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Cari Bettino (Craxi) e Claudio (Martelli), visto che ritenete che l’aver riportato a casa, come quella di un figlio, la salma di Enrico (Berlinguer) mi abbia reso artefice dell’incremento dei voti del Partito Comunista, allora facciamo così: voi suicidatevi, a Verona, sulla tomba di Giulietta e, io, vengo a prendere anche voi, con l’aereo di Stato. Vediamo se il Partito Socialista guadagnerà qualcosa, in termini di consenso popolare.

Questa celebre battuta, intrisa del tipico sarcasmo ligure di Sandro Pertini, fotografa perfettamente il clima di tensione che c’era tra il Quirinale e la “nuova guardia” del PSI negli anni ’80 nella quale germogliava la pianta del Narcisismo come segno distintivo del nuovo potere emergente racchiuso in due affermazioni di tendenza: “Edonismo reaganiano” e “La Milano da bere”.

In un’epoca dominata dall’apparenza (che, spesso, riesce a contraddire persino sé stessa), dove la Politica si è spesso ridotta a bieco marketing e i valori sembrano sbiadire nel relativismo più sfrenato, la figura di Sandro Pertini emerge dal passato non come un nostalgico ricordo ma, piuttosto, come un’urgenza morale.

Bisogna che la Repubblica sia giusta e incorrotta, forte e umana: forte con tutti i colpevoli, umana con i deboli e i diseredati. (Sandro Pertini)

La sua “postura”, fisica e spirituale, rappresenta oggi l’antidoto più potente alla decadenza etica che stiamo attraversando.

La vita di Sandro Pertini, lunga e operosa (1896-1990) è stata sempre contrassegnata dal “fare”, dal bisogno inesauribile di mettere in pratica le esigenze etiche che erano prevalenti nella sua natura.

Le sue idee socialiste lo portavano sempre dalla parte degli umili, di coloro che non avevano voce.

La sua visione del mondo gli ha procurato non pochi problemi fino alla caduta del fascismo.

Autore di atti eroici durante la prima guerra mondiale, non ha ricevuto attestati e medaglie, perché di fede socialista

Caduto il fascismo (durante il quale ha conosciuto carcere e confino) , con i tedeschi ancora nella penisola, è stato una delle figure più importanti della Resistenza.

A Roma, catturato dalle SS e condannato a morte, si salva riuscendo ad evadere da Regina Coeli assieme a Giuseppe Saragat e a cinque altri esponenti socialisti, grazie ad un intervento dei partigiani della Brigata Matteotti.

Rientrato al nord, organizza l’insurrezione di Milano e vota il decreto di condanna  a morte di Mussolini e degli altri gerarchi fascisti. Nel dopoguerra, sempre eletto al Parlamento, ha ricoperto la carica di Presidente della Camera per due legislature.

Nel 1978 viene eletto Presidente della Repubblica e, nel corso del settennato, gli italiani hanno  modo di conoscere, apprezzare ed amare la sua figura.

A dire il vero, Pertini poteva salire al “Colle” anche prima però, voci di corridoio hanno sempre descritto un uomo che chiedeva di preferirgli altri, a suo modo di vedere, più meritevoli.

Ma, il 1978, è passato alla Storia come l’anno più drammatico della Repubblica, rendendo necessaria una figura di estremo carisma e integrità come Sandro Pertini per evitare il collasso delle istituzioni.

Ecco i motivi principali della precarietà di quell’anno

Il sequestro e l’omicidio di Aldo Moro (Il rapimento del leader della DC da parte delle Brigate Rosse, colpì il cuore dello Stato. La morte di Moro segnò il fallimento della strategia della fermezza e lasciò la politica in uno stato di shock e profonda divisione)

Gli Anni di Piombo (Il clima di violenza politica, attentati e scontri di piazza aveva raggiunto il suo apice, creando una sensazione di guerra civile strisciante che minava la fiducia dei cittadini nelle istituzioni)

Lo scandalo Lockheed  (Il Presidente della Repubblica in carica, Giovanni Leone, fu travolto da accuse di corruzione, rivelatesi poi infondate anni dopo, e costretto alle dimissioni anticipate a giugno. Questo, lasciò un vuoto di potere nel momento di massima tensione nazionale)

Crisi economica (L’inflazione a due cifre e le tensioni sociali alimentavano un malcontento che i partiti tradizionali faticavano a gestire)

In questo caos, Pertini fu scelto perché visto come un “eroe della Resistenza” e un uomo “al di sopra delle parti”. La sua onestà indiscussa servì a riconnettere i cittadini con lo Stato in un momento in cui la democrazia sembrava sul punto di cedere.

