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E se domani non ricordassi più che cosa ho amato?

Mi chiedo cosa sceglierei di salvare.

Se la pace di non sentire più il vuoto ho il privilegio di soffrire ancora per cio che ho amato.

Perché dimenticare è una cura crudele: ti toglie il peso ma ti ruba l’anima. Non so se preferisco il silenzio o il rumore di tutto ciò che ho perso. (Cit)

Cari Lettori, nella nostra amata Lingua la parola “guerra” è femminile. Mai accostamento fu più strano, essendo da millenni la guerra lo “sport” più amato e praticato dagli uomini.

Chi aveva, della Storia, un concetto di progresso continuo pensava che la generazione successiva avrebbe fatto miglioramenti rispetto alla precedente, gettando le basi per un tipo di vita meno barbarico e meno violento.

Non è stato così, non è purtroppo così.

“La Storia come Maestra di Vita” è un concetto bello e suggestivo ma non ha mai trovato un effettivo riscontro nella realtà.

Ci troviamo anzi, nel 2026 a subire “orripilazioni” tali da assuefarci ad ogni bruttura commessa dal genere umano.

Il fatto più grave è che alcuni responsabili (ma mai parola fu più inadatta) della Politica mondiale parlano della guerra come qualcosa di attuale e di naturale per la risoluzione dei conflitti. Noi della vecchia cara Europa, abituati a decenni di pace restiamo “afoni” e costretti, per proteggerci, a ripensare con orrore a intensificare gli armamenti.

Decenni di civiltà giuridica buttati al vento, bambini di varie parti del mondo che non possono  scrivere il loro futuro perché, nei loro Paesi, la distruzione è l’unica prospettiva plausibile.

L’ONU, mortificato dall’arroganza dei nuovi padroni del mondo, dimostra ogni giorno la sua quasi irreversibile debolezza.

Tu sei fuori, Tom, sei fuori dagli affari della nostra Famiglia.

Ma dimmi almeno in cosa ho sbagliato, Michael

In ciò che faremo nei prossimi mesi, tu non dovrai prendere parte. Tutto qui.

Ecco, cari Lettori, quello appena riportato è il breve ma spietato dialogo nel film di Francis Ford Coppola “Il Padrino”, fra Michael Corleone e Tom Hagen, fratello adottivo, Consigliori e Avvocato della Famiglia Corleone sotto il comando del Patriarca “Don” Vito.

Il motivo dell’estromissione dalla stanza dei bottoni consisteva nella necessità di non avere mediatori prudenti e di buon senso nella guerra segreta che, di lì a poco, avrebbe cancellato 4 delle 5 famiglie mafiose che formavano la “Commissione” di New York negli anni ’50: i Barzini (spesso citati come Barrese), i Tartaglia, i Cuneo e gli Stracci.

Sceneggiatura abbastanza simile a quello a cui, con orrore, siamo costretti ad assistere da parte di Donald Trump e di Benjamin Netanyahu che, con estrema velocità, stanno battendo sul tempo ogni altro “cattivo” della Storia contemporanea.

Questo triste scenario cerca di puntare a realizzare nella memoria collettiva quello che il Neuroscienziato Oliver Sacks ha descritto nel suo libro “L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello” a proposito della “Sindrome di Wernicke-Korsakoff, che abbina uno stato confusionale acuto e un tipo di amnesia a lungo termine.

Sostanzialmente si cerca di cancellare dalla nostra memoria tutto ciò che di bello e di “normale” abbiamo vissuto, per convincerci che siamo sempre stati in un’ambientazione ombrosa in cui vince, sempre, il più forte. Che, spesso, è anche il più “stupido”.

C’era una stanza dentro di me dove non si poteva parlare. Solo occhi bassi e fiato corto, come se il mondo potesse esplodere al primo suono. Non era tristezza: era gelo. Non era rabbia: era paura. Era il silenzio di chi ha imparato di chi non vale la pena chiedere amore se nessuno ti insegna a riconoscerlo. (Cit.)

Che fare, allora?

Noi che moriremo sperando nella speranza, vogliamo sempre aggrapparci a qualcosa che favorisca una inversione di tendenza.

Ad esempio, siamo fermamente convinti del fatto che molto, se non tutto, potrà prendere una strada positiva quando le donne avranno ruoli sempre più di responsabilità nelle varie apicalità.

Oggi ancora sono l’eccezione: “devono” essere la regola.

Aristofane, nella sua commedia “Lisistrata” (411 a. C)  mette in scena uno sciopero al femminile. Lisistrata è una donna ateniese astuta e coraggiosa che, stanca della trentennale Guerra del Peloponneso, organizza uno sciopero del sesso tra le donne di Atene e Sparta e costringe gli uomini alla pace.  Il suo nome significa “colei che scioglie gli eserciti”  

Il problema era stato individuato.

