I tramonti, per essere belli, hanno bisogno di cieli nuvolosi (Cit.)
Cari Lettori, all’interno di questa frase è racchiuso il paradosso del nostro tempo. Ma cosa accade quando le nuvole non lasciano più spazio al sole? Cosa succede quando il cielo non è un passaggio, ma una coltre grigia e perenne?
In questo scorcio di 2026 (già pesante e logoro, sotto i colpi delle cattive notizie), ci troviamo immersi in quella che potremmo definire “La sindrome dell’adattamento perpetuo”.
Quello che vi abbiamo appena proposto, non è un termine clinico ufficiale (i manuali parlano, più tecnicamente, di Disturbo dell’Adattamento) ma è una condizione che noi, pur non più giovanissimi, sentiamo pulsare sotto la pelle con la stessa intensità di quando, da ragazzi, manifestavamo nella speranza di un Mondo migliore.
È l’incertezza cronica, che sta riscrivendo la nostra psiche.
Dalle tensioni geopolitiche alle mutazioni del lavoro dettate dall’Intelligenza Artificiale, non viviamo più “emergenze” isolate e temporanee ma, purtroppo, uno stato di crisi permanente.
Possiamo definirci come dei funamboli che hanno smesso di guardare la meta per concentrarsi solo sul non cadere e dimenticando che, il filo, a forza di vibrare, prima o poi si spezza.
Cari Lettori, per comprendere questo disagio, proviamo a muoverci lungo tre direzioni, ripetendo l’esperimento che abbiamo proposto già nel nostro Editoriale sull’Epifania.
“Dall’ipervigilanza all’anedonia sociale”
Il nostro sistema nervoso è progettato per picchi di stress brevi. La cronaca moderna, invece, ci impone una sorta di “finestra di tolleranza” sempre più stretta. Ci troviamo, quindi, in uno stato di iper-vigilanza costante, alimentato da un flusso di notizie che non concede tregua. L’effetto produce un appiattimento emotivo, un’anedonia sociale: per difenderci dal troppo rumore, ci ritiriamo nel privato. È quel “distacco difensivo” che trasforma la Società in un arcipelago di solitudini.
L’inferno è l’incapacità di amare. (Fëdor Dostoevskij)
“Il paradosso della resilienza e l’ombra luminosa di Milton Hershey”
E’ dall’invasione pandemica del COVID che ci invitano a essere “resilienti”. Il fatto è che la mente umana ha bisogno di una base sicura per evitare di generare sensazioni di “frammentazione”. Qui emerge, come un faro, la figura di Milton Hershey. Immaginiamo quest’uomo nel 1903. Un milionario con una villa di 43 stanze spaventosamente silenziose. Kitty, sua moglie, non riusciva ad avere dei figli. In un mondo che gli suggeriva di rassegnarsi e gli “impediva” l’adozione di un erede, Hershey fece a pezzi il copione. Non scelse di “adattarsi” al vuoto, ma di trasformare quel vuoto in un abbraccio collettivo. Fondò una scuola per orfani e disse a ciascuno di loro: “Questa non è carità. Questa è famiglia”.
Il mondo ci spezza tutti quanti, ma solo alcuni diventano più forti nei punti in cui sono stati spezzati. (Ernest Hemingway)
“L’eredità come cura al senso di impotenza”
La risposta allo stress non è l’isolamento, ma la costruzione di senso. Nel 1918, Hershey mise in atto l’impensabile: trasferì l’intero impero delle sue fabbriche di cioccolato a un Fondo Fiduciario che si occupasse della “sua scuola”. Donò la sua stessa villa affinché non restasse mai più vuota.
Chi pianta alberi, sapendo che non ne mangerà mai i frutti, ha iniziato a capire il senso della vita. (Tagore)
Milton Hershey morì nel 1945, a 88 anni. Non circondato dal lusso, ma da fotografie di studenti che avevano costruito le proprie vite grazie a lui.
E, allora, la storia divenne ancora più grande. Oggi, più di 2.100 bambini vivono e studiano alla Milton Hershey School. Completamente gratis. Case in stile familiare, assistenza medica, istruzione e, soprattutto, sogni, cui fanno seguito, solide Realtà.
Tutto finanziato da quel Trust che, oggi, gestisce oltre 17 miliardi di dollari.
Ogni tavoletta di cioccolato che possiamo trovare sugli scaffali dei supermercati, trasforma una parte dei suoi profitti in infanzia per chi, altrimenti, non ne avrebbe mai avuta una.
Milton Hershey è morto decenni prima della nascita di questi bambini eppure, ognuno di loro, dimostra che l’amore non ha bisogno di condividere il DNA.
Non importa chi fosse mio padre. Ciò che conta, è chi mi hanno spiegato che è stato. (Cit)
Cari Lettori, nel campus della scuola c’è una statua. Non ritrae un magnate, ma un uomo inginocchiato accanto a un bambino, con una mano sulla sua spalla. Non un ricco davanti a un orfano, ma un padre davanti a suo figlio.
La maggior parte dei miliardari si crogiola nella propria ricchezza (come ci fa vedere Walt Disney quando disegna Zio Paperone che fa tirare a lucido i suoi tre acri cubici di denaro al nipote Paperino) e lascia (come sigillo di potere che nessun conflitto edipico potrà mai rompere) fortune ai figli biologici.
Lui, il nostro Milton Hershey che, di figli, non ne ebbe nessuno, lasciò tutto a chi non avrebbe ereditato nulla.
Cari Lettori, se l’incertezza del 2026 sta riscrivendo la nostra psiche, l’esempio di Hershey ci ricorda che l’eredità non è ciò che accumuli ma ciò che continua a vivere, di te, soprattutto quando, tu, non ci sarai più.
Il cioccolato, come si sa, ha un gusto delizioso ma, ciò che Milton Hershey ha saputo costruire con il suo dolore è il retrogusto ancora più buono, che sa di bontà fuori dal comune.
E allora, cari Lettori, forse la cura alla nostra stanchezza cronica risiede proprio in questa semplice ricetta: smettere di adattarci al buio e ricominciare a edificare, un mattone alla volta, qualcosa che sopravviva alla nostra stessa paura.
Allora, Si
Lunedì
Mi lasciasti in quell’angolo così
Gli occhi fissi sulle tue parole
Non ti serbo rancore ora
Lunedì
Mi tenevi stretto fra i libri di scuola
Fra i palazzi vecchi di questa città
Che mi dà emozione ancora
E allora sì
Che vale ‘a pena e vivere e suffri’
E allora sì
Che vale ‘a pena e crescere e capi’
Credere ancora all’amore
Farsi portare un po’ di più
Oppure è tutta suggestione questa vita
Questa vita
Lunedì
Cerco Enrico, ma Enrico non si trova
Forse è a casa oppure in autostrada ancora
Noi che corriamo troppo
In questa solitudine
E allora sì
Che vale ‘a pena e vivere e suffri’
E allora sì
Che vale ‘a pena e crescere e capi’
Credere ancora all’amore
Farsi portare un po’ di più
Oppure è tutta suggestione questa vita
Questa vita
“La vera generosità verso il futuro consiste nel donare tutto al presente.” (Albert Camus)

Enzo Ferraro – già Dirigente Scolastico, Letterato, Umanista, Politologo

Giorgio Marchese – Direttore “La Strad@”


