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Quello che veramente ognuno di noi è ed ha, è il passato; tutto quello che siamo e abbiamo è il catalogo delle possibilità di non fallire, delle prove pronte a ripetersi. Non esiste un presente, procediamo ciechi verso il fuori e il dopo, sviluppando un programma stabilito con materiali che ci fabbrichiamo sempre uguali. Non tendiamo a nessun futuro, non c’è niente che ci aspetta, siamo chiusi tra gli ingranaggi di una memoria che non prevede altro lavoro che il ricordare sé stessa” (Italo Calvino – “Ti con zero”)

Cari Lettori, partendo dal rapporto con il passato, e riallacciandoci idealmente al nostro ultimo lavoro sulla figura di Giuda e della sua, in fondo, mancanza di coraggio, non possiamo dimenticare un uomo che non ebbe paura di restare “uomo”, pur se di bianco vestito.

La durata del pontificato di Giovanni Paolo II (oltre ventisei anni) ha registrato tanti eventi e prese di posizione che non possono essere oggetto di un Editoriale, seppur approfondito.

Per questo, riguardo ad una figura così determinante e complessa preferiamo, in questa sede, soffermarci su due momenti capitali del suo pontificato: il tema del perdono e la costante attenzione verso le nuove generazioni.

La pace non è solo assenza di guerra… è una condizione in cui l’uomo non ha paura dell’uomo. (Giovanni Paolo II)

Le parole di Karol Wojtyła risuonano oggi, a 21 anni dalla sua scomparsa, non come un ricordo sbiadito, ma come un’urgenza civile.

Se nella nostra ultima riflessione abbiamo scavato nell’abisso di Giuda (l’uomo che si è perso nell’incapacità di perdonarsi) oggi celebriamo l’esatto opposto: il gigante che ha trasformato la fragilità in una fortezza e il perdono in una strategia politica e spirituale.

Cari Lettori, viviamo in un’epoca di “leader di cristallo”, pronti a frantumarsi al primo urto della realtà o a nascondersi dietro algoritmi di consenso.

L’essere umano è capace di sopportare quasi tutto, tranne il vuoto dentro di sé. Per questo cerca distrazioni,  rumore, conflitti. Ma finché non affronta la propria coscienza, continuerà a combattere battaglie fuori che, in realtà, nascono dentro” (Dostoevskij)

Giovanni Paolo II era uno “all’antica” nel senso più nobile del termine: saldo come la pietra della sua Polonia, ma capace di una tenerezza che squarciava i protocolli.

Per quanto riguarda le posizioni teologiche, va, comunque, ricordato che il Papa fu conservatore e tradizionale e guardò con diffidenza tutti gli atteggiamenti nuovi che sorgevano, qua e là, nel mondo cattolico.

Ma non è questa la sede per analizzare tale importante aspetto del lungo pontificato.

Qui ci piace parlare di Giovanni Paolo II e del suo coraggio di Perdonare e Sperare.

Il 13 maggio 1981 il Papa subì un attentato, in piazza San Pietro, ad opera di Alì Agca, killer professionista turco.

Ferito gravemente, il pontefice fu salvato con una lungo e complesso intervento chirurgico.

Il coraggio del perdono: oltre l’aula di tribunale.

Ricordate l’immagine di quel 27 dicembre 1983?

Un Papa che entra nella cella di Ali Ağca.

Non c’è la stampa a dettare l’agenda, non c’è un “post” da pubblicare per raccogliere like. C’è solo un uomo che guarda negli occhi chi ha cercato di ucciderlo.

Dopo l’incontro, il Papa dichiarò:

Ho parlato con lui come si parla con un fratello, al quale ho perdonato e che gode della mia fiducia. Quello che ci siamo detti è un segreto tra me e lui.

Pare, comunque, stando a qualche considerazione fatta tempo dopo ad un giornalista, che nell’incontro il terrorista era ancora incredulo di come avesse potuto mancare l’uccisione, da così poca distanza.

Questo, come è noto, il papa l’attribuiva ad una protezione della Madonna di Fatima, di cui ricorreva la festività proprio nel giorno dell’attentato.

Il nobile gesto del papa è stato del tutto coerente con la lettera e lo spirito del Vangelo.

