I bambini ti danno tutte le gratificazioni di cui abbiamo bisogno. Devi essere sincero con loro perché loro lo sono con te. (Cit.)
Cari Lettori, ad osservare (e ad ascoltare) le informazioni dei fatti del mondo e che ci aggrediscono in ogni momento, sembra di essere tornati indietro nel tempo, quando il filo conduttore dell’esistenza era legato al monito: “Ricordati che devi morire!”
Sei ancora quello della pietra e della fionda, uomo del mio tempo… (Salvatore Quasimodo)
E, in effetti, dall’inizio di quella che molti chiamano “L’era di Trump” tutto appare molto più ammantato di disillusione: c’è assenza di ogni più piccola forma di accorta e opportuna delicatezza e rispetto.
Anche prima le cose non è che andassero diversamente ma, almeno, si applicava il principio del “facciamo finta che” o del falso perbenismo sintetizzato nel titolo di un’opera cinematografica del 1976 (diretta dal regista ungherese Miklós Jancsó): “Vizi privati e pubbliche virtù”
Continuando a passeggiare nella galleria dei ricordi, sempre nel 1976 esce “Todo Modo”, tratto dall’omonimo romanzo di Leonardo Sciascia, in cui Elio Petri e Gian Maria Volontè delineano un ritratto degli uomini di potere della Democrazia Cristiana all’interno di un Paese in piena crisi.
E allora, con quel “cattivone” di Trump, cos’è cambiato?
Il modo di presentare le cose.
E torniamo alla riflessione con cui abbiamo aperto questo Editoriale: “I bambini ti danno tutte le gratificazioni di cui abbiamo bisogno. Devi essere sincero con loro perché loro lo sono con te”
Sosteneva un Saggio che il Bambino è, al tempo stesso, il “Padre” e la “Madre” dell’Essere Umano. In lui è contenuto tutto ciò che saremo e che deve venir fuori, alla stregua di quel capolavoro che sarà scolpito dal blocco di marmo che lo “contiene” e lo “nasconde”.
Lo scultore è rappresentato dalla funzione genitoriale (Materno e Paterno) che si dovrebbe occupare di proteggerci dall’angoscia del nuovo, di presentarci un mondo nel quale saremo capaci di vivere e di diventare autonomi pur nel rispetto delle regole.
Fintanto che non saremo forti abbastanza, le figure genitoriali costituiranno dei riferimenti di protezione e sicurezza ed è per questo che anche da adulti identificheremo queste rassicuranti “autorità” nelle figure istituzionali (un Professore, un Medico, un Prete, un Politico di cui poterci fidare, la Magistratura, il Presidente della Repubblica, la Pubblica Sicurezza, etc.) sulle quali riporremo speranza e fiducia.
Il bello del figlio è che ti viene incontro sorridendo (Cit.)
Sentirsi importanti per chi rappresenta il nostro futuro (le nuove generazioni) è quanto di più gratificante possa esistere perché ci fa capire che siamo un riferimento credibile per chi verrà dopo di noi, affinché tutto cambi in meglio.
È vero che la Madre, dopo aver “illuso” il bambino con l’idea di un mondo perfetto apre la finestra della realtà effettiva ma, questa azione (che avviene nel momento più idoneo), è finalizzata a una esplorazione di sé, attraverso il cammino verso ciò che sta fuori di noi.
Purtoppo, questo fisiologico viatico non avviene per tutti e nella maniera più corretta. Infatti, alcuni sentono il bisogno di ripercorrerlo attraverso simbolici percorsi introspettivi e/o mistici come, per esempio, il cammino di Santiago: (ri)scoprire sé stessi (ri)conoscendo tutto quello che ci circonda.
Se la disillusione è violenta, il trauma disorganizzativo condizionerà il funzionamento della nostra personalità, creando paura, chiusura e rabbia.
Friederik Nietzsche ne “la distruzione delle certezze” prova a descrivere il tramonto dei valori assoluti e delle verità che, per millenni, hanno dato ordine e significato alla vita umana.
La morte di Dio (la fine del poter credere in lui), il tramonto della metafisica (senza più poter credere in un aldilà migliore), il Nichilismo (come conseguenza della scoperta che nulla è vero).
La risposta, secondo Nietzsche, era la figura dell’Oltreuomo (individuo capace di scoprire, da solo, Verità e Valori, senza affidarsi a Dogmi) che, però, qualcuno ha interpretato male generando il concetto di “Superuomo”, con tutti i danni che ne sono conseguiti.
Importante ricordare, comunque, che Oltreuomo e/o Superuomo nascono dalla paura.
