“Me ne vado con amore, pace e luce”, diceva un uomo soffocato dall’azoto in Alabama. Due anni dopo, l’umanità non ha trovato né luce né pace ma solo nuovi modi per “raffinare” il buio.
Cari Lettori, eccoci di nuovo davanti al calendario.
È, da poco trascorso il 27 gennaio: il Giorno della Memoria. Una ricorrenza che, col passare dei decenni, somiglia sempre più a un rito di purificazione per coscienze che, il resto dell’anno, restano comodamente sporche.
Abbiamo rispolverato il termine “minchione” un paio d’anni fa
Oggi quel termine non indica più solo l’ingenuo ma, purtroppo, l’intera civiltà globale: un corpo collettivo che si scuote in preda a convulsioni autolesioniste, convinto che celebrare il passato sia un salvacondotto per ignorare il presente.
I più grandi dolori sono quelli di cui noi stessi siamo la causa (Sofocle).
È una verità che risuona come un rintocco funebre mentre abbiamo da poco superato, appunto, il 27 gennaio. Eppure, guardando i telegiornali, sembra che l’umanità non desideri altro che infliggersi, con metodica precisione, il dolore più atroce. Un passo indietro, come quello della maschera ad azoto che soffoca non solo un uomo, ma l’idea stessa di civiltà.
“Me ne vado con amore, pace e luce”, ha detto lui. Noi, invece, restiamo qui, al buio.
Cari Lettori, il Giorno della Memoria non dovrebbe essere una rinfrescata alla coscienza, ma uno specchio in cui scrutare le nostre mostruose incoerenze. Perché se la memoria è, in neurologia, lo strumento per stabilire chi siamo, oggi la nostra diagnosi è una sola: amnesia morale.
Torniamo all’etimologia del termine “Minchione”, quella radice indoeuropea “mat-“, che indica lo scuotimento. Abbiamo già definito chi può essere definito in questo modo così poco gentile: colui che è sciocco, ingenuo, autolesionista.
Ma, oggi, il termine assume una sfumatura globale.
È minchione chi crede che la Storia sia un libro chiuso. È minchione chi pensa che le “nefandezze compiute ai danni degli Ebrei” siano un’esclusiva del passato, mentre oggi l’esercito israeliano – ironia tragica della sorte – riduce Gaza a un cumulo di macerie e carne umana, trasformando le vittime di ieri nei carnefici di un presente senza sbocchi, chiusi in una dialettica di annientamento che non risparmia i bambini, proprio come in quel carro armato di Roberto Benigni (ne “La vita è bella”) che oggi sembra essersi invertito di marcia.
Tante volte uno deve lottare così duramente per la vita che non ha tempo di viverla (Charles Bukowski).
E mentre il fumo delle bombe oscura il Medio Oriente, dall’altra parte del mondo, nelle steppe dell’Ucraina, la Russia ripropone il copione logoro dell’imperialismo cieco, dove i giovani vengono mandati a morire per confini tracciati col sangue. E ancora, volando oltre l’Atlantico, troviamo gli agenti dell’ICE negli Stati Uniti, pronti a braccare esseri umani colpevoli solo di aver cercato una speranza, trattati come numeri in una lista di deportazione che ha echi troppo sinistri per essere ignorata.
Come ha ricordato Marco Belpoliti, parlando di Levi giorni fa su La Repubblica, la vergogna col passare del tempo non è rimasta solo spalmata sugli aguzzini, ma ha sommerso pure i “salvati”.
Come leggiamo ne “La Tregua” di Primo Levi, il criminale fa il suo lavoro come se fosse naturale e necessario. È la vittima fortunosamente sopravvissuta che purtroppo eredita il dramma. Scrive Levi: “E’ la vergogna, che i tedeschi non conobbero: quella che il giusto prova dinanzi alla colpa commessa da altrui e gli rimorde che esista, che sia stata introdotta irrevocabilmente nel mondo delle cose che esistono. E che la sua volontà buona sia stata nulla o scarsa e non abbia valso a difesa “.
Un pugno. Uno di quelli che ti prendono allo stomaco quando capisci che il “Mai più” è diventato “Ancora e ancora”.
Riflettendo sui fiumi di inchiostro (e di “inutili” Bit) per il Giorno della Memoria, si avverte un senso di nausea. Celebriamo la liberazione di Auschwitz mentre costruiamo nuovi muri, nuovi fili spinati, nuove forme di esclusione.
È l’ipocrisia di una Società che piange per ostentazione, come diceva Seneca, ma che ha gli occhi asciutti quando si tratta di fermare i forni crematori invisibili della modernità: l’indifferenza e la geopolitica del cinismo.
Il lavoro creativo è sospeso tra la memoria e l’oblio (Jorge Luis Borges).
Noi oggi abbiamo scelto l’oblio. Abbiamo dimenticato che ogni vittima ha un nome, come i figli descritti dal Rav Moshe Lazar a Cerchiara di Calabria, nel lontano 2012. Non sono numeri, non sono “danni collaterali”, non sono “clandestini”. Sono Sasha dalla erre moscia, sono Martina con le treccine, sono il volto di chiunque finisca sotto un drone o dietro una rete metallica.
