Pubblicato su Lo Sciacqualingua
Il linguaggio non vive soltanto di parole pronunciate. Esiste una dimensione più sottile, fatta di segni, di presenze invisibili, di vibrazioni che non hanno voce ma che comunicano con forza. È in questo spazio che nasce sussurranza, termine che cattura la qualità di ciò che parla senza parlare, che trasmette senso senza bisogno di suono.
Il neologismo si costruisce su sussurro, voce bassa e discreta, e sul suffisso -anza, che indica qualità o condizione. Sussurranza è dunque la condizione del sussurrare, ma traslata dal piano fonico a quello simbolico: non il bisbiglio reale, bensì la sua aura comunicativa.
La sussurranza è la capacità di un elemento muto – vento, memoria, oggetto, paesaggio – di trasmettere un messaggio. È la comunicazione silenziosa che si percepisce più con l’anima che con l’orecchio. Non è rumore, non è parola: è presenza che si fa segno.
In Ovidio, il bosco che “mormora” accompagna la metamorfosi: la natura parla senza voce. In Leopardi, la “voce della natura” è sussurranza pura, un dialogo silenzioso con l’uomo. In Montale, il “male di vivere” si manifesta attraverso immagini mute: il rivo strozzato, la foglia secca (che comunicano senza dire).
Il vento che scuote le tende e sembra portare un messaggio, una fotografia che evoca ricordi senza bisogno di parole, il silenzio di una stanza vuota che “dice” più di mille discorsi, persino un oggetto dimenticato in tasca – un biglietto, una chiave – che parla di un passato senza voce: sono tutte forme di sussurranza quotidiana.
La sussurranza è la lingua segreta delle cose mute. È il vento che parla, la memoria che risponde, l’assenza che diventa presenza. In un mondo saturo di parole, essa ci ricorda che il silenzio può essere eloquente e che ciò che non ha voce, spesso, comunica più profondamente di ciò che grida.
A cura di Fausto Raso

Giornalista pubblicista, laureato in “Scienze della comunicazione” e specializzato in “Editoria e giornalismo” L’argomento della tesi è stato: “Problemi e dubbi grammaticali in testi del giornalismo multimediale contemporaneo”). Titolare della rubrica di lingua del “Giornale d’Italia” dal 1990 al 2002. Collabora con varie testate tra cui il periodico romano “Città mese” di cui è anche garante del lettore. Ha scritto, con Carlo Picozza, giornalista di “Repubblica”, il libro “Errori e Orrori. Per non essere piantati in Nasso dall’italiano”, con la presentazione di Lorenzo Del Boca, già presidente dell’Ordine nazionale dei giornalisti, con la prefazione di Curzio Maltese, editorialista di “Repubblica” e con le illustrazioni di Massimo Bucchi, vignettista di “Repubblica”. Editore Gangemi – Roma.