Nel discorso di insediamento figura la frase, spesso in seguito citata :

L’Italia, a mio avviso, deve essere, nel mondo, portatrice di pace: si svuotino gli arsenali di guerra, sorgenti di morte e si colmino i granai, sorgenti di vita

Cosa rendeva Pertini così diverso?

La risposta risiede in una parola oggi quasi dimenticata: intransigenza.

Non quella dogmatica del fanatico però quanto, piuttosto, quella del giusto. Sandro Pertini non ha mai negoziato i suoi principi per convenienza. Dai duri anni del confino Fascista alla guida dello Stato, la sua rettitudine è sembrata rimanere coerentemente sulla stessa linea.

La coerenza è comportarsi come si è, e non come si è deciso di essere. (Sandro Pertini)

In un mondo dove il “compromesso al ribasso” è diventato la norma, Sandro Pertini ci ha ricordato che la dignità non ha prezzo e che, il Potere, ha senso solo se esercitato come servizio.

Purtroppo, in un mondo sofferente di amnesie, questo grande stimolo non è stato colto nella sua interezza, se ancora oggi siamo circondati da nefandezze di ogni genere.

Nonostante ciò, la lezione di vita di Sandro Pertini resta tuttora valida e piena di futuro, tutta rivolta ai giovani verso i quali il Presidente aveva particolare e giustificata predilezione.

Egli affermava spesso, infatti, che “non vi può essere vera libertà senza giustizia sociale, come non vi può essere vera giustizia sociale senza libertà”.

Rispettoso di tutte le fedi politiche ma non del Fascismo.

Cercate anche di darvi una fede politica, respingete però quelle idee politiche che non presuppongono il concetto di libertà, altrimenti andreste verso la vostra rovina. (Sandro Pertini)

 Per lui, il Fascismo non poteva essere considerato una fede politica in quanto antitesi di tutte le fedi politiche, poiché incline a opprimere le fedi altrui.

Oltre la Casta: L’Umanità al Potere

La sua pipa, i suoi fuori programma, la sua presenza fisica tra la gente nei momenti di dolore (pensiamo a Vermicino o al terremoto in Irpinia) non erano strategie di comunicazione ma, semmai, manifestazioni di empatia autentica.

E viene ricordato come il “Presidente più amato dagli italiani” anche grazie alla sua passione genuina per il calcio, culminata nell’estate del 1982 durante il Mondiale in Spagna.

La sua figura è legata a tre momenti iconici che hanno segnato l’immaginario collettivo

L’esultanza al Bernabéu (Durante la finale Italia-Germania Ovest, al terzo gol segnato dalla nostra Nazionale, pur essendo seduto accanto al Re di Spagna Juan Carlos, Pertini, rompendo ogni protocollo diplomatico, scatta in piedi e, con l’entusiasmo da tifoso esclama con vigore: “Non ci prendono più! Non ci prendono più!”)

Il viaggio sul DC-9 presidenziale (Per onorare la vittoria, Pertini ha voluto che la squadra tornasse in Italia sul suo aereo militare, un DC-9 dell’Aeronautica. Questo, è stato un gesto di grande “vicinanza”, capace di trasformare il rientro in Patria, in una festa nazionale itinerante)

La leggendaria partita a scopone (Durante il volo di ritorno, si è tenuta una celebre partita a carte che vedeva contrapposti Pertini e Dino Zoff contro Enzo Bearzot e Franco Causio. La coppia Pertini-Zoff ha perso e, il Presidente, con la sua tipica schiettezza, accusa il portiere di aver sbagliato la mossa decisiva. Si narra di un telegramma personale di scuse inviato, anni dopo a Dino Zoff)

Gli anni della Presidenza di Pertini sono stati anni “robustosi e forti”.

Viene ricordato per aver restituito autorevolezza allo Stato in momenti di crisi profonda (come gli “anni di piombo”) attraverso la spontaneità e l’onestà.

È stato il primo a trasformare il Quirinale in una “casa degli italiani”, prediligendo il contatto diretto con il popolo rispetto ai formalismi del potere.

Una volta eletto al Quirinale, non ha rinnovato più la tessera del Partito Socialista perché, a suo modo di vedere, il Presidente non poteva essere visto come uomo di parte ma doveva essere percepito dalla gente come uomo imparziale, al di sopra delle parti.

La morale di Pertini non era basata su prediche, ma “fatta” di sguardi. Il suo ufficio non era una torre d’avorio, ma una casa aperta. Egli ha saputo restituire sacralità alle istituzioni proprio spogliandole della loro fredda burocrazia e rivestendole di umanità.

Questa democrazia l’abbiamo conquistata col sangue e la galera. Non possiamo correre il rischio di perdere la libertà per colpa di chi la usa per rubare. (Sandro Pertini)

Un Monito per il Presente

Oggi viviamo in una Società che fatica a trovare punti di riferimento, dove il narcisistico successo personale prevale sul bene comune. La lezione di Sandro Pertini è un richiamo alla responsabilità individuale:

I giovani non hanno bisogno di sermoni, i giovani hanno bisogno di esempi di onestà, di coerenza e di altruismo.