Un pugno. Forse ce li stiamo dando da soli in testa, come quando, noi due, da bambini, non riuscivamo a risolvere i problemi di matematica. Ma il problema, oggi, non è la logica: è l’anima.
Nel tradurre” Il processo” di Kafka, Primo Levi resta “folgorato” dalle righe finali del grande romanzo. K. sta per essere ucciso dai due che l’hanno preso in consegna. Mentre gli affondano il coltello nel cuore, per K. “fu come se la vergogna gli dovesse sopravvivere “.
Joseph, col coltello già piantato nel cuore, prova vergogna di essere uomo. E c’è un’altra vergogna più vasta: la vergogna del mondo (Primo Levi)
Prima di salutarci, vorremmo tornare a Eraclito. Se è vero che dallo scontro nasce la vita, è altrettanto vero che il Logos dovrebbe portarci verso un’armonia superiore. Invece, restiamo impantanati nel desiderio di vendetta, che Erich Fromm, definiva radicato nell’uomo ma che non è altro che una confessione di dolore impotente.
La vera crisi non dovrebbe essere tra nazioni, tra eserciti o tra polizie di frontiera. La vera crisi, quella salutare, deve avvenire dentro di noi. Finché non avremo il coraggio di guardare i campi profughi di oggi con lo stesso orrore con cui guardiamo Auschwitz, il 27 gennaio resterà solo una macabra sfilata di buoni propositi non mantenuti.
È arrivato il momento di smettere di essere minchioni, nel senso più autolesionista del termine. È arrivato il momento di abbassare i guantoni e guardare negli occhi l’avversario, per scoprire che, incredibilmente, ha il nostro stesso volto.
Necessariamente.
Ma allora, cari Lettori, dopo aver incassato i colpi di una Storia da cui sembra che non vogliamo imparare nulla, dove possiamo trovare la forza di rialzarci? Esiste una via d’uscita da questo ring insanguinato?
Forse la speranza non risiede nei trattati internazionali o nelle grandi celebrazioni di piazza ma, quasi sicuramente nasce nel momento esatto in cui smettiamo di chiedere all’altro di cambiare e iniziamo, con una fatica immensa, a cambiare noi stessi.
Questo, comporta la capacità di guardare oltre il “numero” impresso sul braccio, oltre il “passaporto” negato alla frontiera o la “divisa” che ci separa, per scorgere, finalmente, la Rosa del cuore di cui ha parlato il Rav Moshe Lazar.
Un pugno, l’ultimo. Quello che non serve a offendere, ma a rompere la corazza di indifferenza in cui ci siamo sigillati.
Se il pensiero di Eraclito fosse effettivamente corretto e l’armonia, di conseguenza, nascesse dallo scontro dei contrari, allora la nostra “crisi interiore” potrebbe diventare il grembo di un’umanità nuova. Una speranza che non è ottimismo ingenuo ma la scelta consapevole di non farsi contagiare dal livore.
La vendetta sarà pure una “confessione di dolore”, ma il perdono e l’empatia sono confessioni di forza.
C’è una bellezza ostinata nel fatto che, nonostante i tentativi di soffocamento (siano essi con l’azoto in Alabama, con le bombe a Gaza o con il gelo dell’indifferenza ai confini), la vita continua a reclamare il suo spazio. Continua a nascere, a ridere, a chiamare ogni figlio per nome.
Che il nostro impegno, per questo Giorno della Memoria 2026, allora sia quello di diventare “sensibili” non dopo trent’anni di braccio della morte ma oggi stesso, mentre siamo ancora nel pieno del combattimento.
Rialziamoci. Non per colpire ancora, ma per abbracciare quella complessità che ci rende umani. Perché, in fondo, l’unica vera vittoria sul male non è annientare l’avversario, ma renderlo inutile, trasformando lo scontro in incontro.
Magari, come quel vecchio pugile che riconosce nell’altro lo stesso sudore e lo stesso sangue, potremo finalmente dire, con voce ferma: “Non siamo numeri. Siamo gioie irripetibili”.
E questa, cari Lettori, è l’unica memoria che valga davvero la pena di rievocare.
Il canto “Alleluia” esprime principalmente lode, gioia e trionfo verso Dio (dal significato ebraico Hallelu-Yah, “Lodate il Signore”) ed è centrale nella liturgia cristiana (specialmente nel periodo pasquale) ma, nella celebre canzone di Leonard Cohen, si espande per includere la complessità dell’esperienza umana, tra amore, fede, peccato, disperazione e redenzione, mostrando che esistono “alleluia” sia sacri che profani, perfetti e infranti, tutti degni di affermazione.
La versione che vi proponiamo, in conclusione di questo Editoriale, ha una tensione emotiva altamente simbolica: un “cieco” che mostra a una bambina (richiamando la suggestiva immagine di copertina) un’umanità che cade ma che prova ancora a cantare. E a sperare.
“Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre.” (Primo Levi)

Enzo Ferraro – già Dirigente Scolastico, Letterato, Umanista, Politologo

Giorgio Marchese – Direttore La Strad@


