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Secondo me il grande pericolo del momento è la rinuncia alla speranza, l’idea che i giochi sono fatti, che il mondo è già in mano agli altri e che non ci si può più far nulla. (Tiziano Terzani)

Cari Lettori, la Domenica delle Palme celebra l’ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme, avvenuto pochi giorni prima della sua morte.

Un’entrata trionfale che porta in sé, già scritto, il presagio del sacrificio.

Anche per l’Italia, quel marzo del 1978 doveva essere l’inizio di una “nuova era” politica, un ingresso verso una stabilità difficile da costruire.

Noi che li abbiamo vissuti con particolare intensità emotiva, ricordiamo che, proprio in quei giorni stava nascendo il primo Governo di “solidarietà nazionale”, con l’appoggio diretto del Partito Comunista Italiano.

Il famoso “Compromesso Storico”, il culmine del progetto politico di Aldo Moro ed Enrico Berlinguer per superare la “conventio ad excludendum” che, per trent’anni aveva tenuto il PCI lontano dal Governo.

Il 16 marzo 1978, giorno del rapimento di Aldo Moro in via Fani (a Roma), era prevista alla Camera la discussione per la fiducia al quarto Governo Andreotti: il primo, sostenuto ufficialmente anche dai Comunisti italiani.

Stabilità contro il Terrorismo

In un’Italia devastata dagli “Anni di Piombo”, l’alleanza tra le due grandi forze popolari (DC e PCI) era l’ultima speranza per dare stabilità alle istituzioni e rispondere, uniti, all’attacco dei movimenti eversivi.

Legittimazione Internazionale

Quel passaggio doveva dimostrare che l’Italia poteva integrare la sinistra comunista nel sistema democratico occidentale, senza rompere gli equilibri della Guerra Fredda: un’operazione delicatissima che rendeva, Aldo Moro, un equilibratore indispensabile.

Ma, proprio come nel racconto evangelico, il passaggio dalla Gloria all’angoscia del Getsemani è stato tragicamente breve.

Nel Giardino dei Getsemani (chiamato anche Orto degli Ulivi) avviene uno dei momenti più drammatici e umani della storia di Gesù, subito dopo l’Ultima Cena e che, come vedremo fra poco, ricordano (facendo le debite proporzioni e senza voler mancare di rispetto a nessuno) la solitudine di Aldo Moro nella “prigione del popolo”.

L’Agonia e la Paura. Gesù prova una profonda angoscia e “tristezza fino alla morte”. È il momento in cui la sua natura umana emerge con forza: prega il Padre di allontanare da lui il “calice” del sacrificio, ma conclude accettando la volontà divina.

Vorrei restare con voi, ma bisogna pur dire di sì a Dio (Aldo Moro)

La Solitudine. Gesù chiede ai suoi discepoli più stretti (Pietro, Giacomo e Giovanni) di vegliare con lui ma, essi, si addormentano ripetutamente. È come l’abbandono totale da parte degli amici più cari, nel momento del massimo bisogno.

Il Sudore di Sangue. Secondo il Vangelo di Luca, l’intensità della sua lotta interiore è tale che il suo sudore diventa simile a gocce di sangue che cadono a terra.

Il Tradimento e l’Arresto. La notte si conclude con l’arrivo di Giuda Iscariota, che indica Gesù alle guardie con un bacio. Segue l’arresto che darà il via al processo e alla crocifissione.

Ebbene, cari Lettori, il Getsemani è il luogo del silenzio e dell’abbandono. Parimenti (quasi), nei suoi 55 giorni di prigionia, Aldo Moro è un uomo solo, consapevole del proprio destino, che scrive lettere “nel deserto” mentre i suoi compagni di partito (i “discepoli” politici) restano a guardare o dormono, arroccati nella linea della “fermezza”.

Solo il leader socialista Bettino Craxi sostenne la necessità di trattare per provare a salvarlo.

Nobile fu l’impegno del Vaticano. Il Papa Paolo VI si impegnò molto, non solo per motivi umanitari ma anche per la grande amicizia che da decenni lo legava allo Statista.

Si legge tuttora, con emozione, la sua lettera (rimasta senza esito) ai terroristi che iniziava con queste parole: “Uomini delle Brigate Rosse”.

Da notare che, all’epoca, fu insediato un comitato di crisi per valutare il da farsi.

Stranamente (ma non tanto), del comitato faceva parte Steve Pieczenic (membro del Dipartimento di Stato degli USA). E questo solleva problemi inquietanti.

Gli USA non avevano interesse a salvare Moro, perché i rapporti politici erano diventati pessimi proprio a causa della politica di quel “compromesso storico” mirante a portare il PCI nell’area di governo.

Negli Stati Uniti, ciò era visto con grande diffidenza. In particolare, da Henry Kissinger, il quale temeva una eventuale ingerenza dei comunisti nella Nato.

ALDO MORO, pur fedele al rapporto storico con gli USA, era uno statista e badava a fare gli interessi dell’Italia. Non era mica un cameriere o un servo sciocco!

