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La nostra libertà è figlia della giustizia che sapremo conquistare e della solidarietà che sapremo sviluppare. (David Sassoli)

Un vuoto che si fa strada

Ci sono figure la cui assenza, col passare del tempo, non si attenua ma si fa paradossalmente più nitida e rumorosa.

A quattro anni esatti da quel “pesante” 11 gennaio 2022, la memoria di David Maria Sassoli non appartiene alla fredda retorica delle commemorazioni istituzionali. Al contrario, vive come un’urgenza del presente.

Cari Lettori, ricordare l’ex Presidente del Parlamento Europeo per noi non significa semplicemente onorare un politico carismatico o un volto rassicurante del giornalismo italiano ma, semmai, rimettere al centro l’unica bussola capace di orientare l’Unione Europea in una delle sue stagioni più buie e frammentate: il suo radicale umanesimo europeista.

In un’epoca dominata da algoritmi, burocrazie algide e rigurgiti nazionalisti, la lezione di Sassoli risuona come un manifesto rivoluzionario:

L’Europa non è un incidente della storia.

Per lui, l’istituzione non era un insieme di freddi trattati economici o di austerità contabile. Era una comunità di destini, uno scudo per i più fragili, un cantiere aperto dove la persona umana costituisce il punto di inizio e di fine di ogni azione pubblica.

Ma da dove nasceva questa visione così potente, capace di coniugare la mitezza del tratto con l’intransigenza dei valori?

La risposta si nasconde nelle sue radici, in quella straordinaria officina culturale e familiare che ha forgiato il suo sguardo sul mondo.

L’Europa ha ancora molto da dire se saprà rimettere la persona al centro, se saprà essere inclusiva, se saprà non avere paura della propria diversità. (Dal discorso ai giovani europei)

Le radici dell’Umanesimo: La “bottega” familiare e il Cattolicesimo Democratico

Per comprendere la centralità dei cittadini nel pensiero di David Sassoli, occorre tornare alla sua infanzia e alla sua giovinezza. Nato a Firenze nel 1956, David respira sin dai primi passi un’aria intrisa di idealismo cristiano, impegno civile e passione per la verità.

Suo padre, Domenico Sassoli, era uno stimato giornalista. Un uomo cresciuto nella Firenze profetica di Giorgio La Pira, lo storico “sindaco santo” che sognava le città come luoghi di fraternità e ponti di pace tra le nazioni.

Non è un caso che il secondo nome di David fosse Maria,  scelto dal padre in onore di padre David Maria Turoldo, il frate “servita” (dei Servi di Maria), poeta e partigiano della Resistenza che, con la sua voce profetica, disturbava le coscienze per difendere gli oppressi.

La famiglia Sassoli si trasferì presto a Roma per il lavoro del padre al quotidiano Il Popolo, portando con sé quell’inestimabile bagaglio di valori.

Nella capitale, il giovane David cresce frequentando l’ambiente dello scoutismo dell’Agesci e, successivamente, l’associazione di cultura politica Rosa Bianca, fondata insieme ad amici come Paolo Giuntella.

In questo ambito, si struttura la sua adesione al cattolicesimo democratico.

I cattolici democratici hanno sempre pensato che la politica non sia un destino subìto, ma la costruzione di una comunità in cui nessuno deve essere lasciato indietro. (David Sassoli)

Non un cattolicesimo bigotto o identitario, bensì una fede vissuta come servizio laico, aperta al dialogo, profondamente influenzata dal Concilio Vaticano II e dalle figure di spicco come Aldo Moro e Benigno Zaccagnini.

In questa “scuola di vita”, Sassoli impara la lezione più importante: la politica ha senso solo se si china sui bisogni della “povera gente”, se sa ascoltare il grido degli ultimi e se traduce la solidarietà in strutture democratiche.

La politica per noi non è mai stata un esercizio di potere, ma un modo per dare concretezza alla parola fraternità

Il giornalismo come ascolto dei “senza voce”

Raccontare i fatti con rigore e umanità è il primo modo per rispettare la dignità delle persone, specialmente di chi non ha voce per difendersi.

