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È proprio così: il carcere italico è stato ridotto a un container di carne umana, dove si dimenano innocenti e colpevoli, giusti e ingiusti, pronti a scambiarsi di posto all’occorrenza. C’è chi si ostina ancora a chiamarlo “carcere”, “Istituzione”, “luogo di pena e di rieducazione”. Occorrerebbe, invece, un po’ più di onestà intellettuale per chiamarlo con il suo vero nome: la nave dei folli, vivi e morti.

Una giovane donna si è tolta la vita nei giorni scorsi in un sovraffollato carcere del Nord; altri detenuti, giovani e meno giovani, si sono ammazzati a più riprese in diverse carceri del Sud. Ognuno di loro è stato lasciato morire nell’indifferenza eretta a sistema, un potere di controllo specchio di una ricerca folle e fallimentare nel risolvere i problemi endemici dell’Amministrazione Penitenziaria.

Quest’anno siamo già a 30 morti per suicidio: 30 evasi con i piedi in avanti, 30 buchi neri sullo scafo di questa nave di irresponsabili. Negli anni passati, uno dopo l’altro, abbiamo contato con una postura falsamente contrita i cadaveri scomposti lasciati qua e là, sbirciando con malavoglia malcelata i documenti stropicciati di ognuno, depositati su casse accatastate. Anche quest’anno ne conteremo le carcasse sbrigativamente, senza trovare il tempo di conoscerne la storia personale, l’identità di quei volti in preda alla disperazione e alla solitudine imposta, fino a quell’ultima torsione del tutto innaturale dettata dall’asfissia della corda stretta al collo.

Anche quest’anno le voci di autorevoli dispensatori di garanzie e tutele alla vita e alla dignità si leveranno ancora più alte nel camposanto creato a misura di galera. Parleranno affinché la legge sia davvero uguale per tutti e i diritti siano riconosciuti anche a chi ha sbagliato e tenta disperatamente di scontare la propria pena. Ma questa galera è ormai ridotta a un “non-luogo”, dove uomini e donne privati della libertà perdono la possibilità di ricostruire dalle macerie un cammino condiviso, di faticare per riaccendere il valore della relazione e del rispetto per se stessi e per gli altri. Senza tutto questo, la vita stessa permane un inutile corpo morto.

Questa sorta di nave dei folli serve soltanto a sfornare statistiche: chi entra e chi esce, chi muore e chi sopravvive, quanti trattamenti inumani e degradanti fanno la differenza. Quante volte ancora dovremo ascoltare, come note stonate, che il sistema carcerario italiano è semplicemente al capolinea di ogni più inaccettabile giustificazione di comodo?

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