E, in politica estera, era alquanto autonomo e mostrava aperture verso il mondo arabo.

Questo, ovviamente, mandava in bestia gli USA e, guarda guarda, Israele.

Cari Lettori, come abbiamo intuito, c’è in questo Editoriale della Domenica delle Palme, l’immagine che più di ogni altra sovrappone il calvario di Aldo Moro a quello del Cristo: è quella della solitudine del Getsemani.

Mentre nelle piazze d’Italia si agitavano i rami d’ulivo di una pace apparente, in via Montalcini (a Roma) Aldo Moro viveva la sua agonia, scrivendo lettere che sono il grido di chi si sente abbandonato dai suoi stessi compagni.

Sia data notizia che io non sono in comunione con la DC (Aldo Moro)

Proprio come i discepoli che si addormentarono nell’orto degli ulivi mentre Gesù affrontava la paura della morte, la classe politica di allora (i ‘suoi’ della Democrazia Cristiana) scelse il “sonno” della ragion di Stato.

Le sue lettere alla DC non erano solo messaggi politici ma suppliche umane che rimbalzarono contro il muro di un silenzio assordante.

Il mio sangue ricadrà su di loro (Aldo Moro, riprendendo la celebre “Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli” – Matteo 27,25)

In quelle righe emerge il volto dell’uomo che, consapevole del proprio destino, vede i propri amici trasformarsi in spettatori distanti, pronti a sacrificare l’amico in nome di una fermezza che somigliava terribilmente a un pilatesco “lavarsene le mani”.

Peraltro, con ipocrita contrasto, Mentre il Presidente della DC (metaforicamente) “sudava sangue”, in prigione, fuori si celebravano i riti della Pasqua…

Togliete pure il nome di Dio se vi spaventa; chiamatelo coscienza, onestà, vergogna. Ma ascoltatelo: la guerra è l’unico affare in cui investiamo la nostra umanità per ricavarne cenere. Ogni proiettile è già previsto nei fogli di calcolo di chi guadagna sulle macerie. L’umano muore due volte: quando esplode la bomba e quando il suo valore viene tradotto in utile.

Finché una bomba varrà più di un abbraccio, saremo smarriti. Finché le armi detteranno l’agenda, la pace sembrerà follia. Perciò, spegnete i cannoni. Fate tacere i titoli di borsa che crescono sul dolore. Restituite al silenzio l’alba di un giorno che non macchi di sangue le strade.Don Mimmo Battaglia (Cardinale, Arcivescovo dell’Arcidiocesi di Napo

Il rapimento in via Fani non fu solo un attacco all’uomo, ma il tentativo (riuscito) di spezzare sul nascere questo esperimento politico, trasformando Moro nell’agnello sacrificale di un dialogo che si interruppe bruscamente con la sua morte

Il corpo della dottrina, il corpo dell’uomo


Aldo Moro non fu solo un leader rapito ma, semmai, l’uomo scelto per incarnare le contraddizioni di un intero sistema.

In quei 55 giorni di prigionia, mentre la politica ufficiale si arroccava nel “fronte della fermezza”, Moro fu deposto sull’altare della ragion di Stato.

Ma…

Se è vero che le Brigate Rosse colpirono l’uomo per distruggere il simbolo, fu lo Stato stesso, con i suoi silenzi e le sue impotenze, a lasciar consumare quel rito di sangue.

Uno dei più lucidi intellettuali, Leonardo Sciascia, scrisse subito un libro assai forte e importante che si legge proficuamente ancor oggi. Nel volume “L’affaire Moro”, Sciascia analizza il sequestro come “un delitto” nel contesto di un potere statale che ha lasciato morire Moro piuttosto che salvarlo.

Il grande scrittore analizza le lettere di Moro e ne difende l’autenticità e la lucidità, contro l’opinione prevalente che li riteneva “sotto dettatura” come, ad esempio, l’allora Diretore de “La Repubblica” Eugenio Scalfari.

Una Pasqua di sangue e cenere

C’è una coincidenza temporale che ferisce: il sequestro iniziò poco prima della Pasqua e si concluse con il ritrovamento del corpo in via Caetani, lasciandoci un’eredità di domande mai risolte. Come un Cristo abbandonato dai suoi discepoli più cari, Moro scrisse lettere che sembravano grida nel deserto, implorando un’umanità che la politica di allora aveva deciso di sacrificare in nome di una presunta integrità morale.

L’uomo vive spesso in un inganno di maschere: il mondo ci giudica per ciò che mostriamo e non per ciò che siamo realmente. Scoprire la propria verità richiede coraggio e una grande dose di libertà interiore (Luigi Pirandello)

Oltre il sacrificio


Oggi, guardando a quell’atto di inumana scelta, in prossimità della Pasqua, dobbiamo chiederci cosa resta di quell’agnello.

La mia famiglia, che è stata così colpita, ha diritto che io le sia restituito (Aldo Moro)

La morte di Aldo Moro segnò la fine di una speranza di rinnovamento e l’inizio di un lungo inverno per la nostra Repubblica.

