La guerra finirà, i leader si stringeranno la mano ma quella anziana donna continuerà ad aspettare il suo figlio martire, quella ragazza il suo amato marito e, quei bambini, il loro padre Eroe. Non so chi abbia venduto la patria ma ho visto chi ne ha pagato il prezzo (Mahmoud Darwish)
Cari Lettori, in questi giorni che diventano sempre più tristi perché arrogantemente “infarciti” da Ministeri della Guerra, ci siamo chiesti come sia possibile che, mentre in sempre maggiori aree del nostro Globo terracqueo si prova gusto ad uccidere (senza alcuna pietà), in altre parti del mondo “ostinati” Caregiver (sanitari o familiari) stanno accanto a chi soffre, anche quando sembrano non esserci più speranze…
Da dove nasce questa differenza?
Abbracciami più spesso, perché l’ansia, la paura, il panico e la tristezza fanno crepe ovunque dentro di me. Ma con te non ce la fanno: si fermano, non passano. Semmai si inchinano e poi fuggono. Perché sei un muro di bellezza troppo alto da scalare. Abbracciami più spesso. Che, ogni volta che lo fai, apri un varco di musica tra i silenzi e la speranza. Che, ogni volta che lo fai, torno a credere alla vita. (Andrew Faber)
Cari Lettori, riteniamo che la differenza siamo “NOI”. O meglio, quella parte di noi che vince il contrasto con il contraltare negativo (perché non crediamo alla divisione netta fra “Buoni” e “cattivi”) e, guardando negli occhi la paura di restare frustrata, si “dona” senza riserve.
Perché porta, dentro di sé, la stabilità di esempi e valori positivi e costruttivi. La psicodinamica definisce, questo processo, “Introiezione e Costanza dell’Oggetto”,di solito riferiti alla figura materna
Ma, nella realtà dei fatti, è possibile ipotizzare una sorta di “geometria psicologica” che individui un punto di congiunzione, nel quale le parallele materne e paterne, si “ritrovano” in tre dimensioni simboliche:
- La Funzione Genitoriale Unificata che determina il “Clima familiare”
- L’Integrazione nel Sé, che avviene “sintetizzando” le due figure (accudente e di “spinta” nel mondo)
- Il Progetto Evolutivo perché, se la madre “dà la vita”, il padre “insegna a viverla” e il punto di intersezione è l’Autonomia del bambino.
In termini dinamici, questo “incontro” impedisce che le “rette” diventino binari rigidi che intrappolano il figlio, trasformandole invece in una base solida su cui camminare.
Partendo, quindi, da questa premessa, possiamo concludere che, in un periodo storico segnato da precarietà e crisi dei modelli tradizionali, il padre non è più solo chi “provvede”, ma chi insegna a stare nelle difficoltà senza perdere la rotta.
Un padre, dunque, come “Testimone di Speranza” nell’incertezza.
Il padre, come ci ricordano autorevoli studiosi come, ad esempio, Massimo Recalcati, introduce nella famiglia il limite (la legge) e deve far sì che il figlio, sia pure faticosamente, ne prenda atto e coscienza e si regoli di conseguenza.
E, a noi, lasciata alle spalle la giornata che ricorda il Padre di Gesù e che festeggia la figura di tutti i papà, magari mentre gustiamo una zeppola fritta (perché quella al forno è, infatti, una “non” zeppola) piace immaginare un padre che, forse, non ha tutte le risposte ma resta “presente”. La sua forza non è l’invincibilità ma la capacità di mostrare come si affronta un fallimento o un momento di crisi, con dignità.
Ciò vale, anche, per i Padri della Nazione.
Chi riesce ad entrare nel cuore dei giovani, li aiuterà a crescere senza neanche doverlo predicare.
Il presidente Pertini è stato un padre di questo tipo per la nostra generazione, Papa Francesco, per gli anni più recenti.
in un giorno di festa come quello appena trascorso il pensiero deve andare ai tanti papà che non sono più tra noi in corpo ma lo sono certo in spirito.
Vivranno finché vivremo noi che ne custodiamo la lezione e il ricordo.
Vogliamo rendere omaggio alla loro memoria con i versi di Alfonso Gatto, presi dalla poesia intitolata “A mio padre”. Era il 1943 e il vero uomo, tramite la Resistenza, stava trovando una autentica dignità.
