Pubblicato su Lo SciacquaLingua
Nella nostra lingua ci sono parole, verbi in particolare, che rivelano molto più di quanto sembri. Alcuni sintagmi verbali mostrano con grande chiarezza un tratto fondamentale dell’italiano: esistono verbi che possono riferirsi esclusivamente a un soggetto umano, perché presuppongono capacità cognitive, intenzionalità o pratiche sociali che appartengono, per l’appunto, solo all’uomo. Quando li incontriamo, la lingua stessa ci ricorda che non tutte le azioni sono universalmente “attribuibili”.
Questi verbi, chiamati antropocentrici, descrivono, infatti, processi mentali complessi che, nella nostra struttura linguistica, non possono essere assegnati a oggetti o animali. “Meditare”, per esempio, implica introspezione e riflessione; un sasso o un computiere (sic!) non possono farlo se non in senso figurato. “Abituarsi” richiede una coscienza capace di adattarsi, mentre “pentirsi” presuppone un giudizio morale sul proprio passato. Perfino “laurearsi”, che potrebbe sembrare un’azione neutra, è in realtà legato a un sistema istituzionale tipicamente umano: università, percorsi di studio, titoli riconosciuti.
Accanto ai processi interiori, esiste poi un’intera serie di verbi che vivono solo all’interno delle relazioni e delle convenzioni sociali. “Sposarsi” o “divorziare” appartengono a un universo giuridico e culturale che nessun animale conosce, se non quando li adoperiamo in modo ironico o metaforico. “Ereditare”, “votare”, “assumere”, “licenziare”: tutti verbi che si reggono su norme condivise, ruoli sociali, istituzioni. Se proviamo a riferirli a un oggetto o a un animale, il risultato è immediatamente figurato.
Anche nel campo della comunicazione, la lingua italiana distingue nettamente tra ciò che gli animali possono fare e ciò che resta prerogativa dell’uomo. Molte specie comunicano, certo, ma “conversare” implica uno scambio verbale articolato, regolato da turni di parola e intenzioni consapevoli. “Bestemmiare” o “imprecare” appartengono a un universo culturale e religioso; “mentire” richiede la volontà deliberata di distorcere la verità, un atto cognitivo che si attribuisce solo a chi possiede piena coscienza delle proprie parole.
Eppure, nonostante questa apparente rigidità, la lingua resta un organismo elastico, capace di piegarsi al gioco della metafora e della personificazione. È proprio in questi slittamenti poetici che i verbi antropocentrici trovano nuova linfa. Quando diciamo, per esempio, che “il cielo sembra pentirsi del temporale”, non stiamo attribuendo davvero un senso morale alle nuvole: stiamo usando un verbo “umano” per colorare un’immagine, per rendere più vivida una scena. La lingua, in questi casi, non tradisce la sua logica, ma la arricchisce, permettendoci di vedere il mondo con sfumature più intense.
I verbi antropocentrici, dunque, non sono soltanto una curiosità grammaticale: sono una finestra sul nostro modo di pensare. Raccontano la centralità dell’essere umano nella nostra visione del mondo, ma anche la nostra capacità di giocare con le parole, di estendere i confini del significato, di trasformare la realtà attraverso la metafora. In fondo, è proprio in questa oscillazione tra rigore e immaginazione che la nostra stupenda e “invidiabile” lingua rivela la sua natura più autentica.
A cura di Fausto Raso

Giornalista pubblicista, laureato in “Scienze della comunicazione” e specializzato in “Editoria e giornalismo” L’argomento della tesi è stato: “Problemi e dubbi grammaticali in testi del giornalismo multimediale contemporaneo”). Titolare della rubrica di lingua del “Giornale d’Italia” dal 1990 al 2002. Collabora con varie testate tra cui il periodico romano “Città mese” di cui è anche garante del lettore. Ha scritto, con Carlo Picozza, giornalista di “Repubblica”, il libro “Errori e Orrori. Per non essere piantati in Nasso dall’italiano”, con la presentazione di Lorenzo Del Boca, già presidente dell’Ordine nazionale dei giornalisti, con la prefazione di Curzio Maltese, editorialista di “Repubblica” e con le illustrazioni di Massimo Bucchi, vignettista di “Repubblica”. Editore Gangemi – Roma.

