Ricorda, la vita è troppo breve per rimandare. Dopo, il caffè si fredda, il sole tramonta, le persone cambiano. E la vita passa. (Cit.)
Paolo Sorrentino, nella sua opera cinematografica del 2004, ci introduce a un uomo che ha trasformato l’imperturbabilità in una prigione. Titta Di Girolamo (interpretato da un grande Toni Servillo) è l’incarnazione del controllo.
Vive da otto anni in un hotel di lusso a Lugano, prigioniero di una routine scandita da sigarette, partite a carte con vecchi nobili decaduti e la consegna settimanale di valigie piene di denaro “sporco”, da portare in una banca compiacente per essere “lavato”.
Titta ha un segreto, una colpa che lo ha reso schiavo della Mafia. Ma il suo vero dramma è un altro: ha deciso di non provare più nulla.
La cosa più frivola che si possa fare dopo i cinquant’anni, è innamorarsi
Per lui, l’amore è diventato un errore di calcolo, un’impurità che sporca la perfezione del suo isolamento.
Ma la vita non è una linea retta.
Sofia, la barista dell’hotel, diventa la variabile impazzita. Guardarla, parlarle, regalarle un’auto acquistata con i soldi dei suoi “carcerieri”, non sono solo gesti romantici: sono atti di guerra contro il sistema che lo tiene in ostaggio.
Titta sceglie di affrontare le conseguenze dell’amore sapendo che saranno letali. La sua ribellione finale (sottrarre l’ultimo carico di denaro per un gesto di dignità) lo conduce dritto, dentro un pilastro di cemento. In puro stile mafioso.
E qui scatta l’equivoco tragico, quello che Sorrentino ruba all’opera di Shakespeare, “Romeo e Giulietta”.
Così come Romeo credendo Giulietta morta si avvelena, Titta affronta la sua fine convinto che Sofia lo abbia abbandonato (e, quindi, tradito nella speranza di poter tornare a vivere d’amore), ignorando che lei è morta proprio nell’auto che lui le ha donato.
L’Amore, in questa visione, è un meccanismo che si inceppa, una tragedia dove il sacrificio non salva l’altro ma finisce di “distruggere” quel che resta del sé.
Sorge allora la domanda: se l’amore porta solo alla polvere o al cemento, vale davvero la pena affrontarlo?
Cari Lettori, per trovare una risposta adeguata, siamo tornati con la memoria a una vecchia storia letta su Internet, talmente delicata che ci è sembrato di osservarla, dal vivo, dalla finestra, proprio nel viale sotto casa nostra.
E allora, cari Lettori, siamo entrati nella sceneggiatura.
Nel posto dove ci siamo ritrovati, non c’era il lusso asettico della Lugano di Sorrentino, ma l’odore di olio esausto e ferro vecchio. Lì c’è un signore che potrebbe essere il Nonno di noi tutti: Franco.
A quasi 80 anni, questo “Nonno” è l’opposto di Titta Di Girolamo. Se Titta è l’uomo dei conti che tornano, Franco è l’uomo delle cose rotte che devono tornare a funzionare. Ha passato la vita in officina e, ora che è in pensione, ha applicato la sua arte di meccanico alle “anime”.
Recentemente, il quartiere ha mostrato il volto riflesso del Mondo buio che stiamo vivendo. Qualcuno ha, addirittura gridato al Mostro!
“Uccide i cani per soldi!”
Effettivamente, il vicinato vedeva cani feroci entrare nel furgone di Franco e non uscire più. Osservavano il suo silenzio e lo scambiavano per colpa.
Quando i Carabinieri sono arrivati, l’atmosfera era quella di un surreale film di cronaca nera.
Però, nel momento in cui il giovane in divisa ha chiesto di aprire il portellone posteriore, la sceneggiatura è cambiata.
Non c’erano gabbie o catene. C’era un materasso pulito e Rex, un rottweiler che prima di incontrare il “Nonno” conosceva solo la rabbia del maltrattamento. Il molosso non ringhiava più. Stranamente, sembrava una “roccia” di calma.

