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L’Italia soffre di una patologia che come giurista definirei _presidenzialismo diffuso extra ordinem_. Non quello costituzionale, che almeno avrebbe il pregio della chiarezza istituzionale. Ma un presidenzialismo molecolare, quotidiano, che ha svuotato la rappresentanza riempiendola di cariche.

Siamo il paese dove esistono più presidenti e segretari generali che cittadini e lavoratori attivi. È un’iperbole, ma filosoficamente rivelatrice: segnala il primato del _titolo_ sulla _funzione_. Dal 1980 a oggi gli iscritti alle principali

organizzazioni sindacali si sono dimezzati, mentre le sigle invitate stabilmente nei dibattiti televisivi sono triplicate. La base si contrae, i vertici si gonfiano. È la _piramide rovesciata della rappresentanza_: tutti comandano, nessuno decide.

Su questo tessuto si è innestata la seconda mutazione: l’incremento ipertrofico dei talk show. Dal 1994 le ore settimanali di dibattito politico sulle reti generaliste sono passate da 11 a 97. Il talk ha sostituito l’aula. Non accompagna il processo democratico: lo surroga. 

Qui il giurista vede il blocco del circuito istituzionale. La democrazia costituzionale vive di tempo lungo, mediazione, procedimento. Il talk vive di istantaneità, conflitto, sentenza. I due tempi sono diventati incompatibili. Un esecutivo che “prende tempo per studiare il dossier” è narrato come debole. Vince chi ha lo slogan pronto in 30 secondi. Si affermano così le _politiche da talk_: norme-annuncio pensate per chiudere la polemica serale, non per governare il decennio.

Il filosofo riconosce in questo passaggio il trionfo della _democrazia scenica_. Il cittadino ha l’illusione di partecipare perché vede rappresentato il proprio sfogo. Ma è una partecipazione catartica, senza esito giuridico. Nel frattempo i corpi intermedi – previsti dall’art. 2 Cost. come formazioni sociali – si svuotano perché percepiti come lenti e inefficaci.

I due fenomeni si saldano. Il talk ha fame di rappresentanti. Servono sempre due sedie: impresa e lavoro. Ma imprese e lavoro sono polverizzati in decine di sigle. Servono decine di sedie. Ogni sedia crea un presidente. Si attiva una _legittimazione mediatica circolare_: fondo una sigla, divento presidente, vengo invitato in tv, l’invito mi accredita presso istituzioni e finanziatori, quindi esisto. La politica non passa più dal consenso territoriale, ma dall’accredito negli studi televisivi.

Il risultato è un sistema che non delega più. Manca la fiducia orizzontale, fondamento di ogni patto sociale. Ogni tavolo negoziale ha sessanta sigle. Ogni compromesso è tradimento per qualcuno. La democrazia si blocca non per assenza di voci, ma per eccesso di microfoni. È il condominio dove tutti sono amministratori e nessuno paga le scale.

La tesi non è antipolitica. È giuridica e filosofica insieme: rimettere in gerarchia le funzioni. Il talk show è racconto, non fonte del diritto. La carica è servizio, non ontologia. Una democrazia funziona quando il cittadino si sente più grande del suo rappresentante. Oggi accade l’opposto: il rappresentante, pur senza popolo, si percepisce comunque come presidente.

Uscire dalla Repubblica delle cariche richiede di abbassare il volume e ricostruire la base. Meno cariche, più iscritti. Meno salotti, più sezioni. Meno presidenti, più popolo. Perché un paese di soli presidenti, alla fine, non ha nessuno che governa.

Mimmo Leonetti

_Accademico internazionale, scrittore, filosofo e giurista_

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