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Esistono persone definite “troppo speciali” per essere amate. Suona come un complimento, ma spesso è una condanna alla solitudine. Per anni ho guardato a questa condizione come a un difetto: pensavo di essere “troppo poco”, un insieme di mancanze e vuoti da colmare. Mi sbagliavo. Forse non è una questione di carenza, ma di eccesso.

L’elevazione che isola

Quando si passa molto tempo in compagnia delle proprie riflessioni, si rischia di “elevarsi” a conclusioni che rendono difficile trovare qualcuno che ci corrisponda. Ho sempre creduto che riflettere servisse a dipanare la matassa dei sentimenti, a prepararmi per un amore che non avevo mai sperimentato. Eppure, citando una nota canzone, mi ritrovo a pensare che “a modo mio avrei bisogno di carezze anche io”.

L’amore come specchio dell’identità

L’amore non dovrebbe servire a tappare buchi nell’anima, ma è un bisogno primordiale che reclama attenzione. Non è una necessità biologica per sopravvivere — respiro, cammino, vivo — ma la sua assenza crea uno squarcio nell’identità.
Senza l’incontro con l’altro, restiamo territori inesplorati. Come possiamo definire i contorni della nostra personalità senza il confronto con la realtà? Senza l’esperienza, rimaniamo un’ipotesi di noi stessi.

Oltre il logorio interiore

Mi sono attribuita colpe per anni: scarsa femminilità, immaturità, eccessiva chiusura. Ma alla fine di questo logorio, cosa resta se non un’amara sensazione di incompletezza? Le solite domande sul mio essere “normale” continuano a insinuarsi.

Oggi, però, sento che non voglio più ribellarmi o torturarmi con i “perché”. Non voglio che il dolore sia l’unico modo per sentirmi viva. La sfida, ora, è capire come giungere a una serena conciliazione con questa parte di me che ancora attende di essere scoperta, amata e, finalmente, vista.

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