E allora, siamo saliti su quel furgone e ci siamo lasciati condurre fino alla periferia più grigia.
C’è chi fin là non giunge mai e, lì, muore il mondo e la città. Oltre non va, dove anche un cielo è di fango… (Renato Zero)
Giunti a destinazione, abbiamo incontrato un ragazzo che la vita aveva spezzato: un ex soldato, o forse solo una vittima di una violenza troppo grande, con un braccio solo e gli occhi divorati dai fantasmi dell’angoscia e della solitudine. Ci siamo ricordati di noi, quando ci siamo descritti nell’ultimo Editoriale.
Nel momento in cui Rex è sceso dal furgone gli si è seduto accanto appoggiando il muso sulla sua gamba, il “dolore” di quel ragazzo è cessato. È stato un miracolo “laico”, un trapianto di pace.
Se tu conoscessi il dolore di un albero, di un animale o di qualsiasi altra cosa nell’esistenza così come conosci il dolore del tuo corpo, avresti cura di tutto. (Sadhguru)
“Nonno” Franco non è un eroe da cinema. È un uomo che dorme per terra accanto a un cane che ringhia, finché quel cane non impara a fidarsi di nuovo. Spende la sua piccola pensione per cibo e addestratori, e quando il lavoro è finito, quando il “pezzo di ricambio” emotivo è pronto, gli chiede di diventare un dono d’amore.
“Perché lo fai in segreto? Perché lasci che ti insultino?”
È questo che gli abbiamo chiesto, mentre tornavamo a casa.
La sua risposta è stata un’eco rurale della filosofia di Titta… ma con un segno opposto: “Se tutti applaudono, diventa teatro. Io non voglio medaglie. Desidero solo che i più tristi possano dormire col sorriso nei pensieri”
Nonno Franco affronta le conseguenze dell’amore con una certa frequenza, quando risale sul furgone verso il canile, dritto ai box del fondo, dove i cani sono solo cicatrici prive di speranza. Quando si siede sul cemento freddo davanti a un cane terrorizzato e tende la sua mano, aperta…
Ehi, campione. Andiamo piano. Piano piano.
La conseguenza di questo modo di amare non è un pilastro di cemento ma una ciotola vuota nel garage e un buco nel petto che, forse, non si chiuderà mai. Ogni volta che si separa da chi ha tolto dal braccio della morte, perde un pezzo di sé.
Accetta il dolore del distacco e il fango del pregiudizio perché sa che l’amore ha un costo. E, lui, è disposto a pagarlo.
E quindi, cari Lettori, cos’è l’amore? È l’illusione tragica di Romeo, la ribellione suicida di Titta o la fatica silenziosa di Nonno Franco?
L’amore, probabilmente, è una intrinseca conseguenza. Non è il sentimento iniziale, quello è solo l’invito. L’amore vero è ciò che resta dopo che hai accettato di perdere qualcosa. È il coraggio di essere vulnerabili in un mondo che ti vuole di cemento.
Vale la pena affrontare le conseguenze dell’amore?
Secondo noi, cari Lettori, la risposta non può che essere positiva, anche se si si rischia di incorrere in un equivoco. Perché, in fondo, il vero equivoco dell’Amore, se non accetti di rimetterti completamente in gioco, gli esperti lo chiamano “Falsificazione”:
Io voglio che tu sia come, io, ho immaginato che tu sia.
Perché, l’alternativa, è l’hotel di lusso di Titta Di Girolamo: una vita perfetta, pulita, immutabile, ma terribilmente morta.
Omnia vincit amor, et nos cedamus amori – L’amore vince tutto, arrendiamoci anche noi all’amore. (Virgilio)
L’amore per dare il meglio di sé ha bisogno di ostacoli. I personaggi lottano contro tutto e tutti pur di poter stare insieme. L’amore è un vento rapinoso che attiene alla gioventù.
Tutte le opere parlano di amori che vengono interrotti da un dramma.
Ci viene da chiederci: “Che cosa avrebbero fatto Romeo e Giulietta se fossero diventati adulti?”
Avrebbero, con molta probabilità, avuto dei figli e con essi, i problemi di ogni esistenza che vede, con l’avanzare dell’età, offuscarsi ogni beltà.
Nasce talvolta tra due esseri un legame travolgente. Può controllarsi l’amore con la ragione? Pare, nel momento caldo, proprio di no.
Chi ha analizzato l’amore ne è rimasto sempre affascinato e preoccupato.
Ricordiamo quanto dice Guido Cavalcanti in una sua profonda poesia:
L’amore nasce da un ambito che non è filtrato dalla ragione e, per questo, senza possibile vigilanza incendia tutto e sconvolge l’essere che ama.
Le parole e le promesse che si scambiano i due innamorati sono “per sempre”. Per questo, quando uno dei due (uomo o donna che sia) viene meno alla parola data, il mondo dell’altro sembra frantumarsi in mille pezzi.
Lesbia, ad esempio, vien meno al giuramento d’amore e Catullo ne muore di crepacuore.
La parola “sempre” (se non è fatta di tanti “qui” e ora”), purtroppo col tempo si lacera e non offre più saldezza e solidità.
Nelle grandi opere d’arte, l’amore finisce per un equivoco, che si determina per un intervento negativo di terzi o perché, per dirla alla Massimo Troisi, “Si pensava che fosse amore e, invece, era un calesse”.
Nonno Franco ci ha insegnato che la risposta alla domanda iniziale è proprio in questo: l’amore non è quello che tieni stretto. L’amore è l’arte di riparare il mondo…
San Valentino, cari Lettori, non dovrebbe essere la festa di chi si tiene per mano ma, semmai, la ricorrenza di chi, nonostante il dolore delle conseguenze, decide di tendere la mano ancora una volta.
La costruzione di un amore
La costruzione di un amore spezza le vene delle mani
Mescola il sangue col sudore, se te ne rimane
La costruzione di un amore non ripaga del dolore
È come un altare di sabbia in riva al mare
La costruzione del mio amore, mi piace guardarla salire
Come un grattacielo di cento piani o come un girasole
Ed io ci metto l’esperienza, come su un albero di Natale
Come un regalo ad una sposa
Un qualcosa che sta lì e che non fa male
E ad ogni piano c’è un sorriso, per ogni inverno da passare
Ad ogni piano un Paradiso da consumare
Dietro una porta un po’ d’amore per quando non ci sarà tempo di fare l’amore
Per quando farai portare via la mia sola fotografia
Ma, intanto guardo questo amore che si fa più vicino al cielo
Come se dietro all’orizzonte ci fosse ancora cielo
Son io, sono qui
E mi meraviglia tanto da mordermi le braccia
Ma no, son proprio io, lo specchio ha la mia faccia
Sono io che guardo questo amore che si fa più vicino al cielo
Come se dopo tanto amore bastasse ancora il cielo
E tutto ciò mi meraviglia, tanto che se finisse adesso
Lo so, io chiederei che mi crollasse addosso
E la fortuna di un amore, come lo so che può cambiare
Dopo si dice “l’ho fatto per fare” ma era per non morire
Si dice “che bello tornare alla vita Che mi era sembrata finita
Che bello tornare a vedere”
“L’amore è l’occasione unica di maturare, di diventare se stessi, di diventare mondo in sé per amore di un altro.” (Rainer Maria Rilke)

Enzo Ferraro – già Dirigente Scolastico, Letterato, Umanista, Politologo

Giorgio Marchese – Direttore “La Strad@”