La prima grande palestra in cui David mette in pratica questo umanesimo è il giornalismo. Prima della politica, per oltre vent’anni, Sassoli è stato gli occhi e le orecchie dei cittadini italiani.

Dai primi passi nelle redazioni de Il Tempo e de Il Giorno, fino all’approdo in Rai, il suo stile si è sempre contraddistinto per una dote rara: l’empatia.

Come inviato speciale e, successivamente, come storico conduttore e vicedirettore del TG1, David entra ogni sera nelle case di milioni di italiani. Chiunque ricordi le sue conduzioni rammenta quel mezzo sorriso accogliente, la compostezza del tono, il rifiuto categorico del sensazionalismo e della polemica urlata.

Per Sassoli, il giornalismo era un servizio pubblico nel senso più nobile del termine: informare per rendere i cittadini consapevoli dei propri diritti.

La sua non era una narrazione distaccata dai palazzi del potere. Era un racconto che partiva dalla strada (e, qui, si sposa perfettamente lo spirito di questa testata!), dava dignità alle storie di chi non aveva voce, documentando le crisi sociali, le trasformazioni del Paese e le speranze della gente comune.

Il sindacato dei giornalisti, attraverso la sua presidenza dell’Associazione Stampa Romana, fu un altro terreno in cui si batté per la dignità del lavoro e la libertà di informazione, intese come pilastri di una società sana.

Quando, nel 2009, decise di lasciare lo schermo per candidarsi al Parlamento Europeo, non interruppe il suo mestiere; semplicemente, cambiò lo strumento per esercitare la medesima missione.

Il giornalismo è un servizio pubblico: non serve a compiacere chi governa, ma a dare ai cittadini gli strumenti per giudicare e per essere liberi. (David Sassoli)

Strasburgo e Bruxelles: Istituzioni a porte aperte

Eletto con un consenso plebiscitario straordinario (oltre 400mila preferenze), Sassoli sbarca a Bruxelles portando con sé l’idea che l’Europa dovesse smettere di essere percepita come una fortezza burocratica distante.

Nei suoi due mandati da eurodeputato e vicepresidente, studia i meccanismi europei, tesse reti di relazioni basate sul rispetto e sul compromesso alto.

Nel 2019, arriva la consacrazione con l’elezione a Presidente del Parlamento Europeo.

Il suo discorso d’insediamento resta una pietra miliare del pensiero politico europeo contemporaneo. In quell’aula, Sassoli lancia la sua sfida: rimettere i cittadini al centro delle istituzioni. E non lo fa solo a parole.

Pochi mesi dopo la sua elezione, il mondo viene travolto dalla spaventosa tempesta della pandemia da Covid-19. È in quel momento di massimo smarrimento che la leadership umanista di Sassoli risplende in tutta la sua concretezza.

I palazzi della democrazia non possono restare chiusi quando fuori c’è una tempesta. Dobbiamo dimostrare che le istituzioni europee sanno curare le ferite dei cittadini. (David Sassoli)

Mentre tutti i parlamenti del mondo chiudono o si paralizzano, David Sassoli prende una decisione storica: il Parlamento Europeo deve restare aperto.

Introduce il voto a distanza, adegua i regolamenti e garantisce che la democrazia europea non si fermi proprio nel momento in cui i cittadini hanno più bisogno di protezione.

Ma il gesto che definisce l’uomo, prima ancora che il leader, è un altro: decide di aprire i palazzi deserti del Parlamento di Strasburgo e Bruxelles per accogliere le donne senzatetto e i più bisognosi, trasformando le cucine dell’istituzione in un centro di preparazione di pasti per le famiglie in difficoltà.

Le istituzioni europee, per la prima volta, aprono fisicamente le loro porte per curare le ferite degli ultimi. Questo è stato l’umanesimo di Sassoli: la democrazia che si fa carne, accoglienza e solidarietà pratica.

