Scendeva dalla soglia d’uno di quegli usci e veniva verso il convoglio, una donna, il cui aspetto annunciava una giovinezza avanzata ma non trascorsa; e vi traspariva una bellezza velata e offuscata, ma non guasta, da una gran passione, e da un languor mortale: quella bellezza molle a un tempo e maestosa che brilla nel sangue lombardo. La sua andatura era affaticata, ma non cascante; gli occhi non davan lacrime, ma portavan segno d’averne sparse tante; (ALESSANDRO MANZONI, I promessi sposi – capitolo XXXIV)
Cari lettori, il brano con cui apriamo l’Editoriale di questa settimana riguarda un passo de “I Promessi Sposi” in cui, Alessandro Manzoni, ci trasmette l’angoscia di morte legata all’epidemia di Peste che, per essere ridotta nella diffusione, sovente portava a bruciare i cadaveri.
Immaginando le pire tristemente sparse, ci sono tornati in mente altri due momenti cruciali in cui abbiamo incontrato il “fuoco” nelle nostre letture di approfondimento esistenziale, rimanendone particolarmente colpiti perché abbiamo sentito, nel nostro cuore, la percezione di una solitudine che non si misura in passi di distanza dagli altri ma in gradi di calore.
È la solitudine di chi è troppo lucido per essere compreso o troppo invisibile per essere salvato.
Ho capito che c’è una ragione per ogni persona che ho incontrato. Alcune sono state un porto sicuro altre una tempesta necessaria. Alcune sono passate per insegnarmi a restare, altre per mostrarmi come lasciare andare. Non esistono incontri casuali ma sono tessere di un mosaico che prende forma col tempo. (Cit.)
Cari lettori, Esistono fuochi che divampano per incendiare la Storia e fiamme che tremano solo per ritardare l’Inverno.
Ed è qui che si incrociano due storie, due vite, due destini: due “proiezioni psichiche” che potremo ritrovare in ognuno di noi.
Il Filosofo Domenicano Giordano Bruno (vissuto nel diciassettesimo secolo) e la bambina di nome Lisetta, frutto della “dolorosa” fantasia di Christian Andersene immortalata nella tristissima fiaba per bambini dal titolo: La Piccola Fiammiferaia (del 1845)
Giordano Bruno non fu soltanto un frate e un filosofo ma, anche, un pellegrino dell’assoluto che osò squarciare il velo di un cielo troppo stretto. In un’epoca di confini angusti, egli ebbe la visione audace di un universo senza fine, un oceano cosmico privo di centro e di periferia, dove innumerevoli mondi danzano come scintille di un unico fuoco eterno.
Il suo Dio non abitava oltre le nubi ma respirava nel battito di ogni creatura: una “mente insita in tutte le cose”, un’anima del mondo che rende sacra la materia stessa. Per Giordano Bruno, la Natura non è un oggetto inerte, ma un organismo vivente e divino, in perenne metamorfosi.
Egli chiamò “Eroico Furore” quell’impulso ardente che spinge l’uomo a superare i propri limiti per farsi una cosa sola con l’infinito. Fu questo stesso fuoco, unito a una dignità incrollabile, a condurlo fino al rogo di Campo de’ Fiori, il 17 febbraio del 1600, a soli 52 anni. Preferì tacere per sempre nel fumo della carne arsa, piuttosto che rinnegare la libertà del pensiero, lasciandoci in eredità l’idea che la verità non teme le fiamme, perché la luce della ragione è, come il cosmo, eterna e immortale.
La Piccola Fiammiferaia è una fiaba dello scrittore danese Hans Christian Andersen, pubblicata per la prima volta nel 1845.
In una generica città europea del XIX secolo, in una fredda e buia notte di Capodanno. La protagonista vaga per le strade innevate, cercando rifugio e calore in un angolo tra due case, simbolo di indigenza e isolamento sociale.
Non è solo il freddo a mordere la pelle di Lisetta ma il peso di un destino crudele che ha trasformato la sua infanzia in un esilio. Un tempo protetta dal calore di un padre eroico e dai sorrisi della madre Anna, la sua vita è stata oscurata dall’ombra di un inganno: un patrigno malvagio che, dopo aver dissipato ogni bene e spento ogni affetto, l’ha consegnata al marciapiede come il resto di “naufragio” avendo perso, anche la mamma e la nonna.
