Pubblicato su Lo SciacquaLingua
“Fare la fine del paniere” non è un’espressione che risuoni dappertutto: non appartiene al lessico più comune e spesso resta nascosta tra quei modi di dire che sopravvivono quasi per inerzia, custoditi da chi ama le sfumature un po’ antiche del nostro idioma. Eppure, dietro questa formula discreta, si apre una scena vivissima della quotidianità medievale. Nei borghi dell’epoca le case si affacciavano su vicoli stretti e brulicanti, e chi abitava ai piani superiori per evitare di scendere continuamente in strada per fare degli acquisti o altro calava dalla finestra un paniere legato a una corda. Dentro si mettevano monete, pane, frutta, piccoli oggetti acquistati dai venditori ambulanti. Era un gesto semplice, ripetuto mille volte al giorno, parte integrante del ritmo urbano. Bastava, però, una fune consumata, un peso eccessivo o un attimo di distrazione perché il paniere precipitasse, si sfasciasse al suolo e il suo contenuto si disperdesse tra polvere e ciottoli. Da questa immagine concreta e quasi cinematografica nasce l’espressione figurata “fare la fine del paniere”, che significa andare in rovina, fallire, rompersi qualcosa proprio quando tutto sembra procedere senza intoppi.
Nel linguaggio di oggi, l’espressione verrebbe usata per designare un esito negativo, un progetto che all’improvviso sfuma o un tentativo che si concluderebbe male. Potrebbe affiorare in racconti personali, in commenti sul lavoro o persino in osservazioni ironiche sulla politica o sull’economia, sempre con quella leggerezza che permetterebbe di attenuare un piccolo disastro. La sua attualità deriverebbe dal fatto che l’immagine, pur lontana dalla nostra esperienza quotidiana, resterebbe immediata: qualcosa che cade, si rompe e si perde in un istante. Forse è proprio questa forza visiva a spiegare perché, pur non essendo tra i modi di dire più diffusi, l’espressione continuerebbe a circolare, pronta a riemergere quando servirebbe una metafora antica e sorprendentemente eloquente per raccontare un fallimento, anche morale.
A cura di Fausto Raso

Giornalista pubblicista, laureato in “Scienze della comunicazione” e specializzato in “Editoria e giornalismo” L’argomento della tesi è stato: “Problemi e dubbi grammaticali in testi del giornalismo multimediale contemporaneo”). Titolare della rubrica di lingua del “Giornale d’Italia” dal 1990 al 2002. Collabora con varie testate tra cui il periodico romano “Città mese” di cui è anche garante del lettore. Ha scritto, con Carlo Picozza, giornalista di “Repubblica”, il libro “Errori e Orrori. Per non essere piantati in Nasso dall’italiano”, con la presentazione di Lorenzo Del Boca, già presidente dell’Ordine nazionale dei giornalisti, con la prefazione di Curzio Maltese, editorialista di “Repubblica” e con le illustrazioni di Massimo Bucchi, vignettista di “Repubblica”. Editore Gangemi – Roma.