Se mi tornassi questa sera accanto, lungo la via dove scende l’ombra, azzurra già che sembra primavera, per dirti quanto è buio il mondo e come ai nostri sogni in libertà s’accenda di speranze, di poveri e di cielo, io troverei un pianto di bambino e gli occhi aperti di sorriso, neri neri come le rondini del mare. Mi basterebbe che tu fossi vivo, un uomo vivo col tuo cuore è un sogno.
Questa figura genitoriale, mai come adesso sta vivendo una transizione epocale: da “Padrone distante” a colui che “abita” la dimensione emotiva.
In un mondo digitale e veloce, il gesto paterno più rivoluzionario a noi sembra che sia il tempo condiviso e l’ascolto.
E noi, cari Lettori, non possiamo non soffermarci su come, il tempo condiviso e l’ascolto, siano l’antidoto alla violenza e al senso dell’abbandono.
A questo punto del percorso, la nostra memoria ci porta a qualcosa che è già successo tanti anni fa e che, Victor Hugo, ha magistralmente descritto nel suo “I Miserabili” (Les Misérables), pubblicato nel 1862 e considerato uno dei migliori romanzi europei del XIX secolo.
Suddiviso in 5 volumi, il libro è ambientato in un arco temporale che va dal 1815 al 1832, dalla Francia della Restaurazione post-napoleonica alla rivolta antimonarchica del giugno 1832.
L’opera narra le vicende di numerosi personaggi: in particolare la vita dell’ex galeotto Jean Valjean e le sue lotte per la redenzione durante 20 anni di storia francese, con digressioni sulle vicende della Rivoluzione francese, sulle Guerre napoleoniche (in particolare sulla battaglia di Waterloo) fino alla Monarchia di luglio.
I suoi personaggi appartengono agli strati più bassi della Società francese dell’Ottocento, i cosiddetti “miserabili” (persone precipitate nella miseria, ex forzati, prostitute, monelli di strada, etc.) la cui condizione (un po’ come quella contemporanea), non era mutata né con la Rivoluzione né con Napoleone, né con Luigi XVIII.
È una storia di cadute e di risalite, di peccati e di redenzione. Hugo santifica una plebe perseguitata, ma intimamente innocente e generosa; la legge, che dovrebbe combattere il male, spesso lo incarna, come l’inesorabile personaggio di Javert. Il grande eroe è il popolo, rappresentato da Jean Valjean, fondamentalmente buono e ingiustamente condannato per un reato insignificante.
Il destino e in particolare la vita, il tempo e in particolare il secolo, l’uomo e in particolare il popolo, Dio e in particolare il mondo: ecco quello che ho cercato di mettere in quel libro (Victor Hugo, I Miserabili)
Dopo 19 anni di carcere per aver rubato un tozzo di pane, l’ex forzato Jean Valjean viene redento da un atto di estrema misericordia del vescovo Myriel. Cambia identità, diventa un industriale stimato e sindaco di Montreuil-sur-mer sotto il nome di Monsieur Madeleine, ma continua a essere braccato dall’inflessibile ispettore Javert.
Nel mentre, proprio per il suo spirito caritatevole, Valjean prende a cuore la tragica sorte di Fantine, una sua operaia caduta in miseria e costretta alla prostituzione. Dopo la morte della donna, adotta sua figlia Cosette, sottraendola ai crudeli locandieri Thénardier. I due si rifugiano a Parigi per sfuggire a Javert.
Anni dopo, Cosette si innamora del giovane repubblicano Marius. Durante le sommosse parigine del 1832, Valjean salva la vita a Marius portandolo in salvo attraverso le fogne e risparmia la vita di Javert, che era stato catturato dai rivoluzionari. Sconvolto dal conflitto morale tra legge e gratitudine, l’ispettore si suicida.
Marius e Cosette si sposano. Valjean, dopo aver confessato il suo passato a Marius ed essersi allontanato per non macchiare la loro reputazione, muore serenamente tra le loro braccia, confortato dalla consapevolezza di aver dedicato la vita al bene, confortato dalla luce di una candela poggiata sul candelabro donatogli da quel Vescovo che gli ha cambiato la vita
Il coraggio di restare umani: Jean Valjean e la paternità come cura
Ecco, cari Lettori, c’è un’immagine che, a distanza di quasi due secoli, continua a parlarci con una forza dirompente: un uomo che cammina nel fango delle fogne di Parigi portando sulle spalle il futuro di un altro.
