Posted on

Cento volte al giorno ricordo a me stesso che la mia vita interiore ed esteriore è basata sulle fatiche di altri uomini, vivi e morti, e che io devo fare il massimo sforzo per dare nella stessa misura in cui ho ricevuto. (Albert Einstein)

Il Primo Maggio è, per eccellenza, la festa delle mani che si stringono. È il momento in cui l’Italia (e, se vogliamo, il Mondo intero) celebra il battito del suo motore più profondo: il lavoro.
Ma oggi, in un tempo in cui non siamo più incatenati al latifondo, dobbiamo chiederci: “Abbiamo il diritto di ritenerci davvero dignitosi o siamo diventati schiavi di nuove forme di sfruttamento, prigionieri di algoritmi spietati, della precarietà che logora il futuro e di un lavoro che ci svuota l’anima prima ancora delle tasche?”

I mattoni rossastri della fatica

Chi, come noi che abbiamo studiato nella città di Bari, tanti anni fa percorreva le strade della Puglia, non poteva non incrociare quegli sguardi arsi dal sole.

Uomini con mani grosse come mattoni rossastri, figure che sembravano uscite dalle pagine di Carlo Levi, o dall’impegno di Giuseppe Di Vittorio. In quel dramma raccontato in “Cristo si è fermato a Eboli”, i contadini racchiudevano la loro esistenza in un’affermazione laconica e spietata:

Non siamo uomini ma bestie, bestie da soma.

Era la polvere della miseria che ricopriva il cuore, il senso di un’umiliazione che sembrava eterna.

Il dono della parola: la libertà è cultura

La libertà non è un privilegio concesso ma, semmai, un’arma conquistata.

Ci sono persone che sembrano fatte di un’altra materia. Hanno un’energia che non si spiega, un magnetismo raro che attraversa lo spazio senza chiedere permesso. Volevo solo dire che questa luce arriva ovunque. Ed è bellissima da guardare. (Giuseppe Tartaglione – L’impatto)

Cari Lettori, queste parole ci ricordano che il riscatto avviene attraverso la conoscenza.
E qui entra in gioco il “nostro” Giuseppe Di Vittorio.

Egli comprese, a fiuto e con la fame addosso, che per spalancare quella “finestra” servivano le “parole”.

La differenza tra padrone e sfruttato sta tutta lì: nel linguaggio. Più parole si conoscono, più ci si impossessa degli ingranaggi del mondo. La cultura è l’unica forza capace di levare la cenere dell’ignoranza e resuscitare la dignità.

Di Vittorio: il gigante che sfidò i padroni del vapore e dei chip?

In questa ricerca di giustizia, approfondiamo il ricordo di Giuseppe di Vittorio (nato nel 1892 e prematuramente scomparso nel 1957). Possiamo considerarlo l’uomo che non permise alla durezza della terra di piegare il suo spirito. Orfano di padre a dieci anni, bracciante tra i braccianti, con i primi soldi guadagnati col sudore non comprò pane, comprò un vocabolario.

La dignità si conquista e si difende con la cultura. Chi più sa, più è. (Don Milani)

Egli lottò contro i “padroni del vapore” e del latifondo, ma il suo insegnamento parla ai padroni di oggi: quelli “dei Chip” e degli algoritmi.

Se ieri il nemico era il caporale nel campo, oggi è la tecnologia usata per renderci tutti ingranaggi silenziosi, schiavi di una connessione perenne che nega il diritto alla vita oltre lo schermo.

Di Vittorio ci insegna che il progresso senza diritti è solo una nuova forma di barbarie.

E così andiamo avanti, barche controcorrente, incessantemente trascinati verso il passato. Ogni ricordo, ogni rimpianto e ogni sogno che non abbiamo realizzato ci spinge a continuare anche quando sappiamo che nulla sarà più come prima. (Scott Fitzgerald)

“Peppino” (come era, affettuosamente, soprannominato, fece del Carcere e del Confino la propria “Università”, trasformando la sofferenza in una laurea in diritti sociali. Quando parlava, le sue parole erano “impastate” di dolore vero: non abbattevano i lavoratori, ma davano loro la carica per sognare un “Domani” senza fame

L’istinto della salvezza: la parabola di “Cinque”

Mai mi fu dato di vedere un animale piangersi addosso. L’uccello cadrà dal ramo morto di freddo senza aver mai provato nemmeno per un attimo pietà di sé stesso. (D.H. Lawrence)

Ma, cari Lettori, esiste un istinto che va oltre la sopravvivenza individuale e la malinconica descrizione dell’aforisma proposto: è l’istinto della protezione di chi verrà dopo di noi.