Nessuna guerra risolve i problemi, anzi ne fa nascere di nuovi più gravi e complessi.

Sono passati millenni e di nuovo c’è solo che, da un secolo a questa parte, le donne con fatica stanno cominciando a pesare nelle scelte sociali e politiche.

Cari Lettori, noi siamo della idea che, tranne le dovute eccezioni, le donne nel loro complesso siano le uniche in grado di germogliare gentilezza e aiutare a risolvere in modo pacifico vertenze di ogni natura.

Dopo la caduta del Fascismo, parecchie donne hanno dato il loro grande contributo nella Resistenza, evidenziando ardimento e coraggio e dimostrando di poter dare un contributo essenziale per la nascita della democrazia.

La giornata internazionale dedicata alla Donna, in questa ottica, è qualcosa di non retorico ma momento di forte stimolo all’azione ed all’impegno.

Per non lasciare il tema nel vago, riteniamo basilare ricordare una donna, Nilde Iotti, che ha avuto un ruolo centrale nella seconda metà del secolo scorso.

Nata nel 1920, si spense per grave malattia sul finire del 1999.

Nelle Enciclopedie si legge essenzialmente questo: “Nilde Iotti, politica e partigiana italiana, dopo decenni di attività nel P. C. I., nel 1979 divenne la prima donna a ricoprire la presidenza della terza carica dello Stato per oltre dodici anni”.

Dietro queste essenziali informazioni c’è una vita vissuta al servizio della democrazia.

Da notare che, per i suoi meriti durante la Resistenza e per il suo forte impegno in difesa delle donne, Nilde Iotti era stata eletta membro dell’Assemblea Costituente e fece parte della “Commissione dei 75” (ben diversa dalla “Commissione delle 5 Famiglie” di New York, ovviamente!), incaricata della stesura della Costituzione.

Scusate se è poco.

Per alcuni decenni, pur stimata per il suo equilibrio e il forte impegno politico, fu vista, da chi Comunista non era, come persona importante di un Partito.

Come ricordiamo di persona, fu con l’elezione a Presidente della Camera dei Deputati nel 1979 che Nilde Iotti entrò nelle case degli Italiani.

Chi l’aveva vista con diffidenza fu costretto a ricredersi.

In anni molto difficili per il nostro Paese, si dimostrò persona di grande valore, tanto da essere rieletta e restare nel prestigioso ruolo per dodici anni e 307giorni.

In un’aula a forte prevalenza maschile Nilde Iotti diresse i lavori in modo imparziale, sempre tesa a difendere il parlamento, motore inesauribile di una vera democrazia.

Da persona di “parte” si eleva al di sopra delle parti perché il presidente deve essere arbitro del confronto dei partiti.

Con questo suo modo di fare si conquistò la stima e il rispetto anche degli antichi avversari politici e diede, nei fatti, un contributo rilevante a far amare gli istituti democratici.

La ricordiamo sempre impegnata nel suo delicato ruolo, esempio vivente delle qualità necessarie per ben svolgere la propria funzione in un un sistema ove la maggioranza governa, ma la minoranza deve essere messa in grado di svolgere il suo insostituibile ruolo.

Verrebbe di dire: “Ce ne fossero, oggi, di Nilde Iotti!”

Ma, cari Lettori, sarebbe errato.

Ogni tempo richiede le sue figure emblematiche. Purtroppo, il sistema elettorale non consente di scegliere (allo stato attuale) le persone visto che si “pesca” tra coloro designati dai capi dei vari partiti che, ovviamente, mirano a perpetuare il potere tramite collaboratori “fedeli”.

Nilde Iotti, pur eletta in un partito, nel suo ruolo di Presidente fu sentita come garante di tutti.

La sua lezione dovrebbe essere di esempio per tutti noi.

Qualche anno dopo la sua morte, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, nel pronunciare il discorso di giuramento di insediamento, così si espresse:

E ancora abbiamo da contare – mi si lasci ricordare la splendida figura di Nilde Iotti – sulle formidabili risorse delle energie femminili non mobilitate e non valorizzate né nel lavoro né nella vita pubblica (…).

E a questo punto, cari Lettori, vogliamo fare cenno al capitolo di un altro grande libro del Neuroscienziato Oliver Sacks: “Un antropologo su Marte (Sette racconti paradossali)”

Ebbene, nel capitolo intitolato “La visione di sé stessa” ( “The Case of the Blind Sculptor”) si descrive Rebecca, una donna cieca dalla nascita che, sorprendentemente, .sviluppa una capacità straordinaria di “vedere” attraverso il tatto (propriocezione, senso cinestesico), riuscendo a modellare visi ed espressioni realistiche, nell’argilla.

Oliver Sacks descrive come, le mani di questa donna, agiscano quasi come occhi, permettendole di percepire le forme e lo spazio in modo tridimensionale e plastico.

