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Nuovamente i coltelli, le lame, i pugnali fanno scempio dei luoghi del sapere, dell’incontro, delle relazioni che sono tali perché insegnano il valore del rispetto per l’altro. Questa volta il ribelle inconcludente non ha l’età neppur per essere perseguito penalmente. Un adolescente con il bicipite in bella mostra, con le mani in tasca e le gambe larghe, con l’arroganza della sfida, della scommessa, del rischio che rimarrà un rimorso che scava per ogni giorno a venire.

A tredici anni, senza parole per chiamare le cose con il proprio nome, la vita viene percepita come una linea banale e sonnolenta. A scuola, un giovanissimo leader del delirio di onnipotenza si muove tra violenza e illegalità, straziato dal delirio della perenne commiserazione: la colpa è sempre di qualcun altro, mai della propria irresponsabilità. Una docente presa a coltellate diventa il simbolo di una tragedia che incombe su una scuola che, pure, insegna ai ragazzi ad alzare la mano per chiedere aiuto.

In questo presente drammatico, dove la rabbia giovanile appare come la risultanza dell’indifferenza del mondo adulto, i nostri occhi incontrano quella sovrapposizione di due legni: la Croce. Una croce sgangherata ma appesa con metodo, a mezz’aria, con le braccia allargate e la testa reclinata. In quel sangue degli innocenti ritroviamo il grido di chi resta senza giustizia, incluse quelle vittime “innocenti” intruppate nel malessere di un benessere privo di impegno e fatica.

È festa di Pasqua, è vero, eppure il dolore non è solo un’emozione. Il dolore di un’ingiustizia perpetrata somiglia a una sofferenza che annienta, eppure proprio lì risiede l’amore. C’è nell’aria un sapore strano di ferro battuto e di chiodo infisso, lo stesso metallo che oggi ritroviamo nelle lame impugnate dai nostri ragazzi. Ma la gioia resiste alle intemperie delle miserevolezze umane, rendendo meno oppressiva quella morte, quel Figlio abbandonato dentro l’ingiustizia umana più grande.

La Pasqua è riconciliazione con la vita che non si arrende. La croce non è segno di sconfitta, ma resilienza della radice profonda aggrappata alla terra. È la festa di tutti, nessuno escluso, che nasce proprio lì dove c’è la sofferenza che richiama a raccolta ogni energia interiore. Affinché la prossimità dell’altro abbia finalmente la nostra attenzione.

Perché la Pasqua è tutta dentro la nostra umanità, che dovrebbe significare “avere cura”. Averne cura di chi, come quel Cristo in croce, spesso sta davanti al nostro naso e non lo vediamo o, peggio, non intendiamo vederlo. Non esistono ragazzi “senza problemi”, ma solo ragazzi a cui prestare cura e ascolto, senza se e senza ma.

Questa Pasqua non sia dunque una ricorrenza da onorare in automatico, ma consegni a chi crede nel valore della libertà quella lezione scritta su quei legni e quei chiodi: la libertà come responsabilità. Una rinascita possibile che passa attraverso l’esempio, il tempo e gli “occhi del cuore”, per accorgersi finalmente dell’altro.

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