È la stessa forza che si legge in una storia accaduta durante una terribile tempesta di neve a -19 °C.

Una piccola gatta arancione bussò a una porta nel cuore della notte. Era congelata, ferita, quasi morta. Nella bocca portava un gattino vivo. Lo lasciò e tornò nella bufera.

Cinque volte percorse quei tre chilometri di ghiaccio, ogni volta più debole, ogni volta più vicina al crollo.

Al quinto viaggio, si trascinò letteralmente nella neve per portare l’ultimo piccolo al sicuro, prima di cadere sfinita sulla soglia.

Il veterinario confermò l’ipotermia grave e le zampe distrutte dal gelo, ma i suoi piccoli erano vivi.

Quella gatta, chiamata poi “Cinque”, aveva capito che il fienile dove aveva partorito non era più un rifugio e aveva puntato l’unica luce visibile nella tormenta per salvare il futuro.

(Post di “Cani, Gatti e Natura)

La finestra aperta sul futuro

Ho letto una frase con la quale ho capito che abbiamo tutti gli stessi occhi ma non la stessa sensibilità perché, pur guardando le stesse cose, vediamo cose diverse.

Giuseppe di Vittorio è stato come quella mamma gatto. Ha percorso chilometri di fango, carcere e lotte, portando “uno a uno” i lavoratori verso la luce della Costituzione e del Diritto.

Come scriveva Lucio Dalla nella sua straordinaria “Futura”, parlando di un domani da costruire oltre i muri e le paure:

Aspettiamo che ritorni la luce / di sentire una voce / aspettiamo senza avere paura, domani…

Cari Lettori, onorare il Primo Maggio significa non sprecare questo sacrificio.

Significa riscoprire che il lavoro deve essere “Pane e Libertà” e, mai, schiavitù moderna sotto il controllo dei nuovi padroni digitali. La vera emancipazione cammina sulle gambe di chi, oggi, tra un turno e l’altro e nonostante la bufera della precarietà, trova ancora il coraggio di studiare, di capire e di restare umano.

Perché, come ci insegna Giuseppe Di Vittorio, non importa quanto sia gelida la tempesta: finché avremo parole per chiedere Giustizia e Forza per proteggere chi è più debole, non saremo mai “bestie da soma”, ma uomini liberi.

E quel “domani”, allora, smetterà di far paura per diventare, finalmente, casa nostra.

Futura

Chissà, chissà domani

Su che cosa metteremo le mani

Se si potrà contare ancora le onde del mare

E alzare la testa

Non esser così seria, rimani

I russi, i russi, gli americani

No lacrime, non fermarti fino a domani

Sarà stato forse il tuono

Non mi meraviglio

È una notte di fuoco

Dove sono le tue mani

Nascerà e non avrà paura nostro figlio

E chissà come sarà lui domani

Su quali strade camminerà

Cosa avrà nelle sue mani, le sue mani

Si muoverà e potrà volare

Nuoterà su una stella

Come sei bella

E se è una femmina si chiamerà Futura

Il suo nome, detto questa notte, mette già paura

Sarà diversa, bella come una stella, sarai tu in miniatura

Ma non fermarti, voglio ancora baciarti

Chiudi i tuoi occhi, non voltarti indietro

Qui tutto il mondo sembra fatto di vetro

E sta cadendo a pezzi come un vecchio presepio

Di più, muoviti più in fretta, di più, benedetta

Più su, nel silenzio tra le nuvole, più su

Che si arriva alla luna, sì, la luna

Ma non è bella come te questa luna

È una sottana americana

Allora su mettendoci di fianco, più su

Guida tu che sono stanco, più su

In mezzo ai razzi e a un batticuore, più su

Son sicuro che c’è il sole

Ma che sole, è un cappello di ghiaccio

Questo sole è una catena di ferro senza amore

Lento, lento, adesso batte più lento

Ciao, come stai? Il tuo cuore lo sento

I tuoi occhi così belli non li ho visti mai

Ma adesso non voltarti, voglio ancora guardarti

Non girare la testa, dove sono le tue mani

Aspettiamo che ritorni la luce

Di sentire una voce

Aspettiamo, senza avere paura, domani

“Il lavoro non è un modo di occupare il tempo, ma il modo in cui occupiamo il nostro posto nel mondo.”
(Primo Levi)

Enzo Ferraro – già Dirigente Scolastico, Letterato, Umanista, Politologo

Giorgio Marchese – Direttore “La Strad@”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *