Posted on

Cosa avevamo, noi, che i bambini di oggi non hanno più?

Avevamo la noia.

Ma non è una cosa brutta?

Solo in apparenza, perché eravamo costretto a inventare, uscivi, guardavi il cielo,  incontravi qualcuno e, da tutto ciò, scoprivi di poter giocare con niente. Oggi manca la libertà di perdersi in sé stessi e scoprire, senza l’aiuto di un display, chi sei quando non succede niente

Cari Lettori, quanto sopra riportata è la sintesi di uno dei tanti confronti che vedono impegnati due come noi, nei più svariati momenti della giornata.

Effettivamente, eravamo in grado, da bambini, di capitalizzare quel senso di inadeguatezza alla realtà che, per Moravia, era la noia.

Ma, alla luce del cammino percorso in tutti questi anni e di tutto quello che gli occhi hanno osservato e le orecchie hanno ascoltato, avendo da poco riascoltato un vecchio brano di Claudio Baglioni, ci siamo domandati: “Ma, noi e voi, cari Lettori, come stiamo, veramente?”

Riteniamo di poter essere ascritti nell’elenco di coloro che studiano parecchio. 

Non leggiamo tutti i libri che vorremmo, però. Non riusciamo a trovare energia mentale a sufficienza. Ad una certa ora, il nostro cervello reclama la propria libertà dalle costrizioni cui lo sottoponiamo. E allora, dopo aver assorbito molte letture saggistiche (monografie tematiche di approfondimento), ci resta una certa voglia di entrare nelle vite degli altri. Ma non come esperti dei fatti mentali.

Solo per curiosare, in punta di piedi.

Ecco che, nel tempo, abbiamo imparato a dare importanza a quello che passa sotto i nostri sensi durante ogni istante della nostra giornata. E, quando ci riusciamo (in questi ultimi tempi assai poco, in verità), ci perdiamo a piedi, sui monti della Sila, lungo sentieri che non ci trovi nessuno. Sono questi, gli istanti in cui ripercorriamo i momenti salienti della nostra non breve esistenza con, in sottofondo mentale, i brani della nostra gioventù di contestazione costruttiva.

Avevo pochi anni e 20 anni sembran pochi; poi ti volti a guardarli e non li trovi più (F. de Gregori – Bufalo Bill)

Abbiamo imparato, in forza di ciò, a familiarizzare con i testi relativamente moderni dei cantautori impegnati, quelli che sussurrano versi in musica. Ivano Fossati con la sua Notte in Italia, Giorgio Gaber con L’illogica allegria, Francesco de Gregori col meraviglioso Infinito, Rosalino Cellamare (Ron) con Vorrei incontrarti fra cent’anni, Antonello Venditti col suo Giuda, Edoardo Bennato in Un giorno Credi, Samuele Bersani con il Mostro, Pacifico con Le mie parole, Lucio Dalla ne Le rondini.

Come le rondini… Volteggiare sopra i tetti delle città, mescolarsi con l’odore del caffè, fermarmi sul naso della gente mentre leggono i giornali; girare il cielo per fermarsi, ogni tanto a curiosare qua e là , avere il nido sotto i tetti al fresco dei portici e, come loro, quando è sera, chiudere gli occhi… con semplicità. Volare con la polvere dei sogni inseguire ogni battito del cuore, per capire cosa succede dentro e da dove viene, ogni tanto questo strano dolore…

Potremmo pretendere altro?

Quello che ci ha esaltato e tremendamente “complicato” il percorso, è stata la ricerca dell’Esegesi, che ci ha portato all’interpretazione critica di ogni testo al fine di comprenderne il significato.

Ed è quello che abbiamo sempre fatto, fin da piccoli, ogni volta che ci siamo inconsciamente trovati ad analizzare il testo di una canzone, la narrazione di un romanzo (Uomini e topi di John Steinbeck, ad esempio), il video di un film.