Il Parlamento Europeo non è un condominio di burocrati, ma la casa dei cittadini europei. E in una casa, quando fuori fa freddo, si aprono le porte a chi ha bisogno.”
(In occasione dell’accoglienza dei senzatetto nelle sedi del Parlamento)

L’Eredità Generativa: Un’Europa che protegge e che spera

L’Unione Europea non è un incidente della storia. Siamo i figli e i nipoti di coloro che sono riusciti a trovare l’antidoto a quella degenerazione nazionalista che ha diciannove milioni di morti nel cuore del nostro continente.
(Dal celebre discorso di insediamento alla Presidenza del Parlamento Europeo, 3 luglio 2019)

Sassoli ha guidato l’Europarlamento spingendo per risposte coraggiose, come il piano di aiuti NextGenerationEU, insistendo sul fatto che la solidarietà finanziaria fosse l’unico modo per salvare l’Unione.

Ha lottato per i diritti civili, per l’accoglienza dignitosa dei migranti, opponendosi fermamente all’Europa dei fili spinati e dei muri.

A quattro anni dalla sua scomparsa, causata da una grave disfunzione del sistema immunitario che lo ha strappato alla vita nel pieno delle sue funzioni, la terra geopolitica trema. Tra conflitti ai confini dell’Unione, crisi climatiche e diseguaglianze crescenti, la tentazione di rifugiarsi nei vecchi egoismi nazionali è forte. Ed è qui che il messaggio di David si fa profetico.

Nel suo ultimo videomessaggio di Natale, prima di lasciarci, ci ha regalato un testamento spirituale di straordinaria lucidità:

La speranza siamo noi quando non chiudiamo gli occhi davanti a chi ha bisogno, quando non alziamo muri ai nostri confini, quando combattiamo ogni forma di ingiustizia. Auguri a noi, auguri alla nostra speranza.

L’aneddoto: Il cerchio della vita e la protezione dei fragili

Per comprendere fino in fondo la natura profonda dell’umanesimo, a volte è necessario distogliere lo sguardo dai palazzi della politica e rivolgerlo verso le leggi più pure della natura. Esiste una storia vera, accaduta nel 2004 nelle acque della Nuova Zelanda, che spiega il senso profondo del “proteggere” meglio di mille trattati accademici.

Il bagnino Rob Howes stava nuotando al largo insieme alla figlia e a due amici, quando si accorse di essere braccato da un enorme squalo bianco di circa tre metri. Prima che il predatore potesse colpire, accadde l’impensabile: un gruppo di delfini circondò i quattro nuotatori. Per oltre quaranta minuti, i cetacei formarono una barriera impenetrabile, mantenendo gli umani stretti e protetti al centro del cerchio. Colpivano l’acqua con le pinne e con le code, respingendo gli assalti dello squalo, fino all’arrivo di una barca di salvataggio. Gli scienziati spiegarono, poi, che non si trattò di un gioco, ma di un ancestrale istinto di difesa collettiva: davanti al pericolo letale, i delfini fanno cerchio per proteggere la vita.

(Foto presa dal WEB)

Il parallelo con il pensiero di Sassoli

Questa immagine racchiude l’essenza stessa dell’Umanesimo Europeista di David Sassoli. Per tutta la sua vita, sia tra le righe dei suoi articoli che sugli scranni più alti di Bruxelles, David ha cercato di fare esattamente questo: costruire un cerchio di protezione attorno ai cittadini.

Lo squalo, nella nostra Società, assume le sembianze della povertà, dell’esclusione sociale, della violenza dei nazionalismi, della solitudine della malattia o della disperazione dei migranti in mare.

Sassoli concepiva l’Europa non come un club di spettatori distanti, ma come quella comunità di delfini: un’istituzione nata per fare scudo, per stringersi attorno ai più deboli e battere i pugni sul tavolo della storia finché ognuno non fosse tratto in salvo.