Questa frase suona oggi come un atto d’accusa e, al tempo stesso, come una via di salvezza.

Giustamente, pensava che la Democrazia sarebbe stata più forte e duratura nella misura in cui, i giovani (vere sentinelle della Libertà) se ne fossero innamorati, come si può “tenere” alla persona a cui vuoi più bene, vigilando affinché resti sempre al meglio possibile.

Cari Lettori, giunti alla fine di questa passeggiata che sa di valori antichi, proviamo a domandarci cosa resta, in noi, del ricordo di quest’uomo.

Noi due abbiamo sperimentato che, in apparenza, i giorni della vita scorrono via tutti uguali finché non accade qualcosa che cambia e che “ti cambia”, un po’ come, ad esempio, una folata di  vento che apre una vecchia finestra mnemonica, rievocando ricordi e frammenti che smuovono il mare calmo del velo che lubrifica le congiuntive e crea delle “perle” che solcano il viso. Proprio in quei momenti che non avresti immaginato ma dei quali, in realtà, avevi un immenso bisogno.

E allora, cari Lettori,  forse la grandezza di Sandro Pertini stava tutta in quel momento che Ingmar Bergman chiamava ‘l’ora dei lupi’, quell’attimo antelucano in cui, soli davanti allo specchio dell’anima, non si può mentire.

Mentre il mondo lo ricorda saltare in piedi al Bernabéu o giocare a scopone in volo, lui preferiva analizzare i propri errori, quelli nati da un ‘caratteraccio’ che era solo l’altra faccia di una passione infinita.

Oggi, le parole del grande allenatore di calcio Sven-Göran Eriksson (andato “via” nel 2024) sembrano scritte per lui:

Quando il tempo smette di essere una promessa e diventa un conto alla rovescia, i trofei sbiadiscono e resta solo l’uomo

Pertini non ha mai avuto una ‘vita vuota’ come i potenti che, in fondo compativa; ha camminato, è caduto e si è rialzato, consegnandoci l’unica vittoria che non finisce negli almanacchi ma resta scolpita nella memoria collettiva: l’essere stato, semplicemente e orgogliosamente, una brava persona.

Cari Lettori, mentre scorrono queste ultime righe, immaginate in sottofondo le note de “La leva calcistica della classe ’68” di Francesco De Gregori.

In quel verso che dice: “Nino non aver paura di sbagliare un calcio di rigore, non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore, un giocatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia”, c’è tutto Sandro Pertini.

Perché, lui, quel “rigore” della coerenza, non ha mai avuto paura di tirarlo. E anche quando è caduto, lo ha fatto con l’altruismo di chi sa che la vera partita non si vince da soli, ma restando umani, fino all’ultimo fischio finale.

La leva calcistica del 68

Sole sul tetto dei palazzi in costruzione
Sole che batte sul campo di pallone
E terra e polvere che tira vento
E poi magari piove
Nino cammina che sembra un uomo
Con le scarpette di gomma dura
Dodic’anni e il cuore pieno di paura

Ma Nino non aver paura
Di sbagliare un calcio di rigore
Non è mica da questi particolari
Che si giudica un giocatore
Un giocatore lo vedi dal coraggio
Dall’altruismo e dalla fantasia

E chissà quanti ne hai visti e quanti ne vedrai
Di giocatori tristi che non hanno vinto mai
Ed hanno appeso le scarpe a qualche tipo di muro
E adesso ridono dentro al bar
E sono innamorati da dieci anni
Con una donna che non hanno amato mai
Chissà quanti ne hai veduti
Chissà quanti ne vedrai

Nino capì fin dal primo momento
L’allenatore sembrava contento
E allora mise il cuore dentro alle scarpe
E corse più veloce del vento
Prese un pallone che sembrava stregato
Accanto al piede rimaneva incollato
Entrò nell’area tirò senza guardare
Ed il portiere lo fece passare

Ma Nino non aver paura
Di tirare un calcio di rigore
Non è mica da questi particolari
Che si giudica un giocatore
Un giocatore lo vedi dal coraggio
Dall’altruismo e dalla fantasia

Il ragazzo si farà
Anche se ha le spalle strette
Quest’altr’anno giocherà
Con la maglia numero sette

“La gloria è un cerchio nell’acqua che va sempre allargandosi, fino a che si sperde nel nulla. Ma la coerenza di un uomo è una pietra che resta sul fondo, anche quando la corrente è passata.” (Cit.)

Enzo Ferraro – già Dirigente Scolastico, Letterato, Umanista, Politologo

Giorgio Marchese – Direttore “La Strad@”

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