Da bambini abbiamo contestato le nostre rispettive madri, per i metodi educativi rigidi. Per quanto legati, a loro, fino alla “fine”, ci siamo emotivamente emancipati molto presto. Eppure, abbiamo riversato molto affetto. E anche loro hanno fatto altrettanto. Forse in misura addirittura maggiore.

Da adolescenti abbiamo incontrato cuori in grado di aumentare il battito del nostro, di cuore. Ma si sa: la maturità di sapersi prendere cura veramente, arriva tardi. Quando, ormai, ti domandi se in quanto hai da offrire, prevalgano i fattori frustranti rispetto agli elementi che, ancora (e nonostante tutto), riscaldano il cuore.

Se ci aggiungiamo che i rapporti familiari (la famiglia d’origine) risentono di fraintendimenti e rancori di antica memoria e che non si può dare di sé, ai propri figli, un’immagine dubbiosa e incerta… ecco che, anche quando ci sentiamo stanchi e avremmo bisogno di una carezza, di uno sguardo dolce o di una parola di conforto… difficilmente ci “consegniamo” più a qualcuno ma, indossiamo la mimetica antiproiettile, calziamo il casco di protezione e ridiscendiamo in quel campo di battaglia che, a volte, è la vita. 

È così che deve andare.

L’esegesi del nome dei nostri quattro figli (due per parte) identifica coloro che, capaci di amare, provano molto dolore per la propria sensibilità. In sostanza, si descrive il valore di una piccola perla. 

Forse è per questo che ci piace ascoltarli, anche quando non ci sono.

Ricordo… memoria… emozione.

Qualcuno sostiene che il ricordo sia un’ombra che non si può vendere, anche nel caso in cui si provasse a comprarla. Ricordo: sostantivo maschile che indica il richiamo dalla memoria di eventi, cose o persone, direttamente dal sottoscala del passato. Memoria: Sostantivo femminile che connota una funzione specifica del rapporto fra mente e cervello, in grado di accumulare informazioni

Il “segreto” del cervello consiste nel valutare le nostre esperienze mentre si verificano e selezionare istantaneamente quali memorizzare (per servirci da riferimento in seguito) e quali, invece, devono essere scartate, in base al “marchio” emotivo con cui sono state impresse.

Allora, forse, è proprio vero che il più bel sogno è quello che vivi ogni istante in cui ti accorgi di poter esercitare la libertà di pensiero, così come il miglior bacio è quello che immagini di restituire al tuo amore e, trattenendo il fiato dall’emozione, quel minuto durerà, per te, una vita intera.

TempoCome cambia il tempo, le cose della vita!

Ma in bene o in meglio? Come sempre, dipende. Ma dipende da cosa? Da quello cui abbiamo rivolto, in maniera prevalente, le nostre attenzioni. Se curi troppo qualcosa, finisci col trascurarne delle altre… e non è detto che non siano altrettanto importanti

Perché, ad un certo punto della nostra storia, cambiamo così tanto? Siamo realmente liberi nel decidere i nostri percorsi di vita?

In linea di massima, la risposta potrebbe essere affermativa nel senso che basterebbe poter scegliere ciò che più piace e verso cui ci sentiamo più “legati”. Nella realtà dei fatti, qualunque attività decidiamo di intraprendere, dovremo sopportare dei costi pur traendone dei vantaggi.

“Il tempo è bastardo… il tempo è amico, il tempo è solo un’idea… che grande bugia! Il tempo non è da buttare via. Il tempo è denaro ma è soprattutto nostro. Il tempo è amore e vita, sangue e passione… follia e poesia, malinconia e ricordo, sogno… il primo bacio, i gradini della scuola, i colori degli alberi a novembre, il Natale, i figli, le strette di mano, il letto da rifare, le fotografie, un amico che non chiama, una casa nuova e i problemi di prima. I discorsi di sempre. Imparare a crescere. Troppo, per una canzone sola. Ma ci si deve provare!” (G. Curreri)

Alla fine di ogni nostra giornata, prima di abbandonarci al piacere di raggomitolarci in un caldo giaciglio, assaporiamo un altro privilegio, dolce e amaro al tempo stesso: ci soffermiamo sull’uscio della stanza di chi abbiamo visto nascere e a cui abbiamo donato il cognome.

