Pubblicato su Lo Sciacqualingua
Il gerundio è uno dei sintagmi verbali più affascinanti e al tempo stesso più frainteso della nostra lingua. Spesso relegato a un uso marginale o addirittura stigmatizzato nelle scuole elementari, dove si insegnava che non andava mai posto all’inizio di una frase, esso merita invece di essere riscoperto nella sua ricchezza e nella sua funzione autentica. Il gerundio, infatti, non è un vezzo stilistico né un errore di costruzione: è una forma viva, utile e perfettamente legittima, che accompagna il discorso con sfumature di continuità, simultaneità e modalità.
La sua origine risale al latino gerundium, derivato dal verbo gerere (“portare, compiere”), e indicava un modo verbale usato per esprimere l’idea di un’azione in corso o necessaria. Nell’italiano contemporaneo il gerundio conserva questa impronta: è la forma verbale che, più di tutte, suggerisce un’azione che si svolge mentre un’altra avviene, oppure che ne specifica la modalità. È, insomma, il tempo della contemporaneità e della connessione.
Il significato del gerundio è chiaro: serve a legare due azioni senza bisogno di congiunzioni esplicite, creando un flusso naturale e scorrevole. Dire, per esempio, “camminando per la città, ho incontrato un vecchio amico” significa che l’incontro è avvenuto mentre si camminava, e la frase risulta compatta, elegante, priva di ridondanze. È proprio questa capacità di condensare e di rendere fluido il discorso che fa del gerundio uno strumento prezioso.
Il suddetto sintagma verbale (gerundio) si costruisce con la radice del verbo seguita dalla desinenza -ando (per i verbi della prima coniugazione) e -endo (per la seconda e la terza). Può essere semplice (“parlando”, “scrivendo”) o composto (“avendo detto”, “essendo partito”), e si adopera per esprimere:
- la contemporaneità: Stava leggendo ascoltando la musica;la modalità: Ha risolto il problema pensando con calma;la causa o la condizione: Non avendo studiato, non superò l’esame.
È importante sottolineare, in proposito, che non esiste alcuna “legge grammaticale” che vieti/a di cominciare una frase con il gerundio. L’idea che fosse un errore nasce da un approccio scolastico semplificato, volto a evitare costruzioni complesse nei primi anni di apprendimento. In realtà, aprire una frase con il gerundio è non solo corretto, ma spesso efficace: “Passeggiando lungo il fiume, mi venne in mente una poesia” è una costruzione limpida e perfettamente legittima.
Il gerundio, dunque, non è un intruso né un vezzo da evitare: è una forma che arricchisce la lingua, che permette di intrecciare le azioni e di rendere il discorso più naturale. Riscoprirlo significa liberarsi da vecchi pregiudizi scolastici e restituire al parlato e allo scritto una delle sue risorse più duttili e scorrevoli. In fondo, è proprio “adoperandolo” che se ne comprende la forza.
A cura di Fausto Raso

Giornalista pubblicista, laureato in “Scienze della comunicazione” e specializzato in “Editoria e giornalismo” L’argomento della tesi è stato: “Problemi e dubbi grammaticali in testi del giornalismo multimediale contemporaneo”). Titolare della rubrica di lingua del “Giornale d’Italia” dal 1990 al 2002. Collabora con varie testate tra cui il periodico romano “Città mese” di cui è anche garante del lettore. Ha scritto, con Carlo Picozza, giornalista di “Repubblica”, il libro “Errori e Orrori. Per non essere piantati in Nasso dall’italiano”, con la presentazione di Lorenzo Del Boca, già presidente dell’Ordine nazionale dei giornalisti, con la prefazione di Curzio Maltese, editorialista di “Repubblica” e con le illustrazioni di Massimo Bucchi, vignettista di “Repubblica”. Editore Gangemi – Roma.

