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 Mente e dintorni è una rubrica (nata da una fortunata serie televisiva) che ci porta a curiosare nei meandri della nostra personalità, per scoprirne i segreti e capire i motivi per cui compaiono i disturbi e, ovviamente, prendere rimedio.

Perché, conoscersi, comprendersi e (soprattutto) accettarsi per potere (infine) cambiare, aiuta senz’altro a vivere meglio.

L’ansia è la vertigine della libertà. (Søren Kierkegaard)

In questa riflessione, Kierkegaard coglie l’essenza di ciò che esploreremo oggi: quel momento in cui il “buon senso” di cui parlava Alessandro Manzoni ne “I Promessi Sposi” soccombe di fronte a una continua allerta interna che non riusciamo a dominare e che ha, come denominatore comune, un corto circuito tra il nostro passato emotivo e la nostra neuro biologia.

In questa puntata, la numero 123, inizieremo un breve percorso per capire, dall’interno della nostra psiche, i motivi che creano le fobie, cominciando dalle fobie specifiche e dall’agorafobia

Partiamo dalle Fobie Specifiche

Le fobie sono i segnavia di battaglie interiori non ancora concluse.” (Carl Gustav Jung)

Tutto parte da un desiderio, un impulso (per lo più aggressivo) o un ricordo che l’Io percepisce come inaccettabile o pericoloso. Per non provare quell’angoscia devastante, la mente attiva dei meccanismi di difesa che, in questo caso, prevalentemente, sono:

Rimozione: Il conflitto originario viene spinto fuori dalla coscienza.

Spostamento: L’angoscia legata a quel conflitto viene trasferita da una persona o situazione interna (non visibile ma minacciosa) a un oggetto esterno specifico (visibile e quindi evitabile).

Proiezione: Parti indesiderate del Sé (ciò che “siamo”, interiormente) o sentimenti inaccettabili, vengono attribuiti all’oggetto esterno, che diventa così “spaventoso”. 

L’oggetto della fobia non è mai casuale ed è sempre personale; ha, spesso, un legame simbolico con il trauma o il desiderio rimosso. 

Ad esempio, nel celebre caso del piccolo Hans, analizzato da Sigmund Freud e che riguardava la reazione di un bambino che sveniva per il terrore dei cavalli, questa paura rappresentava in realtà lo spostamento del timore verso il padre (una sorta di conflitto edipico). 

In sintesi, per la psicodinamica la fobia è un segnale d’ansia che permette al soggetto di razionalizzare da “cosa scappare”: è molto più facile evitare un ascensore che fuggire da un conflitto interiore.

Volendo passare all’Agorafobia

“Non abbiamo paura dello spazio aperto, abbiamo paura di quanto spazio c’è dentro di noi.” (Anonimo)

Nella visione psicodinamica, l’agorafobia (letteralmente “paura della piazza”) non è la semplice paura degli spazi aperti, ma la paura di perdere il controllo o di restare soli e senza protezione in situazioni vissute come minacciose.

Da un punto di vista neurobiologico è la conseguenza di un’iperattivazione dell’amigdala, sul piano psicodinamico, nasce da un conflitto legato all’autonomia.

Ecco i pilastri di questa visione:

Il Conflitto tra Indipendenza e Dipendenza

Il nucleo centrale dell’agorafobico è spesso un’ambivalenza irrisolta: da un lato, c’è il desiderio di emanciparsi e muoversi nel mondo (simboleggiato dallo spazio aperto); dall’altro, c’è una profonda angoscia di separazione dalle figure di riferimento (la “base sicura”).

Uscire di casa significa simbolicamente “allontanarsi dalla protezione” per affrontare problemi che si teme di non saper gestire da soli.

Lo Spazio come Simbolo di Tentazione

Molti autori, a partire da Sigmund Freud, hanno ipotizzato che lo spazio pubblico rappresenti il luogo delle tentazioni. L’agorafobico teme di “perdersi” o di “cadere” non in senso fisico, ma morale: la paura di avere un attacco di panico in pubblico nasconde spesso il timore di esibire un comportamento inappropriato o di perdere il controllo sui propri impulsi davanti agli altri.

 La Funzione del “Compagno Accompagnatore”

Un elemento tipico dell’agorafobia è la necessità di un accompagnatore. In psicodinamica, questa figura funge da “Io ausiliario”:

L’accompagnatore serve a contenere l’angoscia che il soggetto non riesce a regolare da solo. Permette di gestire il senso di solitudine catastrofica che la “piazza” (il mondo esterno) scatena.

L’Agorafobia come Difesa (Il Vantaggio Secondario)

Paradossalmente, la fobia “protegge” chi ne soffre: restando chiusi in casa o vincolati a una persona, si evita di affrontare il vero conflitto interiore legato alla propria crescita interiore. Secondo alcuni autori, l’agorafobia diventa addirittura un modo per negare l’ostilità inconscia verso la persona da cui si dipende, trasformandola in una necessità vitale di averla vicina.

I meccanismi di difesa coinvolti nell’agorafobia, che può essere vista come un “castello” costruito per proteggere l’Io dal collasso imminente, sono i seguenti:

Spostamento (Il meccanismo principe)

È il motore di ogni fobia. L’ansia generata da un conflitto interno (per esempio, il desiderio di ribellarsi a un genitore soffocante) viene spostata su un oggetto esterno: la piazza, la folla o i mezzi pubblici. È molto più rassicurante temere un autobus (che si può evitare) che un sentimento interno distruttivo (da cui non si può scappare).

Evitamento

Non è solo uno stile comportamentale ma, piuttosto, una difesa psichica attiva. Evitando il luogo fisico, il soggetto evita l’attivazione del conflitto rimosso. Questo crea il cosiddetto “vantaggio secondario”: il disturbo permette di non affrontare responsabilità o situazioni sociali stressanti.

Regressione

Di fronte all’angoscia di separazione, si “torna indietro” a stadi dello sviluppo emotivo precedenti. L’agorafobico si pone in una condizione di dipendenza infantile, necessitando di un “accompagnatore” (figura genitoriale vicaria) per compiere azioni semplici, ricreando un legame simbiotico che lo rassicura.

Proiezione

Impulsi inaccettabili (come, ad esempio, rabbia o desideri sessuali repressi) vengono proiettati sul mondo esterno. La strada non è percepita come pericolosa in sé, ma diventa il luogo dove “potrebbe accadere qualcosa di terribile” perché il soggetto ha proiettato, fuori, la propria paura di perdere il controllo.

In sintesi

Se per il circuito neurobiologico della paura, l’agorafobia è un errore di valutazione del pericolo ambientale, per la psicodinamica è un grido d’aiuto di un “Io” che si sente troppo fragile per camminare nel mondo senza una mano da stringere.

L’uomo libero non teme la solitudine, ma colui che non è ancora nato a sé stesso ha bisogno di una mano per non cadere nel vuoto.” (Erich Fromm)

Con la speranza e l’obiettivo di essere stato utile per conoscere sempre meglio chi incontriamo (soprattutto quando ci guardiamo allo specchio), vi do appuntamento alla prossima puntata nella quale continueremo questo viaggio introspettivo

Questo video riassume, semplificandoli, i contenuti finora espressi

Buona “degustazione”

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