Scrivere di lui oggi, per la Domenica delle Palme, significa non solo rievocare una memoria storica, ma riflettere su quante volte la politica preferisca ancora il sacrificio del singolo alla ricerca coraggiosa della verità e del bene comune.

Cari Lettori, a distanza di 46 anni da allora, siamo ancora fermamente convinti che si sarebbe potuto scegliere un altro epilogo.

Chissà perché ci viene di parlare di una storia molto particolare, che abbiamo letto su Internet: quella del cane che si rifiutò di lasciare morire il cervo, da solo

“Nessuno vide il primo momento.

Di prima mattina, su una strada silenziosa vicino al bosco, un giovane cervo venne investito da un’auto. Il conducente non si fermò. La strada tornò nel silenzio, e il cervo rimase lì, gravemente ferito sul ciglio, a malapena in grado di respirare.

Per un po’ fu solo.

Poi, dagli alberi, uscì un cane randagio.

Magro. Fradicio di pioggia. Silenzioso.

Niente collare. Nessuna paura.

Si avvicinò con cautela e si sdraiò accanto al cervo. Premette il suo corpo contro quello dell’animale ferito per tenerlo al caldo. Gli leccò dolcemente il muso. E rimase lì.

Le auto passavano.

Il freddo si faceva sentire.

Passavano le ore.

Il cane non si mosse.

Andando al lavoro, un uomo notò il cane che si rifiutava di lasciare il bordo della strada. Avvicinandosi, sentì il respiro bloccarsi in gola. Il cane aveva appoggiato la testa sul collo del cervo, come se lo stesse proteggendo. O consolando.

L’uomo chiamò il servizio di controllo animali e un veterinario.

Quando finalmente arrivarono i soccorsi, il cane si alzò per la prima volta. Fece un passo indietro. Guardò ancora il cervo. Poi le persone. Come se avesse capito che il cervo non era più solo.

Il cervo sopravvisse.

Guarì.

E venne liberato di nuovo nel bosco.

Il cane non tornò mai più su quella strada.

L’uomo lo portò a casa con sé.

Oggi il cane dorme in una casa calda.

E ogni volta che vede un bosco in lontananza, si ferma… e lo osserva a lungo.

Alcuni legami non hanno bisogno di parole.

Basta un cuore”

a “Cani, gatti e Natura”

Mentre rileggiamo queste righe alla ricerca di qualche possibile refuso, ci risuonano ancora le parole cariche di un’umanità dolente che Aldo Moro indirizzò alla moglie Noretta: “Vorrei restare con voi, ma bisogna pur dire di sì a Dio”.

In quel “sì” non c’è solo la rassegnazione di chi Crede ma la dignità di un uomo che, pur sentendosi tradito dai “suoi” discepoli politici, non rinuncia all’amore per i propri cari.

È l’agnello che, nel silenzio della sua passione, perdona e si congeda, chiedendo però che al suo funerale non siedano coloro che hanno preferito la ragion di Stato alla Vita.

E. in prossimità della Domenica delle Palme che profuma di ulivo e di attesa, chiudiamo idealmente questo editoriale lasciandoci cullare dalle note di “Povera Patria”, di Franco Battiato.

È un ascolto necessario per non dimenticare.

Mentre la melodia sale, sembra di vedere Aldo Moro che ci guarda da quella prigione, testimone di un’Italia che troppo spesso sacrifica i suoi figli migliori sull’altare del potere.

Eppure, proprio come il messaggio pasquale che segue il sacrificio, vogliamo credere insieme al cantautore che “sì, che cambierà”.

Che il sangue di quell’agnello non sia stato versato invano, ma serva a risvegliare una politica che sappia finalmente rimettere l’uomo al centro di ogni scelta.

Buona Domenica delle Palme a tutti

Povera Patria

Povera patria
Schiacciata dagli abusi del potere
Di gente infame, che non sa cos’è il pudore
Si credono potenti e gli va bene quello che fanno
E tutto gli appartiene

Tra i governanti
Quanti perfetti e inutili buffoni
Questo paese devastato dal dolore
Ma non vi danno un po’ di dispiacere
Quei corpi in terra senza più calore?

Non cambierà, non cambierà
No cambierà, forse cambierà

Ma come scusare
Le iene negli stadi e quelle dei giornali?
Nel fango affonda lo stivale dei maiali
Me ne vergogno un poco e mi fa male
Vedere un uomo come un animale
Non cambierà, non cambierà
Sì che cambierà, vedrai che cambierà

Si può sperare
Che il mondo torni a quote più normali
Che possa contemplare il cielo e i fiori
Che non si parli più di dittature
Se avremo ancora un po’ da vivere
La primavera intanto tarda ad arrivare

“Il vero coraggio si osserva nelle seconde volte quando, nonostante si conosca già il dolore, si decide di rischiare ancora” (Cit.)

Enzo Ferraro – già Dirigente Scolastico, Letterato, Umanista, Politologo

Giorgio Marchese – Direttore “La Strad@”

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