Sola, nel buio, Lisetta cerca rifugio nella danza effimera dei suoi fiammiferi che nessuno accetta di comprare.
Ogni piccola fiamma è un varco di luce: il tepore di una stufa, il profumo di una festa, il miraggio di una casa perduta. Ma è quando (mentre si spegne anche l’ultimo fiammifero) il cielo si rigira in una stella cadente che il miracolo si compie. Il ricordo della nonna si fa “abbraccio”; la visione non è più un sogno, ma diventa un sentiero.
Mentre la città si risveglia nel chiarore del mattino, trova Lisetta addormentata per sempre sotto il lenzuolo bianco della neve. Sul suo volto splende un sorriso di pace, il sigillo di chi, nell’ultimo istante, ha finalmente varcato la soglia del cielo per correre di nuovo tra le braccia del padre e della madre, dove l’inverno non può più arrivare.
Non è la fiamma che ci brucia, ma la luce che ci libera. (Giordano Bruno)
Da un lato del tempo, c’è il rogo di Campo de’ Fiori: un boia che appicca il fuoco a un corpo perché il suo pensiero è diventato troppo vasto per le mura di una cella.
Dall’altro, c’è il marciapiede ghiacciato di una notte di Capodanno, dove una bambina sfrega uno stecco di zolfo contro il muro cercando, nel calore di un istante, il volto di Dio.
Giordano Bruno e la Piccola Fiammiferaia: due destini legati a una scintilla, due anime ‘liberate’ dal fuoco in un abbraccio che è, allo stesso tempo, gloria e tragedia.”
E c’è una strana, crudele parentela tra la cenere di un filosofo e quella di un fiammifero consumato
Il fuoco, nella sua spietata purezza, è l’ultimo rifugio dell’emarginato. Per Giordano Bruno, la fiamma fu il prezzo dell’immortalità, il momento in cui la carne si fece luce per non dover più tacere. Per la piccola fiammiferaia di Andersen, la fiamma fu invece l’ultimo velo di un’illusione necessaria, un calore rubato a un mondo che la voleva invisibile.
Entrambi bruciano per non soccombere al freddo (quello dell’anima o quello del corpo) trovando, nella fiamma (alta e impetuosa per l’uno e flebile per l’altra), l’unica via d’uscita verso una libertà che la terra non sapeva concedere.
Se potessimo tendere l’orecchio oltre il rumore dei secoli, sentiremmo lo stesso crepitio unire due solitudini opposte.
È il suono del fuoco che mangia il legno e la speranza. Da una parte, il fumo denso di una condanna che trasforma un eretico in un mito eterno; dall’altra, il bagliore tenue di uno zolfanello che si spegne, portando con sé l’ultima visione di una bambina senza nome. Il fuoco che brucia Bruno è un grido di ribellione; quello della fiammiferaia è un sospiro di conforto. Eppure, in quel preciso istante in cui la luce si fa padrona della scena, entrambi vengono finalmente liberati dal gelo degli uomini.
Il mondo vede la cenere, ma l’anima ha già raggiunto le stelle. (Cit.)
A ben riflettere, Giordano Bruno sale sul rogo circondato da una folla che urla, eppure è l’uomo più solo del mondo. La sua solitudine potremmo definirla come “quella della vetta”: ha guardato l’infinito e ne è rimasto segnato, diventando un corpo estraneo in un secolo che voleva confini certi. Per lui, il fuoco è l’ultimo atto di un dialogo solitario con l’universo: brucia affinché il suo isolamento diventi faro, trasformando il silenzio che gli è stato imposto in un boato che attraverserà i secoli.
Dall’altra parte del mondo, nell’angolo buio di una città (europea, caratterizzata da case con luci accese, strade fredde e innevate e un vicolo dove la bambina si rifugia) che festeggia, la Piccola Fiammiferaia vive una solitudine opposta: quella dell’abisso. La sua non è la scelta di un filosofo ma la condanna di un’ombra. Nessuno la guarda, nessuno la ascolta. La sua fiamma è un muro sottile alzato contro l’indifferenza della gente che le passa accanto senza vederla.