Apriamo, con delicatezza, le ante dell’armadio della memoria e vi inseriamo le istantanee dei loro visi assopiti, cercando di inspirare il più possibile di quell’ossigeno d’amore, prima che si trasformi. Ancora una volta. Ecco, questo è uno di quei rarissimi momenti in cui vorremmo fermare le lancette che misurano il tempo e provare a non crescere più. Finchè siamo ancora in tempo. Prima che l’orizzonte degli eventi ci inghiotta in quel buco nero che diventa, prima o poi, il futuro di ognuno.

Un muro, anonimo, uno di quelli che separano spazi concentrati di anime sparse, ciascuna intenta a ritrovare il bandolo di una matassa caduta nel tombino di quel “non luogo” che sono diventate le nostre città… su quel muro, un graffito: C’è differenza, fra l’Inferno e il Paradiso?

Dove inizia il soldato, lì finisce l’uomo. Ma questo combattente, dov’è che porterà i suoi pensieri, se nessuno gli ha insegnato a capire il proprio cuore, per intendere meglio la paura? E se fosse solo un bambino indifeso, costretto ad agire suo malgrado?

E continuiamo a camminare. 

E non sappiamo se è un tramonto o un’alba, quella che ci viene incontro. Forse ci siamo persi. Miliardi di neuroni, a volte, contano meno di un solo palpito nel petto. Chissà come si fa ad aprire la finestra dell’anima, per vedere se c’è una luce che l’illumina! L’anima, quella che, a volte, ci dà un po’ di dolore. Tutte le volte che vogliamo tenerla in gabbia, in mezzo alla gente muta, rassegnata all’idea che una cosa comincia e poi finisce, come una foto che sbiadisce. Fra poche ore, però, viene Domani. Ancora una volta. 

E se, all’improvviso, qualcuno si voltasse, ci guardasse e chiedesse, solo, pace?

Il gatto del mercato del mio quartiere se n’è andato ieri, e quello che è successo dopo mi ha lasciato senza parole. Si chiamava Pepe, perché stazionava sempre vicino al banco delle spezie. Da quasi dieci anni viveva tra quelle corsie, e ogni venditore gli allungava qualcosa: un pezzetto di pollo, una fettina di prosciutto, un avanzo di formaggio. Era diventato rotondo e fiero, la mascotte non ufficiale di tutti.

Ieri mattina si è accoccolato come sempre accanto alla cassetta delle arance di Teresa, ma stavolta il sonno è stato diverso. Non si è più alzato. Il veterinario ha detto che il suo cuore si è fermato semplicemente perché era arrivato il suo momento. In pochi minuti la voce ha attraversato tutto il mercato, da un banco all’altro.

Poi è successa una cosa che non avevo mai visto. Senza neanche parlarne troppo, i commercianti hanno abbassato le serrande per un’ora. Hanno preparato una piccola scatola con dei fiori colorati e acceso qualche candela. Uno alla volta si sono avvicinati per salutarlo, come si fa con un vecchio amico.

Teresa, con gli occhi lucidi, ha detto che Pepe era l’anima del mercato e che le mattine senza di lui non saranno più le stesse. In quel momento ho capito che non era “solo un gatto”: era un punto di incontro, un motivo per sorridere. E vedere tante persone unite per lui mi ha fatto credere un po’ di più nella gentilezza del mondo.

(Post e immagini tratte da “Le fotografie che sono passate alla storia.”

Claudio Baglioni, con la sua struggente “E tu come stai?”, quasi a riprendere la suggestiva immagine di copertina che riporta un reduce del Vietnam senza più Patria né Famiglia, ci sollecita a riflettere su qualcosa di molto importante, di basilare per il termometro della vita.

Ci sono espressioni che a furia di usarle, perdono di intensità e diventano frasi fatte, che escono dalla bocca in automatico e che addirittura sono domande che non presuppongono neanche una vera risposta.

