Pubblicato su Lo SciacquaLingua
Tra “quanto più possibile” e “quanto più possibili” si gioca la misura del pensiero
Ci sono errori che sembrano innocui, quasi impercettibili, perché l’orecchio li accetta senza protestare. Uno dei più diffusi, per esempio, è la forma quanti più soldi possibili. A prima vista sembra persino logica: soldi è plurale, quindi anche possibili dovrebbe esserlo. Ma questa è una trappola percettiva. La lingua, quando funziona bene, non segue la concordanza “a vista”, ma la logica interna della frase. E la logica interna di questa costruzione dice tutt’altro: possibile non si riferisce ai soldi, bensì alla quantità massima raggiungibile. Non descrive il nome, descrive il grado. Per questo resta invariabile. Dire soldi possibili significherebbe “soldi eventuali, ipotetici, potenziali”: un significato completamente diverso da quello che vogliamo esprimere. L’errore nasce dal fatto che l’occhio vede un plurale e la mano lo copia, ma la sintassi non funziona così: qui non c’è nulla da far concordare.
La forma corretta è, dunque, quanti più soldi possibile, perché possibile non qualifica i soldi, ma la misura. È come dire: “nella quantità più ampia che è possibile raggiungere”. La prova del nove è la sostituzione: quanti più soldi possibile equivale perfettamente a quanti più soldi quanto si può. Nessuno direbbe quanti più soldi quanti si possono, e questo smonta definitivamente l’idea che possibile debba concordare con soldi. La struttura è identica in tutte le espressioni di grado: la partecipazione più ampia possibile, le soluzioni più rapide possibile, il più velocemente possibile. In tutti questi casi, possibile non appartiene al nome, ma al grado. È un aggettivo che, in questa posizione, assume la funzione di avverbio: non si piega, non si flette, non segue il numero.
Gli errori giornalistici sono quotidiani e sempre uguali: raccogliere quanti più fondi possibili, garantire le condizioni più sicure possibili, ottenere le informazioni più precise possibili. Sono forme totalmente errate perché trasformano possibile in un aggettivo riferito al nome, generando un significato diverso da quello voluto. Le versioni corrette sono, pertanto, quanti più fondi possibile, le condizioni più sicure possibile, le informazioni più precise possibile. Le redazioni inciampano per tre motivi: concordanza automatica, falsa analogia con gli aggettivi qualificativi e fretta. Ma la lingua non perdona la fretta: la concordanza sbagliata cambia il senso.
Sotto il profilo “storico” la questione è ancora più chiara. Possibile deriva dal latino possibilis, da posse, “potere”. Il suo significato originario è modale: indica ciò che può essere, ciò che rientra nelle possibilità. Non nasce per qualificare un nome, ma per esprimere un limite di possibilità. Nei testi medievali e rinascimentali la struttura è già pienamente attestata o, se si preferisce, cristallizzata: fare il meglio possibile, ottenere quanto più aiuto possibile, procedere il più speditamente possibile. La forma invariabile è antica, stabile e coerente con la natura semantica del sintagma. Dall’Ottocento in poi, i grammatici ribadiscono che quando possibile segue una costruzione di grado resta invariabile perché non qualifica il nome, ma la misura.
La regola, in fondo, è semplice: quando possibile segue più, meno, quanto, quanto più, non si piega, non si flette. Non descrive il sostantivo, ma il massimo raggiungibile. Per questo si dice quanti più soldi possibile, le soluzioni più efficaci possibile, la partecipazione più ampia possibile, il più rapidamente possibile, quante più prove possibile. L’invariabilità non è un “vezzo linguistico”, ma la conseguenza naturale del fatto che possibile non appartiene al nome, bensì al grado. È una questione logico-grammaticale, non di estetica: la lingua, quando funziona bene, non segue ciò che “suona”, ma ciò che significa.
A cura di Fausto Raso

Giornalista pubblicista, laureato in “Scienze della comunicazione” e specializzato in “Editoria e giornalismo” L’argomento della tesi è stato: “Problemi e dubbi grammaticali in testi del giornalismo multimediale contemporaneo”). Titolare della rubrica di lingua del “Giornale d’Italia” dal 1990 al 2002. Collabora con varie testate tra cui il periodico romano “Città mese” di cui è anche garante del lettore. Ha scritto, con Carlo Picozza, giornalista di “Repubblica”, il libro “Errori e Orrori. Per non essere piantati in Nasso dall’italiano”, con la presentazione di Lorenzo Del Boca, già presidente dell’Ordine nazionale dei giornalisti, con la prefazione di Curzio Maltese, editorialista di “Repubblica” e con le illustrazioni di Massimo Bucchi, vignettista di “Repubblica”. Editore Gangemi – Roma.