Se Bruno è solo perché sa troppo, lei è sola perché non possiede nulla.
Entrambi sono prigionieri di un freddo che non è solo climatico ma, sembra ormai chiaro, “umano”. Bruno affronta la vampa per non tradire sé stesso; la bambina accende i suoi piccoli legni per non restare sola con la propria fine.
Ma nel momento in cui il fuoco li “libera”, accade il paradosso: il filosofo trova la compagnia della Storia nel cuore di un incendio, mentre la bambina trova il calore della nonna solo nell’istante in cui l’ultima scintilla si arrende al buio.
Le visioni più luminose nascono sempre nel cuore della notte più fonda. (Cit.)
Sono due solitudini che si specchiano: una brucia per restare, l’altra si accende per svanire.
Eppure…
Sola contro l’inverno, Lisetta non possiede che piccoli steli di zolfo. Eppure, proprio come il filosofo cercava la verità oltre le barriere del dogma, la bambina sfida il buio con l’audacia della visione. Ogni fiammifero acceso è un atto di libertà: una stufa d’oro, una tavola imbandita, un albero di luci. Non sono solo allucinazioni del freddo, ma frammenti di quell’Eroico Furore che spinge l’anima a cercare l’infinito quando il mondo terreno si fa prigione.
Quando una stella solca il cielo, il ricordo della nonna si fa ponte verso l’eterno. In quell’ultima, luminosa vampa, Lisetta smette di essere una vittima della miseria per farsi anima universale. Mentre la città si risveglia ritrovando il suo corpo sorridente tra i ghiacci, Lisetta ha già compiuto il suo viaggio: oltre il rogo delle sofferenze umane, è tornata nel calore di un abbraccio dove il tempo non consuma e il freddo non ha più voce.
E, per quanto strano possa sembrare, c’è qualcosa di Lisetta in Giordano Bruno: la pretesa di riscaldarsi a una fiamma che il mondo chiama illusione. Entrambi hanno preferito l’abbraccio dell’Infinito al gelido compromesso di una realtà che li voleva piccoli, muti e sottomessi. Entrambi hanno acceso un fiammifero nel cuore della notte, e in quel breve bagliore hanno visto l’Eterno.
Nel secolo scorso, del fuoco e della candela si è preoccupato molto il filosofo Gaston Bachelard, che ha prodotto un’analisi profonda e originale a cavallo tra psicoanalisi, poetica e fenomenologia.
Il tutto in due opere basilari: “La psicoanalisi del fuoco” (1938) e “La fiamma di una candela” (1961).
Il fuoco è visto come elemento ambivalente (complesso di Empedocle). Elemento vitale e distruttivo, allo stesso tempo. Capace di purificare, ma anche di ardere.
Se pensiamo a Bruno, il fuoco incarna la “sostanza primordiale” dei sogni, che unisce l’istinto di vita (passione e calore) e l’istinto di morte con l’inevitabile distruzione /trasformazione.
Il fuoco, quando lo guardiamo, lascia vagare il pensiero e ci porta nella “reverie”, che è un sogno ad occhi aperti.
La fiamma di una candela, poi, ha un suo iter dinamico, che produce una luce tremolante e precaria, come accade per la vita, per ogni esistenza.
La luce della candela è “cugina” della luce del fiammifero.
Per questo, la piccola fiammiferaia di Andersen, ammaliata ne accende uno per scaldarsi e poi un altro e poi un altro ancora.
Ma ogni fiammifero acceso è una rêverie, un sogno ad occhi aperti. Il sogno come risarcimento del dolore e del freddo della vita.
Ma il freddo di Parigi e il fuoco di Roma non sono confinati nel passato; essi bruciano ancora oggi, ovunque l’indifferenza tenti di spegnere il soffio del creato. Lo sa bene la volontaria “Kate”, i cui occhi si sono fatti specchio di una tragedia antica e sempre nuova: i bracconieri che uccidono per ingordigia. In un pomeriggio in cui il cielo sembrava aver dimenticato la pietà, il segnale di “mortalità” di un radiocollare ha squarciato il silenzio, conducendo i soccorritori davanti a un altare di polvere e sangue: una madre rinoceronte, Regina, abbattuta dall’avidità umana per il suo corno.