Jean Valjean, il forzato che si fa padre, non è solo un personaggio letterario; è la risposta vivente a quella violenza strutturale che oggi, proprio come nella Francia dell’Ottocento, sembra soffocare ogni speranza.
L’uomo, per quanto si illuda, non può sfuggire al dolore. Ma, nel riconoscerlo e contemplarlo, scopre una forza che lo rende più consapevole e capace di godere delle piccole gioie che la vita offre ogni giorno (Giacomo Leopardi)
Parigi e oggi: due mondi, la stessa rabbia
Hugo descriveva una società che schiacciava i poveri sotto il peso di leggi inflessibili. Oggi la violenza ha cambiato volto ma non sostanza: si manifesta nel calpestare ogni forma di Diritto (nazionale e Internazionale), nel giudizio sommario dei social, nell’esclusione sociale e in un senso di precarietà che rende tutti più aggressivi.
In questo scenario, la figura di Jean Valjean emerge come un modello di paternità elettiva. Lui non è padre per biologia ma per scelta. In un mondo che alza muri, lui decide di farsi “ponte”.
La sua grandezza risiede nella sua capacità di trasformare il dolore subìto in amore donato. Non permette che la violenza subìta in carcere diventi il seme di nuova violenza verso Cosette. Al contrario, la sua è una paternità riparativa. Insegnare oggi a un figlio che l’errore non è un marchio indelebile (e che si può essere “più grandi del proprio passato”) è l’unico vero modo per disarmare una Società che vive di odio e risentimento.
Il Padre come argine contro il caos
Mentre il poliziotto Javert rappresenta la “Legge” fredda che non ammette eccezioni, Valjean rappresenta la “Giustizia” del cuore. Il mondo moderno è pieno di Javert pronti a puntare il dito.
Abbiamo invece un disperato bisogno di Valjean: padri (e figure di riferimento) capaci di proteggere la fragilità senza soffocarla, pronti al sacrificio del proprio ego per permettere alle nuove generazioni di camminare in un mondo meno ostile.
Gli autocrati che appaiono pericolosamente sulla ribalta internazionale, tendono a proiettarsi come “padri della patria” in senso autoritario e protettivo-aggressivo.
Jean Valjean offre un modello di paternità che libera invece di incatenare. Mentre un Tycoon (Trump o Putin, fate voi…) vuole sudditi che dipendano da lui, Valjean lavora per rendere Cosette indipendente e felice, arrivando a farsi da parte per il suo bene.
Riuscendo a dimostrare che il vero potere non si misura da quante persone si riescono a sottomettere, ma da quante se ne riescono a sollevare dalla polvere, Valjean ci insegna che la paternità è l’arte di restare umani quando tutto intorno spinge alla ferocia. È la luce di una candela che, nonostante il buio delle fogne, continua a indicare la strada di casa.
L’uomo è infelice perché non sa di essere felice. Solo per questo. Chi riuscisse a comprenderlo, diventerebbe felice all’istante. Ma l’uomo preferisce il tormento alla verità, perché nel dolore si riconosce mentre nella felicità spesso non sa chi è (Fëdor Dostoevskij)
Tito: Il miracolo che non voleva arrendersi
“Tito era stato lasciato a pezzi.
Agonizzante sul bordo della strada, abbandonato proprio da chi avrebbe dovuto curarlo.
Un corpo spezzato, trasformato in rifiuto dalla crudeltà di un gesto.
Il sangue impregnava l’erba, il dolore era un oceano troppo profondo. Tito non poteva muovere una zampa.
Poteva solo guardare, con occhi tremanti, un mondo che sembrava volerlo dimenticare.
Ma qualcuno ha scelto di non voltarsi.
In clinica, il verdetto era un elenco di rovine: mandibola frantumata, palato spaccato, colonna compressa. Il buio era sceso sui suoi occhi per sempre.
“Sarebbe misericordioso lasciarlo andare”, sussurrava qualcuno.
Ma i suoi soccorritori sentivano altro. Sentivano un battito. E finché c’è un battito, c’è una battaglia da combattere.
I giorni erano trincee di sedazione e speranza. Poi, l’ottavo giorno, un sondino. Il nutrimento.
