La guerra finirà, i leader si stringeranno la mano… ma quella anziana donna continuerà ad aspettare il suo figlio martire
Le parole di Mahmoud Darwish, che abbiamo citato riflettendo sui padri risuonano oggi con un’eco diversa.
In questi giorni di Pasqua, mentre il mondo si divide tra chi ostenta certezze e chi soccombe sotto il peso di conflitti globali, c’è una figura che torna a interrogarci dal buio della storia: Giuda Iscariota.
Non il “cattivo” della rappresentazione sacra ma l’uomo cantato da Antonello Venditti: colui che “ha sbagliato perché voleva essere il migliore: non accettava di essere solo un uomo e scopre di essere un uomo solo”.
L’orgoglio è una sedia a rotelle per la mente: ti fa credere di correre mentre sei solo seduto sulle tue paure. (Alda Merini)
Cari Lettori, in un’epoca “infarcita” di narcisismo digitale e competizione feroce, Giuda è lo specchio deformante di chiunque confonda la realizzazione di sé con il primato sugli altri.
Da dove nasce questa tragica mutazione?
La psicodinamica ci ha insegnato l’importanza della “Costanza dell’Oggetto”, ma qui ci scontriamo con una sorta di “Psicologia del Primato”.
La Psicologia Evoluzionistica, infatti, ci ha spiegato che i fattori cognitivi e sociali hanno permesso all’essere umano di sviluppare un “primato” intellettuale e tecnologico rispetto ad altre specie.
Lo Psicologo Michael Tomasello, ad esempio, evidenzia il primato delle azioni individuali e la capacità di cooperazione sociale (intenzionalità condivisa) come elementi chiave.
In base a questo principio, dunque, possiamo ipotizzare che Giuda non abbia venduto il Maestro per trenta monete (una cifra irrisoria, peraltro) ma per un’idea.
Voleva essere il regista della rivoluzione, il “migliore” dei discepoli, colui che avrebbe costretto Dio a manifestare la sua potenza.
Ma la realtà è un “muro di bellezza troppo alto da scalare” (Andrew Faber) per chi resta prigioniero del proprio ego. Quando il suo piano fallisce, Giuda non regge l’urto della propria umanità.
Si ritrova, appunto, un “uomo solo”.
Il peggior tradimento non è quello che subiamo dagli altri, ma quello che infliggiamo a noi stessi quando smettiamo di crederci degni di essere amati (Cit.)
Come ci spiega il quotidiano cattolico “L’Avvenire”, mentre Pietro tradisce e piange, accettando la propria miseria e restando nel gruppo, Giuda tradisce e si isola.
Il prof. Luigino Bruni, addirittura, fa un invito a non demonizzare Giuda, ma a riconoscere la possibilità di un Giuda dentro ognuno di noi, puntando l’attenzione sulla necessità di affidarsi alla misericordia piuttosto che alla disperazione.
Si ricorda, altresì, che Giuda è una figura che va attentamente analizzata, alla luce di quanto sappiamo dai Vangeli.
Egli era il solo istruito tra i discepoli. Per questo aveva la cassa comune. Interessante, a questo punto, individuare il perverso rapporto fra denaro, possesso e tradimento.
Cari Lettori, Cinema, letteratura e musica hanno dedicato vibrante attenzione alla figura che stiamo descrivendo quest’oggi.
Il Vangelo di Giuda, ad esempio è un film presentato al Festival di Locarno. Attore, sceneggiatore e regista è Giulio Base, che offre un lavoro di forte impatto emotivo.
L’ austera colonna sonora è ad opera di Checco Pallone.
Gli apostoli, nel film, sono uomini esposti al dubbio, alla rivalità, alla paura. Le conversazioni sono spezzate, i gesti esitanti. Lo scenario è offerto dallo stupendo paesaggio calabrese.
Il rapporto di Giuda con Gesù è fatto soprattutto di sguardi e di frasi enigmatiche. L’apostolo, infatti, ha la convinzione di essere uno dei pochi in grado di capire il significato profondo. Per lui, infatti, la Passione è una fase provvisoria di un disegno più grande.
Nei suoi rapporti con Gesù tutto ruota intorno ad un grande equivoco.
La frase di Gesù (“Quello che devi fare, fallo presto”) per Giuda è un ordine, quasi l’avvio di una strategia.
Solo dopo l’arresto del Nazareno e la restituzione dei trenta denari, si rende tragicamente conto del suo errore.
Per disperazione si rivolge al “Maestro” con queste tremende parole:
Ti ho ucciso io, ma sei tu il Traditore!
La sua mente diventa un’aula di Tribunale dove un simbolico ispettore Javert (teorizzato da Victor Hugo ne “I Miserabili”) non concede sconti: una condanna senza appello che non ammette la fragilità del fallimento.
Come ci ricorda Fëdor Dostoevskij, “l’uomo preferisce il tormento alla verità, perché nel dolore si riconosce mentre nella felicità spesso non sa chi è”.
Ebbene, cari Lettori, Giuda sceglie il tormento del cappio perché non sa chi essere senza il suo sogno di onnipotenza. In un mondo di autocrati che non ammettono mai l’errore, Giuda ci insegna che il vero pericolo non è sbagliare ma, semmai, non saper tornare “piccoli” per essere perdonati.
Sii la ragione per cui qualcuno torna a credere nei cuori gentili e nelle anime belle. Non smettere mai di essere una persona buona anche quando il mondo ti spinge a fare il contrario (Cit.)
In questo scenario di solitudine disperata, emerge un’immagine che squarcia il buio (come quella candela di consolatoria redenzione sul comodino di Jean Valjean).
È la storia di due amici, due anime adottate insieme che hanno attraversato la vita fianco a fianco, senza bisogno di parole per capirsi.
Quando uno di loro si è ammalato e la famiglia ha dovuto prendere la decisione più difficile, l’altro ha rifiutato di lasciarlo solo.
È rimasto vicino a lui in quegli ultimi momenti, guardando il suo migliore amico con lo stesso amore di sempre, come se stesse ancora aspettando che si rialzasse un’ultima volta. Anche dopo l’addio, è rimasto lì, incapace di accettare che questa volta fosse davvero diverso.
Un addio fatto di presenza, di un amore che non chiede di essere “il migliore”, ma solo di “restare”.