Aprire il Parlamento Europeo ai senzatetto durante la pandemia, battersi per i vaccini come bene pubblico globale e difendere lo stato di diritto non erano scelte burocratiche. Erano l’espressione politica di quell’istinto vitale che rifiuta di abbandonare l’altro al proprio destino.

La strada da percorrere

Cario Lettori, in questi giorni è morto, a 104 anni, uno dei più grandi degli ultimi decenni: Edgar Morin.

Era, come osservò il presidente Macron, l’umanesimo fatto persona: “Ha vissuto il secolo, illuminandolo”. Era al centro della vita intellettuale.

Il filosofo Marco Ceruti, amico di Morin, ci informa, come il grande Edgar, sin dai primi anni Settanta, si rese conto che l’Europa stava diventando “poca cosa”. Bisognava pensare in grande.

Era proprio la cultura umanistica della nostra Europa ad averlo radicato nel sentimento profondo del destino comune di una umanità planetaria una e molteplice.

L’Europa, come scrive il filosofo Roberto Esposito, non può che tornare ad essere, sotto nuova forma, quanto sin dall’inizio è stata.

L’Europa, come Morin ha sostenuto da sempre, deve essere una “unitas multiplex”, un arcipelago di diversità, una federazione di differenze. L’Europa come luogo di mediazione attiva dei conflitti mondiali.

Solo un umanesimo rigenerato può salvarci.

Bisogna sviluppare un pensiero complesso che colleghi le varie discipline per far emergere l’interdipendenza.

La speranza non è una probabilità, la speranza è una possibilità.

Per noi la figura di David Sassoli non rappresenta un capitolo chiuso della storia recente, ma un cantiere aperto. Il suo umanesimo europeo ci ricorda che la politica non è l’arte del cinismo o del consenso immediato, ma la forma più alta di carità e civiltà, se mossa dall’amore per la persona umana.

Oggi la strada per un’Europa più unita, giusta e fraterna è ancora in salita.

Ma camminare lungo questa via diventa più facile se continuiamo a guardare avanti con gli occhi di David: con quella mitezza d’animo che non cede mai alla rassegnazione, e con quel sorriso gentile che, anche nei momenti più bui, ha saputo mostrarci la parte migliore di noi stessi.

Perché, proprio come cantava Francesco De Gregori in un brano che David amava profondamente, “La Storia siamo noi, nessuno si senta escluso”

La Storia

La storia siamo noi

Nessuno si senta offeso

Siamo noi questo prato di aghi sotto il cielo

La storia siamo noi attenzione

Nessuno si senta escluso

La storia siamo noi siamo noi queste onde nel mare

Questo rumore che rompe il silenzio

Questo silenzio così duro da masticare

E poi ti dicono “Tutti sono uguali

Tutti rubano alla stessa maniera”

Ma è solo un modo per convincerti

A restare chiuso dentro casa quando viene la sera

Però la storia non si ferma davvero davanti a un portone

La storia entra dentro le stanze le brucia

La storia dà torto e dà ragione

La storia siamo noi

Siamo noi che scriviamo le lettere

Siamo noi che abbiamo tutto da vincere

Tutto da perdere

E poi la gente (perché è la gente che fa la storia)

Quando si tratta di scegliere e di andare

Te la ritrovi tutta con gli occhi aperti

Che sanno benissimo cosa fare

Quelli che hanno letto milioni di libri

E quelli che non sanno nemmeno parlare

Ed è per questo che la storia dà i brividi

Perché nessuno la può fermare

La storia siamo noi

Siamo noi padri e figli

Siamo noi bella ciao che partiamo

La storia non ha nascondigli

La storia non passa la mano

La storia siamo noi

Siamo noi questo piatto di grano

A volte non mi riconosco nelle foto. Forse perché sono cresciuto in fretta. Forse perché non ho mai imparato a restare. Però dentro, giuro, sono ancora quel bambino che credeva nei sogni. E non è poco

Enzo Ferraro – già Dirigente Scolastico, Letterato, Umanista, Politologo

Giorgio Marchese – Direttore “La Strad@”

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