Il dodicesimo, una promessa: Tito ha leccato del cibo. Non voleva arrendersi.
Con il collo storto e la vista perduta, si è alzato. Ha imparato di nuovo a fidarsi della terra, a leggere il vento con il naso, a inseguire i suoni.
Ha scoperto che la gioia non ha bisogno della vista.
Per 469 giorni, Tito ha aspettato un’adozione del cuore. Le famiglie passavano oltre, spaventate dalla sua fragilità, dal suo passo incerto.
Ma lui non conosceva il rifiuto: a ogni ombra che si avvicinava, rispondeva con il ritmo frenetico della sua coda. Fino al 23 marzo 2024.
Una famiglia non ha visto le ferite, ha visto l’anima. Non ha visto un cane spezzato, ha visto un miracolo.
Oggi Tito riposa dolcemente sotto coperte calde. Il cane che giaceva distrutto nel fango non è più definito da quel dolore. È la prova vivente che l’amore, quando decide di restare, può riparare anche l’impossibile”

Cari Lettori, Jean Valjean e il piccolo Tito abitano lo stesso orizzonte.
Entrambi sono stati lasciati a pezzi ai margini di una strada, vittime di una violenza che non hanno scelto: l’uno schiacciato da una legge spietata, l’altro dal tradimento di chi doveva prendersene cura.
Ma la loro storia ci insegna che il destino non è un verdetto definitivo. Valjean diventa “padre” perché qualcuno, il Vescovo Myriel, ha scelto di non vedere in lui un criminale ma un uomo. Allo stesso modo, Tito è tornato a correre perché qualcuno ha scelto di non vedere un corpo spezzato ma una vita che meritava di essere difesa.
In questo mondo che corre veloce e calpesta chi resta indietro, la figura del “Padre” (che sia un uomo per una figlia orfana o un soccorritore per un cane agonizzante) è quella di chi resta. Di chi si china sul fango, si sporca le mani e decide che quel battito, per quanto debole, è la cosa più preziosa dell’universo.
Scrivere oggi di Valjean e di Tito significa ricordare, a noi stessi, che la violenza si sconfigge solo così: con la tenacia della cura.
Perché la vera forza non sta nel pugno di un autocrate, ma nelle braccia di chi solleva un altro essere vivente e lo porta finalmente a casa.
Cari Lettori, mentre le parole sfumano, sullo sfondo della suggestiva immagine di copertina, vi lasciamo alle note di “Bring Him Home”. È la preghiera di Valjean nel fango delle barricate: un uomo che non chiede la propria salvezza ma quella del futuro che porta sulle spalle. Proprio come chi si è chinato su Tito.
Proprio come ogni padre che sceglie, ogni giorno, di restare.
God on high
(Dio lì in alto)
Hear my prayer
(Ascolta le mie preghiere)
In my need
(Nel mio bisogno)
You have always been there
(Sei sempre stato presente)
He is young
(Lui è giovane)
Let him rest
(Lascialo riposare)
Heaven blessed.
(Paradiso benedetto)
Bring him home
(Portalo a casa)
Bring him home
(Portalo a casa)
Bring him home.
(Portalo a casa)
He’s like the son I might have known
(È come il figlio che avrei potuto avere)
If God had granted me a son.
(Se Dio mi avesse donato un figlio)
The summers die
(L’estate muore)
One by one
(Uno ad uno)
How soon they fly
(Quanto presto volano)
On and on
(Ancora ed ancora
And I am old
(E io sono vecchio)
And will be gone.
(E me ne andrò)
Bring him peace
(Portagli pace)
Bring him joy
(Portagli gioia)
He is young
(Lui è giovane)
He is only a boy
(È solo un ragazzo)
You can take
(Tu puoi prendere)
You can give
(Tu puoi dare)
Let him be
(Lascialo stare)
Let him live
(Lascialo vivere)
If I die, let me die
(Se io muoio, lasciami morire)
Let him live
(Lascialo vivere)
Bring him home
(Portalo a casa)
“Abbi cura di godermi, esplorarmi, proteggermi. Non capiterò una seconda volta, mi disse la vita” (Fabrizio Caramagna)

Enzo Ferraro – già Dirigente Scolastico, Letterato, Umanista, Politologo

Giorgio Marchese – Direttore “La Strad@”