(Da “Cani, Gatti e Natura“)
Gli animali non sanno che cos’è il tradimento, perché non conoscono la superbia di sentirsi migliori di chi amano. (Jean-Paul Sartre)
Cari Lettori, questo gesto ci mostra ciò che a Giuda è mancato: la capacità di restare vicino al dolore, di accettare la fine senza fuggire nell’abisso dell’orgoglio ferito. Come sarebbe stato diverso se Giuda, invece di correre verso l’albero del rinnegamento, fosse rimasto ai piedi della croce? Se avesse accettato di essere “un uomo solo” tra gli altri uomini soli, aspettando un’alba che non dipendeva da lui?
Jean Valjean portava il “Futuro” sulle spalle nelle fogne di Parigi; il cane della nostra storia porta il peso dell’ultimo saluto con la dignità della fedeltà. Giuda, invece, affonda nel silenzio perché non ha saputo farsi “ponte”.
Scrivere di Giuda oggi significa ricordare che la solitudine più nera non è l’assenza di altri, ma l’incapacità di perdonare sé stessi e di lasciarsi amare nella propria fragilità. In questa Pasqua, l’augurio è quello di saper scendere dal piedistallo dei “migliori” per ritrovarci, finalmente, vicini come quegli amici a quattro zampe: capaci di restare, fino alla fine, nel varco di musica tra il silenzio e la speranza.
Signore, sono Giuda, e il cuore mi fa male
Oggi viviamo un isolamento simile, dove la colpa è individuale ma il dolore è collettivo. In questo periodo storico, la “Pasqua di Giuda” rappresenta la necessità di affrontare le nostre ombre (le nostre colpe verso il prossimo e il pianeta) per poter sperare in una rinascita che non sia solo di facciata.
Cari Lettori, se Giuda è necessario al compimento della Storia, oggi noi siamo chiamati a non essere “Giuda per abitudine”. La Pasqua, allora, “deve” essere il momento in cui ci fermiamo prima del bacio del tradimento, cercando di riparare ciò che è rotto.
“Ho avuto paura di restare solo
e ho smesso di ascoltare la mia voce.
Ho avuto paura di scegliere,
mentre il tempo decideva al posto mio.
Mentre ti perdevi, hai sbriciolato me
lasciando polvere dove prima c’era la vita.
Ho avuto paura di rimettermi in gioco
perché il dolore è l’unico posto
che conoscevo bene
ma restare fermi non è un rifugio
è una prigione.
Oggi smetto di aspettare che il peso svanisca:
attraverso il fuoco e ricomincio a costruire“
(Giuseppe Tartaglione)
È proprio in questo crinale tra il desiderio di essere “il migliore” e il baratro dell’essersi scoperto “soltanto un uomo”, che si inserisce la voce di Antonello Venditti, che ci restituisce il ritratto di un uomo fragile, vittima del proprio stesso sogno.
La musica che vi proponiamo, cari Lettori, diventa un invito a guardare oltre il cappio e a riconoscere, tra le note, che il peso più grande non è stato il tradimento, ma l’incapacità di lasciarsi perdonare.
Perché, cari Lettori, la vera risurrezione non è vincere, ma non lasciarsi mai soli
Giuda
Signore sono Giuda, il tuo vecchio amico
Parlo dall’inferno, non dal paradiso
Scusa se disturbo, se ti cerco ancora
Io ti sto aspettando, oggi come allora
Ero solo un uomo: ora un uomo solo
E mi grido dentro, tutto il mio dolore
L’ho pagata cara la mia presunzione
Io volevo solo essere il migliore
Ora sono qui, ultimo tra gli uomini
A portare ancora tutte le spine della tua corona
Perdonando me, liberi anche te dalla solitudine
Scusa se ti cerco, se ti invoco ancora
Io ti sto aspettando, oggi come allora
Ora devo andare
Nel buco nero spaziotemporale
Nella certezza della dannazione
Nel buio freddo dell’umiliazione
Che sarà di me? Che sarà di te?
Dimmi mio Signore
L’ho pagata cara la mia presunzione
Io volevo solo essere il migliore!
“L’Inferno non è il fuoco ma la solitudine di chi crede di non meritare più di essere cercato.” (Georges Bernanos)

Enzo Ferraro – già Dirigente Scolastico, Letterato, Umanista, Politologo

Giorgio Marchese – Direttore “La Strad@”