Mentre Giuda, prigioniero della sua mente-tribunale e inseguito da un simbolico ispettore Javert (che Victor Hugo ne “I Miserabili” ci ha magistralmente tramandato), non ammette sconti e sceglie il cappio, Wojtyła sceglie l’abbraccio.

Riguardo al tema del perdono, Giovanni Paolo II dovette fare delle dichiarazioni pubbliche in merito a comportamenti negativi della Chiesa cattolica nel corso dei due millenni di storia.

Toccò a lui farsi carico dei vari gravi errori e chiedere perdono e scusa.

Ricordiamo solo alcune di queste storiche uscite.

Il 31 ottobre 1992, chiese perdono per la persecuzione di Galileo Galilei.

Il 9 agosto 1993, chiese scusa per il coinvolgimento di cattolici nella tratta degli schiavi africani.

Il 21 maggio 1995 chiese perdono per i torti subiti dai non cattolici.

Il 4 marzo 2001, si scusò con il Patriarca di Costantinopoli per i peccati della quarta Crociata.

E potremmo continuare…

Qui giova solo ricordare che Giovanni Paolo II prese su di sé la croce per ogni cosa negativa che la Chiesa aveva fatto nel corso dei secoli.

Questo atteggiamento mirava anche a vincere odi e rancori, nel tentativo di gettare le basi per una fratellanza universale.

Per questo, molti furono i gesti storici nel corso del suo lungo pontificato.

Positivi furono i contatti con Israele. Nella visita ufficiale pregò presso il Muro del Pianto.

Il 13 aprile 1986, si recò a pregare in una sinagoga a Roma: il primo papa a farlo dopo San Pietro.

Ricordiamo, altresì, gli otto incontri con il Dalai Lama, guida spirituale del Buddhismo tibetano.

Per concludere, la gemma più bella: l’incontro ad Assisi tra le grandi religioni (27 ottobre 1986).

Un incontro di altissimo valore nella terra di San Francesco:

La ricerca della pace per le vie della non violenza è la pietra di paragone dell’obbedienza a Dio.

Il perdono di Giovanni Paolo II non è buonismo: è un atto di insubordinazione contro la logica del conflitto.

Come direbbe Hannah Arendt, il perdono è l’unica azione che rompe l’irreversibilità della storia. Giuda restò “un uomo solo” perché non credette di essere degno di misericordia; Karol restò un “uomo saldo” perché sapeva che solo chi si lascia perdonare può, a sua volta, liberare l’altro.

La Psicologia della Speranza: “Non abbiate paura!”

Se la psicologia evoluzionistica ci parla di “primato” e competizione, la figura di questo Papa ci parla di “Intenzionalità Condivisa” verso l’alto. Ai giovani di Tor Vergata, ai “Papa-boys” che oggi sono i padri e le madri di questa società stanca, gridò: 

Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo! Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati. Non abbiate paura! Cristo sa cosa è dentro l’uomo. Solo lui lo sa.

Non era un invito all’eroismo temerario, ma una “prescrizione terapeutica” contro il narcisismo paralizzante.

L’orgoglio, volendo ricordare il pensiero di Alda Merini, è davvero quella sedia a rotelle che ci illude di correre?

Ebbene, Wojtyła ci ha insegnato a scendere da quella sedia, a camminare anche con il passo pesante della malattia, mostrandoci che la dignità non risiede nella performance, ma nella fedeltà alla propria missione.

Non siamo grandi per quello che possediamo ma per quello che siamo capaci di dare: tempo, attenzione, affetto, piccoli gesti che sembrano invisibili. Ogni atto di generosità costruisce la nostra vita e rende più pieno il mondo intorno a noi, anche quando nessuno guarda (Gabriele D’Annunzio)

La solidarietà del vicolo: una lezione a quattro zampe

Cari Lettori, a volte la speranza non arriva da un grande discorso ma dal silenzio di un vicolo, come quello di via Hidalgo. Lì vive un gatto bianco, cieco dalla nascita.

La strada, lo sappiamo, non è un posto gentile: per chi non può calcolare le distanze o difendersi, il mondo è solo una minaccia invisibile.

Eppure, in questo angolo di mondo, è accaduto l’inaspettato. Nessuno li ha addestrati, nessuno li ha organizzati: altri gatti randagi del quartiere hanno semplicemente “deciso” di restare.