Proprio lì, dove il buio sembrava aver vinto, un suono acuto e fragile ha tremato tra l’erba alta. Era il pianto di un cucciolo, una creatura di pochi giorni rimasta sola a guardia di un’assenza immensa. Disidratato, scosso dal terrore, il piccolo stava scivolando in quel sonno bianco che Lisetta conobbe tra le nevi. Ma Kate, in un gesto che avrebbe commosso Bruno, ha rifiutato la resa. Si è seduta nella polvere calda, trasformando il proprio grembo in una culla di fortuna e le sue mani tremanti in un argine contro la morte.
“Bevi, piccolo coraggioso,”
In quel contatto tra la pelle umana e il cuoio ferito dell’orfano, batteva lo stesso “Eroico Furore” del Filosofo: la ribellione della vita che non accetta di essere ridotta a merce o cenere. Quel cucciolo, battezzato Brave, non ha trovato solo un rifugio, ma ha incontrato una scintilla di quella Mente che abita ogni cosa, una carezza che ha trasformato un deserto di morte in un nuovo inizio. Perché Kate, come la piccola fiammiferaia, ha acceso la sua luce nel momento più buio, ricordandoci che ogni vita salvata è un mondo infinito che ricomincia a respirare.

In fondo, Giordano Bruno e la piccola Lisetta non sono che due volti della medesima, indomita speranza. Lui, il gigante del pensiero e lei, la creatura del sogno, ci insegnano che la vera tragedia non è morire nel freddo di una strada o tra le fiamme di un rogo, ma vivere senza aver mai acceso quella scintilla che permette di guardare oltre.
Entrambi sono rimasti soli davanti a una folla che non sapeva vedere: Parigi calpestava i fiammiferi di Lisetta, così come l’Inquisizione cercava di soffocare l’Infinito di Bruno. Eppure, in quell’ultimo istante di vita, entrambi hanno vinto. La cenere di Campo de’ Fiori e il ghiaccio dei vicoli parigini non sono che i resti di ciò che non poteva più contenere la loro vastità.
Il sorriso di Lisetta e il silenzio di Bruno ci ricordano che esiste una patria per l’anima che il mondo non può confiscare. Che sia tra le braccia di una nonna ritrovata o tra gli infiniti mondi di un cosmo vivente, la loro eredità è la medesima: la dimostrazione che basta un piccolo fiammifero — di fede, di ragione o di immaginazione — per trasformare una notte di stenti in un’eternità di luce.
Perché finché l’uomo saprà accendere una visione nel buio, l’inverno non avrà mai l’ultima parola.
E mentre il silenzio avvolge il corpo di Lisetta tra le nevi e il fumo di Campo de’ Fiori si disperde nel vento della storia, sembrano levarsi nell’aria le note immortali di Ennio Morricone. In quel violino che sale, struggente e fiero, il dolore si trasforma in preghiera e il gelo in incanto. È un’armonia che non conosce confini, proprio come gli infiniti mondi di Bruno, e che riscalda il cuore come l’ultima visione della piccola fiammiferaia. In questo spartito invisibile, il sacrificio e il sogno si fondono: la musica ci sussurra che, oltre la soglia del visibile, esiste un luogo dove il fuoco non consuma più la carne, ma crea, per sempre, la vita.
Cari Lettori, buon ascolto in compagnia della suggestiva immagine di copertina che racchiude, in sé, il Simbolismo del Fuoco. l’Infinito di Giordano Bruno, l’Atmosfera “Morriconiana” e la Delicatezza di Lisetta.
DEBORAH’S THEME
“Chi vede l’infinito in una scintilla non temerà mai l’oscurità del mondo.” (Cit.)

Enzo Ferraro – già Dirigente Scolastico, Letterato, Umanista, Politologo

Giorgio Marchese – Direttore “La Strad@”