E in tutto questo, il “nostro” (si fa per dire) Donald Trump come si pone?
La personalità di Donald Trump è continuamente oggetto di numerosi studi da parte di esperti di salute mentale e analisti politici.
Volendo sintetizzare i principali tratti psicologici, potremmo riportare il Narcisismo patologico (con il bisogno costante di ammirazione, in una visione grandiosa di sé e un’estrema suscettibilità alle critiche) e il Solipsismo (che porta ad avere come unico punto di riferimento sé stesso, mostrando una “cecità emotiva” verso gli altri, che si considerano in funzione dei propri bisogni)
Alcuni autori anglosassoni descrivono una sorta di “Triade Oscura”: Narcisismo (con senso di onnipotenza e ricerca di prestigio); Machiavellismo (con propensione alla manipolazione e all’inganno); Psicopatia e Antisocialità (per via di comportamenti impulsivi, spregiudicatezza, mancanza di rimorso e difficoltà a conformarsi alle norme sociali o legali)
La psicoanalisi lo definirebbe “uomo episodico”, capace di vivere esclusivamente nel momento presente, senza una narrazione interna coerente che colleghi passato, presente e futuro. Questo spiegherebbe la sua capacità di cambiare versioni dei fatti o smentire sé stesso, senza percepire alcuna contraddizione interna o senso di colpa.
Ricordati che, quando siedi di fronte a uno Yankee questo, prima ti dà un pugno per traumatizzarti e, poi, con sguardo beffardo ti invita alla negoziazione (Sergio Marchionne)
Ma, cari Lettori, nessuno “nasce” cattivo ma, semmai lo diventa come conseguenza di una serie di traumi disorganizzativi.
E il “povero” (senza ironia) Donald, che famiglia ha avuto? Com’è cresciuto?
Il Padre Fred: modello di successo e spietatezza che divideva il mondo in “vincitori” (killers) e “perdenti”. Una sorta di sociopatico borderline “ad alto funzionamento” con assenza di empatia, che annichiliva ogni espressione di vulnerabilità o bisogno emotivo, considerandoli insopportabili segni di debolezza.
Il fratello maggiore, Fred Jr.: non riuscendo a conformarsi alle aspettative del padre, morì di alcolismo a 43 anni.
La Madre, Mary Anne MacLeod: per gravi problemi di salute fu fisicamente ed emotivamente assente per lunghi periodi durante l’infanzia di Donald.
Donald è il quarto di cinque figli. Mentre la sorella maggiore Maryanne diventa un Giudice Federale, lui riveste il ruolo di principale erede dell’ambizione paterna nel settore immobiliare e, avendo assistito alla distruzione emotiva del fratello maggiore, inconsciamente sceglie di adottare i tratti aggressivi del padre per evitare di diventare, ai suoi occhi, un “perdente”. In più, come lui stesso ha ammesso, il fratello minore Robert incarnava i tratti “gentili”, permettendogli di interpretare il ruolo del “cattivo” necessario per gli affari della famiglia.
In questo contesto familiare, la spregiudicatezza non è solo una scelta strategica, ma un tratto adattivo appreso, necessario a sopravvivere in un ambiente dove la Gentilezza era punita e il Potere era l’unico valore riconosciuto come tale.
Ogni istante, per Donald Trump, è una battaglia a sé stante per la vittoria. Con l’angoscia di non riuscire mascherata dal delirio di onnipotenza.
Non a caso, lo scrittore Jonathan Safran Foer, in una intervista a “la Repubblica”, ha giustamente parlato di fallimento morale del potere americano.
Egli auspica una resistenza e, acutamente, osserva che dovremmo riscoprire dentro di noi il sentimento della compassione: “Se riusciamo ancora a piangere onestamente invece di far finta di niente, allora il cambiamento è possibile”
Un anno di tenebre, dunque, ci attende con, qua e là, qualche fioca luce?
Eppure, cari Lettori, tra poco si svolgeranno le Olimpiadi invernali, in Italia, un momento che dovrebbe affratellare atleti di ogni parte del mondo.
In questo momento, di fatto, appare come una manifestazione di pace “ipocrita”. Ma perché sono nate le Olimpiadi e, soprattutto, cosa dovrebbero rappresentare ancora oggi?
