrona. Ha risposto al dolore con una dignità immensa, la stessa dignità di quella maestra che nel pomeriggio stringeva sulle ginocchia l’imbracatura vuota.

Ecco il punto di contatto con Massimo Troisi.
C’è un filo invisibile che lega il sacrificio silenzioso di quel cane guida alla postura esistenziale dell’attore napoletano. Entrambi si sono trovati a subire la sconsiderata violenza del destino o della cattiveria umana, ed entrambi hanno risposto rifiutando il cinismo.
Troisi, con il suo cuore malato, avrebbe potuto cedere alla rabbia o al vittimismo. Ha scelto, invece, la strada della dignità e della vulnerabilità protetta dall’ironia.
Come Avoine non ha imparato l’odio pur conoscendo il dolore, così Troisi non ha mai permesso alla sua sofferenza cardiaca di inquinare la purezza del suo sguardo sul mondo. Ha trasformato il suo limite in una “presenza indispensabile”, decidendo di non punire gli altri per l’ombra che si portava dentro, ma di donare loro, fino all’ultimo battito, una luce eterna.
La Resistenza dei Fragili: Gaetano, Vincenzo e gli altri
L’intera cinematografia di Massimo Troisi è un catalogo di anime che somigliano ad Avoine. Sono personaggi che scelgono di non “abbaiare” contro i soprusi del mondo, ma che rispondono all’aggressività della vita con una disarmante e rivoluzionaria purezza.
Prendiamo, ad esempio, Gaetano in Ricomincio da tre (del 1981).
In un’epoca che imponeva il mito del successo, del “miracolo economico” o dell’emigrante che scappa per fame, Gaetano scardina ogni schema algoritmico della Società. Non viaggia in cerca di lavoro o di denaro; viaggia per “ricominciare”, per curiosità, per il diritto di essere fragile e indeciso.
Quando si trova di fronte all’invadenza e al giudizio degli altri (come nella celebre scena in cui lo interrogano sui motivi della sua partenza), lui non risponde con rabbia. Usa l’ironia e la ritirata strategica. È la dignità di chi non si lascia contaminare dal cinismo circostante e rivendica lo spazio per i propri sentimenti, anche quelli più confusi.
In Scusate il ritardo (del 1983), il suo Vincenzo incarna ancora di più questa resistenza silenziosa.
Circondato da un amico che piange continuamente per amore e da una Società che gli chiede di essere un uomo solido, risolto e performante, Vincenzo si muove tra i dubbi. La sua incapacità di adeguarsi alle risposte preconfezionate della vita non è codardia: è l’onestà intellettuale di chi sente il dolore del mondo e si rifiuta di fingere una finta felicità. È un personaggio “bruciato” dalle dinamiche affettive, eppure resta lì, incapace di odiare, cercando ostinatamente una connessione autentica con l’altro.
Perché i giovani devono sempre fare qualcosa? No, i giovani possono anche non fare niente, starsene lì a guardare, a pensare… Che c’è di male?
Persino nei film successivi, come Le vie del Signore sono finite (del 1987), dove interpreta Camillo, un uomo paradossalmente affetto da una paralisi psicosomatica alle gambe, Troisi mette in scena la sommessa ribellione della carne contro l’oppressione del regime fascista. Camillo non è un eroe muscolare; la sua è una protesta fatta di ironia, di surreale leggerezza, di un corpo che si rifiuta fisicamente di marciare a tempo con la dittatura.
Tutti questi personaggi dimostrano che, per Troisi la vera forza non sta nel sopraffare l’altro, ma nel preservare la propria pulizia interiore.
Proprio come Avoine che, ferito dalla candeggina, cerca ancora la mano della sua padrona invece di mordere, i personaggi di Troisi vengono costantemente feriti dalle aspettative sociali, dai treni persi e dagli amori imperfetti.
Eppure, non imparano mai l’odio. Restano lì, con i loro “respiri corti” e i loro sguardi smarriti, a ricordarci che la gentilezza è l’unica vera forma di rivoluzione contro la freddezza di qualunque sistema.
Il Testamento del Postino: Il Sacrificio per Amore
L’apice di questa filosofia della vulnerabilità e del dono si compie, nel 1994, con Il Postino, l’opera che rappresenta il testamento spirituale e biologico di Massimo Troisi.
Per comprendere la portata di questo film, bisogna guardare oltre la pellicola e osservare il retroscena, che evoca l’essenza di un’altra storia struggente: quella di una cagnolina meticcia, magra da far vedere le costole, ripresa nel cuore della notte dalle telecamere di una clinica veterinaria.
Non cercava cibo per sé. Con una delicatezza straziante, ha trasportato i suoi quattro cuccioli uno a uno, sistemandoli davanti alla porta della clinica per proteggerli dal freddo. Poi, dopo un ultimo sguardo, è sparita da sola nel buio. Un gesto di abbandono estremo dettato non dall’egoismo, ma da un amore immenso: la consapevolezza di non avere più nulla da offrire e la scelta di rinunciare a se stessa pur di garantire ai suoi figli una possibilità di salvezza.