Arrivano con avanzi di cibo tra i denti, li depositano accanto al compagno cieco, lo sfiorano col muso per dirgli “sono qui” e restano a fare la guardia finché non ha finito.

Non sono un branco, non dormono insieme; ognuno ha la sua vita solitaria. Eppure, nel momento del bisogno, sanno farsi comunità.

Da “Cani, gatti e natura”

Se degli esseri che chiamiamo “animali” sono capaci di questa cura spontanea, come possiamo noi, “migliori” per intelletto, arrenderci all’egoismo?

Questa piccola storia ci insegna che nessuno nasce sapendo amare, ma ognuno può decidere che, per qualcun altro, la strada debba essere un po’ meno dura. È quel “farsi prossimo” che Giovanni Paolo II ha testimoniato in ogni suo gesto.

Il ponte tra il silenzio e la storia.

Cari Lettori, il cinema ci ha mostrato il volto sofferente dei profeti, e la musica (da quella solenne dei canti gregoriani a quella pop delle sue Giornate Mondiali della Gioventù) ha fatto da colonna sonora a un pontificato che è stato un lunghissimo editoriale a cielo aperto.
Mentre Giuda simbolicamente affondava nel silenzio delle fogne parigine della colpa (da cui Jean Val Jan era uscito per salvare il “Futuro”), Giovanni Paolo II si faceva “ponte”.

Anche quando la voce lo abbandonò, in quei drammatici ultimi giorni, il suo silenzio alla finestra del Palazzo Apostolico fu più eloquente di mille discorsi. Era il silenzio di chi ha attraversato il fuoco e ha continuato a costruire.

Scrivere di lui oggi significa chiederci: “Dove abbiamo riposto il nostro coraggio?”

In un mondo di autocrati che non ammettono l’errore e di individui che si isolano nel proprio fallimento, Wojtyła ci ricorda che il vero “migliore” non è chi non cade ma chi, cadendo, ha il coraggio di guardare verso il cielo. E ricominciare.

Prendete in mano la vostra vita e fatene un capolavoro (Giovanni Paolo Secondo)

Oggi, cari Lettori, l’augurio è quello di ritrovare quella saldezza e di non essere “uomini soli” per orgoglio, ma uomini uniti dalla speranza. Perché la vera risurrezione, come ci ha mostrato quel polacco venuto da lontano, non è vincere le guerre del mondo, ma vincere la guerra contro la disperazione del proprio cuore.

Perché, tra le note e il silenzio, possiamo ritrovare la forza di non chiuderci nel nostro passato, ma di camminare, come il Papa e i gatti del vicolo, verso l’unico futuro possibile: quello che si costruisce insieme.

Testamento

Lascio agli eredi l’imparzialità

La volontà di crescere e capire

Uno sguardo feroce e indulgente

Per non offendere inutilmente

Lascio i miei esercizi sulla respirazione

Cristo nei Vangeli parla di reincarnazione

Lascio agli amici gli anni felici

Delle più audaci riflessioni

La libertà reciproca di non avere legami

E mi piaceva tutto della mia vita mortale

Anche l’odore che davano gli asparagi all’urina

We never died

We were never born

We never died

We were never born

Il tempo perduto, chissà perché

Non si fa mai riprendere

I linguaggi urbani si intrecciano

E si confondono nel quotidiano

Fatti non foste per viver come bruti

Ma per seguire virtude e conoscenza

L’idea del visibile alletta, la mia speranza aspetta

Appese a rami spogli, gocce di pioggia si staccano con lentezza

Mentre una gazza, in cima ad un cipresso, guarda

Peccato che io non sappia volare

Ma le oscure cadute nel buio

Mi hanno insegnato a risalire

E mi piaceva tutto della mia vita mortale

Noi non siamo mai morti

E non siamo mai nati

We never died

We were never born

We never died

We were never born

La vita di un uomo non si misura solo dai sogni che coltiva ma dai pesi che sopporta, dalle perdite che affronta e dalla dignità con cui sa accettare ciò che il destino gli riserva (Giovanni Verga)

Enzo Ferraro – già Dirigente Scolastico, Letterato, Umanista, Politologo

Giorgio Marchese – Direttore “La Strad@”

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