Fate caso a come qualcuno vi cerca con lo sguardo, a come vi tiene la porta senza che dobbiate correre o a come vi sorride, solo per dirvi che vi sta aspettando. Sono gesti distratti dove c’è scritto tutto. È lì che si nasconde l’anima. In quei frammenti che non si possono fingere e che nessuno nota, se non chi ha il cuore attento. Perché c’è chi ti vede e chi sa guardarti. E la differenza è l’unico dettaglio che conta davvero (Cit.)

Ecco, cari Lettori, ciascuno di noi, anche se ha avuto la sventura di perdere “vista” e “memoria” (fisicamente o metaforicamente) può contare sul Potere propriocettivo, cioè quel “sesto senso” che ci consente di percepirci e di sentirci “vivi e contestualizzati” anche senza l’aiuto della vista e in assenza di memoria acquisita. È una sorta di “sesto senso” interno.

In questo modo, anche il tentativo più bieco di cancellare la nostra memoria e, con essa, la nostra vita reale, verrebbe annullato dalla capacità di “riscopririci”, ripartendo dalla nostra interiorità.

Dovremmo, metaforicamente, passare dalla trama di “L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello” (concentrato sui “deficit”) a “Un antropologo su Marte” (che approfondisce proprio le capacità creative di resilienza)

Quale diventa, allora, il compito dei nostri anni?

Secondo noi, quello di liberare le energie femminili per un futuro meno barbarico. Un mondo in cui la rinascita di Gaza o la fine di ogni genocidio siano l’inizio di chi ha finalmente capito cosa fare.

Questa forza silenziosa e protettiva non è solo un concetto politico, ma un istinto primordiale che attraversa il creato.

Ci torna in mente una scena recente, avvenuta dietro un vecchio mercato: un lavoratore notturno si è trovato davanti una mamma gatta, talmente magra che se ne vedevano le costole. In mezzo all’immondizia e sotto un vento gelido, riusciva appena a stare in piedi. Eppure, nulla sembrava importarle se non il suo piccolo, stretto tra le zampe.

Si è sistemata su un pezzo di cartone, prendendo su di sé tutto il freddo della notte, senza chiudere occhio per difenderlo. In un mondo che talvolta tratta gli esseri più nobili come se fossero rifiuti, la dedizione di quella madre è la testimonianza di una forza che nulla può spezzare. Ogni atto di gentilezza verso queste anime innocenti è un seme di quella “civiltà del prendersi cura” che le donne, e Nilde Iotti con loro, ci hanno insegnato a coltivare.

(Immagine tratta da “Le fotografie che sono passate alla Storia)

Ci ostiniamo a dare un nome a tutto, convinti che senza una spiegazione la vita non abbia valore. Costruiamo argini al caos e intanto la bellezza ci scivola fra le dita. Ma certe emozioni non chiedono il permesso. Sono fatte per esplodere e basta, per essere vissute così come vengono, senza il peso di un perché e senza aspettare risposte. Perché le cose più belle sono quelle che non hanno bisogno di un senso (Cit.)

Cari Lettori, ringraziandovi per la disponibilità ad averci seguito fin qua, vogliamo salutarvi proprio con questa speranza: che si possa imparare di nuovo la compassione. Vi lasciamo alle note di un brano di Antonello Venditti del 1984, “Stella”. Una preghiera laica per proteggere l’innocenza dall’odio e dal potere, e per tornare, finalmente, a guardare il mondo con quegli occhi attenti che sanno vedere l’anima anche dietro un vecchio cartone, nel freddo di una notte.

Stella

Stella che cammini

Nello spazio senza fine

Fermati un istante, solo un attimo

E ascolta i nostri cuori

Caduti in questo mondo

Siamo in tanti ad aspettare

Donaci la pace ai nostri simili

Pane fresco da mangiare

Proteggi i nostri sogni veri dalla vita quotidiana

E salvali dall’odio e dal dolore

E a noi che siamo sempre soli nel buio della notte

Occhi azzurri per vedere

Questo amore grande, grande, grande

Questo cielo si rischiara in un istante

Non andare via, lasciati cadere

Stella, stella mia, resta ancora nel mio cuore

Proteggi i nostri figli puri nella vita quotidiana

E salvali dall’odio e dal potere

Come il primo giorno, come nella fantasia

Occhi azzurri per vedere

Grande, grande, grande

Questo cielo si rischiara in un istante

Non andare via, non ci abbandonare

Stella, stella mia, resta sempre nel mio cuore

“Non conosciamo mai il valore di un momento finché non diventa un ricordo”. (Cit)

Enzo Ferraro – già Dirigente Scolastico, Letterato, Umanista, Politologo

Giorgio Marchese – Direttore “La Strad@”

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