Massimo Troisi ha fatto esattamente la stessa cosa con il suo pubblico e con la sua arte.
Nel 1993, a Houston, i medici lo avevano avvertito: il suo “orologio difettoso” stava per fermarsi, aveva bisogno di un trapianto di cuore immediato e non poteva sottostare ai ritmi di un set. Ma Massimo rifiutò.
Sapeva che se fosse rimasto in America, quel film non avrebbe mai visto la luce. Decise di tornare, di consumare le sue ultime, pochissime energie per dare la vita a Mario Ruoppolo, il postino di Pablo Neruda.
In quel set a Procida e Salina, Troisi si muoveva come la cagnolina della clinica: stremato, magrissimo, affannato, costretto a usare una controfigura per le scene in bicicletta perché il suo cuore non reggeva lo sforzo. Eppure, ha resistito fino all’ultimo ciak.
Mario Ruoppolo diventa, così, lo specchio di Massimo: un uomo semplice che scopre la poesia, che impara a guardare il mondo con gli occhi della meraviglia e che, proprio come Avoine, porta una luce pura a chi gli sta intorno, morendo poi per un ideale di libertà e bellezza.
Il fanciullino, che è dentro ogni uomo, aiuta a vivere ed a sentire la vita.
La poesia non è di chi la scrive, è di chi gli serve!
Poche ore dopo aver terminato le riprese, quel cuore stremato si è fermato per sempre. L’ultimo giorno di doppiaggio, Massimo aveva salutato la troupe con una frase che oggi suona come un’invocazione universale: “Non dimenticatemi”
Come quella madre meticcia che lascia i suoi cuccioli sulla soglia della clinica prima di svanire nella notte, Troisi ha depositato il suo ultimo film sulla soglia delle nostre anime. Sapeva di non avere più tempo per sé, ma ha voluto lasciarci la sua creatura più bella, affinché non restassimo orfani della sua poesia.
Non era cinismo, non era la fredda pianificazione di un algoritmo: era l’atto d’amore supremo di un uomo che, pur conoscendo il sapore del proprio dolore, ha scelto di non far soffrire il freddo a chi sarebbe rimasto.
Io non voglio essere un ricordo, voglio essere una presenza. (Massimo Troisi)
Le Note del Ricordo
Cari Lettori, se si chiudono gli occhi alla fine di questo viaggio tra il Cinema di Troisi e le storie di dignità e sacrificio che abbiamo raccontato, si sente un suono: è la melodia di “Mi mancherai”, il brano della colonna sonora che accompagna i titoli di coda de Il Postino. Quel tema musicale, sospeso tra la malinconia di una fisarmonica e la dolcezza degli archi, è diventato il vero prolungamento del respiro di Massimo.
In quelle note non c’è spazio per il cinismo, né per la fredda precisione del mondo moderno. C’è, invece, lo spazio immenso della mancanza.
“Mi mancherai se te ne vai…” recita il testo… e in quella promessa di nostalgia si ritrova il senso profondo di ciò che Troisi ci ha lasciato.
Ci manca Massimo, ci manca la purezza di Avoine ferito, ci manca lo sguardo di quella madre meticcia che si allontana nel buio.
Ma la musica, proprio come il grande cinema, ha un potere straordinario: trasforma la mancanza in presenza. Quando la melodia si alza, quell’attimo di gioia di cui parlava Troisi si materializza di nuovo, rompendo lo schema di qualsiasi algoritmo.
Massimo ci ha chiesto di non dimenticarlo, e noi lo facciamo così.
Ascoltando quel tema musicale che continua a vibrare sul web e nelle nostre anime, ricordandoci che finché saremo capaci di commuoverci per un gesto d’amore, l’incertezza della vita sarà sempre infinitamente più bella della fredda certezza di una pietra.
Buon viaggio, Massimo. La tua luce non ha mai smesso di scaldare il nostro cortile.
Mi Mancherai
Mi mancherai se te ne vai
mi mancherá la tua serenitá
le tue parole come canzoni al vento
e l’amore che ora porti via
Mi mancherai se te ne vai
ora e per sempre non so come vivrei
e l’allegria, amica mia
va via con te
Mi mancherai mi mancherai
perché vai via?
perché l’amore in te sé spento?
perché, perché?
non cambierá niente lo so
e dentro sento te
Mi mancherai mi mancherai
perché vai via?
perché l’amore in te sé spento?
perché, perché?
non cambierá niente lo so
e dentro sento che
Mi mancherá l’immensitá
dei nostri giorni e notti insieme noi
i tuoi sorrisi quando si fa buio
la tua ingenuitá da bambina tu
Mi mancherai amore mio
mi guardo e trovo un vuoto dentro me
e l’allegria, amica mia
va via con te.
La vita non è un film, non c’è il regista che dice “stop” quando le cose vanno male. Si continua ad andare avanti, anche quando il cuore fa i capricci.

Enzo Ferraro – già Dirigente Scolastico, Letterato, Umanista, Politologo

Giorgio Marchese – Direttore “La Strad@”