I Giochi Olimpici antichi nacquero nel 776 a.C. nella città sacra di Olimpia, in Grecia, con scopi prevalentemente religiosi e culturali: Onore a Zeus (i giochi si tenevano ogni quattro anni in onore di Zeus, re degli dèi); Identità Greca (rafforzavano l’identità culturale comune delle varie città-stato greche che, spesso, erano in conflitto tra loro, unendole sotto un’unica lingua, religione e cultura); la Tregua Sacra (prima e durante i giochi, veniva proclamata una tregua sacra in tutta la Grecia per permettere ad atleti e spettatori di viaggiare verso Olimpia in sicurezza, sospendendo temporaneamente tutte le ostilità); Valori Educativi (Oltre alla competizione, i giochi promuovevano l’ideale greco di armonia tra facoltà intellettuali e fisiche, preparando i cittadini alla vita pubblica e militare)
Le Olimpiadi Moderne: Pace e Fratellanza?
I Giochi Olimpici moderni furono reintrodotti alla fine del XIX secolo per iniziativa del barone francese Pierre de Coubertin, che intendeva far rivivere lo spirito e gli ideali dell’antichità.
Ideale di Pace, valore Educativo dello Sport, simbolo di Inclusione (i cinque anelli intrecciati della bandiera olimpica, disegnati da De Coubertin, simboleggiano l’unione dei cinque continenti e l’universalità dello spirito olimpico); rinascita dello Spirito.
In sintesi, cari Lettori, le Olimpiadi sono nate dal desiderio di creare uno spazio, sacro o laico, dove la competizione atletica possa trascendere le divisioni politiche e militari, celebrando l’eccellenza umana e l’unità universale.
È ovvio che “i Giochi” non risolveranno le guerre, ma ci ricorderanno che un mondo diverso è possibile. Quando “le luci” si spegneranno, le guerre saranno ancora lì ma, per due settimane, avremo avuto la prova che l’umanità può scegliere la strada della competizione leale anziché quella della distruzione.
Friederik Nietzsche distingue tra un nichilismo passivo (caratterizzato da angoscia e vuoto) e un nichilismo attivo, in cui l’individuo distrugge consapevolmente le vecchie certezze per fare spazio a nuove possibilità.
Quindi, probabilmente il 2026 non sarà l’anno della pace ma, certamente, potrà diventare l’anno capace di ricordarci il suo costrutto e la sua “bellezza”.
Cari Lettori, non è facile terminare un lavoro come quello di oggi perché il rischio di svilirne il contenuto attraverso inutili ridondanze è veramente alto.
Allora, partendo dall’immagine di copertina che mostra un Trump con l’espressione del bambino che ha cecato di seppellire, vorremmo salutarvi con il monologo finale di un bel film intitolato “noi e la Giulia”: una delicata passeggiata emotiva che offre la speranza di un presente che è già capace di essere migliore.
E chissà che quel Trump in copertina (che ha l’espressione di chi ha visto la morte venire a prenderlo) non riesca a perdonarsi per aver così maltrattato il bimbo del tempo che fu e la smetta di angosciarsi per non aver potuto (nonostante tutto) raggiungere le perfide aspettative paterne.
Noi e la Giulia
Siamo nati con le mani piene, per questo da neonati stringiamo i pugni, perché abbiamo i doni più meravigliosi che si possano desiderare: l’innocenza, la curiosità, la voglia di vivere.
Poi, però, veniamo allevati nel timore di Dio, quindi non possiamo farcene una colpa se abbiamo timore anche di tutto il resto.
Siamo cresciuti con il mito del posto fisso, della carriera e del successo: per questo ci sentiamo sempre poveri e inadeguati. Stiamo scappando perché non ci hanno dato le armi giuste per resistere. E quando scopriamo che la nostra squadra del cuore non ci ricambia, che la nostra amica Banca si ricorda di noi solo se andiamo in rosso, che il lavoro della nostra vita, la nostra vita la vuole tutta, ci sentiamo sconfitti.
Ci sarebbe bastato poco, tipo avere dei sogni davvero nostri, partoriti dalle nostre ambizioni e non dalla sala riunioni di una multinazionale; tipo imparare a richiudere i pugni, come da neonati, per tenere stretta in mano la nostra vita, adesso saremmo un gruppo di normalissimi esseri umani che se la fanno sotto dalla paura ma che hanno le palle per girare la macchina e tornare indietro.
Invece, noi, siamo fermi qui, insieme: noi e la Giulia. Però, chissà, la nostra storia non è ancora finita e questa giornata, poi, è appena iniziata.
” I bambini sono innocenti e amano la giustizia mentre, la maggior parte degli adulti, è malvagia e preferisce la misericordia” (Cit.)

Enzo Ferraro – già Dirigente Scolastico, Letterato, Umanista, Politologo

Giorgio Marchese – Direttore “La Strad@”