L’espressione “come stai? “ è la più usata tra amici e conoscenti. Di fatto è un modo di attacco che non prevede una risposta ad hoc da parte nostra. Quando ci proviamo, descrivendo un po’ dei nostri “acciacchi”, veniamo quasi subito “costretti” a parlar d’altro o ad ascoltare il bollettino medico di chi aveva posto la domanda.

Che vogliamo dire con questo?

Che ognuno di noi, sostanzialmente pensa solo a sé stesso e quando si informa degli altri, lo fa in automatico, ma non è predisposto ad ascoltare una vera e sincera risposta.

Il prossimo non ci interessa realmente e lo vorremmo presente solo per la realizzazione del “nostro particulare”.

Dovremmo rivolgerci agli altri con:  “E tu come stai?”

L’emotività della loro risposta potrebbe essere da noi condivisa per gioire o trepidare insieme all’Amico, come un Fratello.

Questo modo di agire favorisce la reciprocità e fa scattare una corrispondenza biunivoca che diventa legame amicale vivo e fecondo.

in questo modo, gli altri non sono fuori di noi ma diventano “noi” e paradossalmente, al termine del vertiginoso percorso, il nostro prossimo finiamo con l’essere noi stessi.

Gli altri (è bene insistere su questo!) non sono l’inferno. Rischiamo noi di vederli tali, per mancanza di ascolto.

Non a caso gli antichi latini (che non conoscevano l’amore del Vangelo) aprivano le lettere agli amici con la formula densa di valore:

io sto bene, se tu stai bene

Come ci insegna Agostino “è nel profondo di noi che abita la verità”

In interiore homine habitat

Confrontandoci e amandoci a vicenda, la verità, intesa come autenticità, sarà sempre più vicina, anche se non necessariamente raggiungibile.

Ma è il percorso virtuoso che conta non il traguardo.

L’arrivo è la stasi anelante, a noi interessa il fruttuoso e difficile percorso. Uomini tra uomini.

Se i nostri morti non possono sentire la nostra voce, noi possiamo sentire ancora la loro nella forma residuale di un resto che il tempo non può cancellare mai del tutto. Si tratta di riconoscere il carattere indistruttibile di un resto melanconico che non è però destinato a generare colpa o rimpianto, ma gioia. Perché se c’è in ogni lutto qualcosa di interminabile – inconsolabile, irriconciliabile -, proprio per questo qualcosa è destinato a restare nel futuro, a non morire mai del tutto.  ( Massimo Recalcati)

Solo così, potremo rivolgerci a  quel John Rambo che è un po’ in ognuno di noi, per potergli domandare:

E tu, come stai?

Ho girato e ho rigirato
Senza sapere dove andare
Ed ho cenato a prezzo fisso
Seduto accanto ad un dolore
Tu come stai?
E mi fanno compagnia
Quaranta amiche, le mie carte
Anche il mio cane si fa forte
E abbaia alla malinconia
Tu come stai?
Tu come vivi
Come ti trovi
Chi viene a prenderti
Chi ti apre lo sportello
Chi segue ogni tuo passo
Chi ti telefona
E ti domanda adesso
Tu come stai? (tu come stai?)
Tu come stai? (tu come stai?)
Tu come
Ieri ho ritrovato
Le tue iniziali nel mio cuore
Non ho più voglia di pensare
E sono sempre più sbadato
Tu come stai? (tu come stai?)
Tu cosa pensi
Dove cammini
Chi ti ha portato via
Chi scopre le tue spalle
Chi si stende al tuo fianco
Chi grida il nome tuo
Chi ti accarezza stanco
Tu come stai? (tu come stai?)
Non è cambiato niente no
Il vento non è mai passato tra di noi
Tu come stai?
Non è accaduto niente, no
Il tempo non ci ha mai perduto
Come stai?
Tu come stai? Tu come stai?

“La morte lascia un dolore al cuore che nessuno può guarire, ma l’amore lascia un ricordo che nessuno può rubare” (Cit.)

Enzo Ferraro – già Dirigente Scolastico, Letterato, Umanista, Politologo

Giorgio Marchese – Direttore “La Strad@”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *