Non mi toccare perché ti odio ma non cancellarmi perché ho bisogno di rimanerti in testa il tempo di sfatare il sogno e riderò finchè non passa e ti capisco, perché è la stessa malinconia di quando tutto torna e niente resta… (Giordana Angi)
Non un vuoto, ma un’eco. Non un addio ma, piuttosto, una risata che continua a risuonare, che si fa spazio tra i rumori di Roma che trema al suo ricordo.
Tutto questo, per riflettere sul fatto che un uomo solo può “essere”, allo stesso tempo, un teatro intero.
Cari Lettori, è quasi pleonastico affermare che la scomparsa di Gigi Proietti abbia lasciato un vuoto incolmabile nel panorama culturale italiano. Un artista poliedrico, un “mattatore” nel senso più completo del termine, capace di spaziare dal teatro classico alla commedia, dal cinema al doppiaggio, con una maestria rara e un carisma magnetico.
La sua arte, che affonda le radici nella tradizione, trova linfa vitale in un’umanità profonda e genuina, che traspare in ogni sua performance, fino alle ultime apparizioni.
Il talento di Gigi Proietti, in fondo, non si è basato solo sulla capacità di riempire una scena, ma di insinuarsi nella memoria collettiva, in quella risata contagiosa che fa da ponte tra il lazzo popolare e la lezione del grande Petrolini.
E, infatti, spesso (forse anche troppo) si è parlato di lui proprio come l’erede naturale di Ettore Petrolini. Un’associazione che lo stesso Proietti ha accolto con rispetto ma, anche, con la sua proverbiale autoironia.
Mi dicono sempre… discendi da questo, da quest’altro… ma io discendo solo dalle scale de casa mia (Gigi Proietti, citando Ettore Petrolini)
Questa battuta racchiude l’essenza del suo approccio con il Maestro: un’ammirazione sconfinata che lo porta a dedicargli lo spettacolo “Caro Petrolini” nel 1983 ma, anche, la consapevolezza della propria, unica, identità artistica.
A dirla tutta, c’è qualcosa di intrinsecamente contraddittorio in Gigi Proietti e, in questa contraddizione risiede la sua immensa grandezza.
È stato un mattatore con la rara capacità di farsi “piccolo”, quasi invisibile, per lasciare che a parlare fosse il personaggio. È, di fatto, il continuatore di una tradizione (come abbiamo detto, quella di Petrolini) ma, al tempo stesso, un innovatore capace di portare il Teatro nei salotti delle famiglie con l’umiltà di chi sa che, la più grande virtù dell’attore, è la generosità.
E, in effetti, Proietti non è stato un semplice imitatore, ma un continuatore e un innovatore di quella tradizione del teatro popolare, capace di unire la maschera all’introspezione, il lazzo comico alla riflessione amara, proprio come ha incarnato Petrolini con personaggi come “Gastone” o “Nerone“.
Ma non basta perché, la grandezza del nostro Gigi risiede nella sua capacità di andare oltre la tecnica, di infondere in ogni personaggio una stella polare di umanità e semplicità.
Un po’ della sua vita…
La sua vita ha, all’inizio e alla fine, un giorno particolare: il due novembre (1940-2020).
Eppure, in tutta la sua straordinaria attività artistica, non c’è nulla che rinvii a malinconiche memorialità. Dai sorrisi che ci ha strappato rimaneva “qualcosa” che ha aiutato a vivere e ad affrontare il precario dispiegarsi dell’esistenza.
Nato e cresciuto a Roma, nel quartiere del Tufello, Gigi Proietti manifesta fin da giovane una propensione per lo spettacolo, suonando e cantando nei piano bar mentre studiava al Centro Universitario Teatrale (CUT).
I genitori lo volevano avvocato ma, il Teatro, è stata la sua vera casa.
Il teatro non è altro che la vita, un po’ più organizzata. (Gigi Proietti)
L’esordio avviene nel 1963 sotto la guida di Giancarlo Cobelli ma, la sua carriera teatrale esplode nel 1970 quando, inizialmente scettico, accetta un ruolo in “Alleluia Brava Gente” (sostituendo Domenico Modugno, accanto a Renato Rascel), della premiata ditta “Garinei e Giovannini”.
Da lì in poi, la sua ascesa diventa inarrestabile.
Dirige il Teatro Brancaccio di Roma insieme a Sandro Merli dal 1978 al 1997, fondando un rinomato Laboratorio di Esercitazioni Sceniche che ha formato generazioni di attori.
I suoi spettacoli, come l’iconico “A me gli occhi, please”, replicato innumerevoli volte in tutta Italia, diventano leggendari per la loro capacità di mescolare comicità, musica e riflessione.
Notoriamente riservato sulla sua vita privata, dal 1967 ha convissuto con la sua compagna di una vita, Sagitta Alter, definendola affettuosamente la mia “antica concubina” avendo due figlie, Susanna e Carlotta, entrambe attive nel mondo dello spettacolo.
Difficile elencare tutti suoi film ma. siccome tutto sommato qualcosa ricordiamo, ci piace indicare, fra gli altri, accanto a personaggi televisivi come “Il Maresciallo Rocca”, “l’Avvocato Porta” e il giornalista “Bruno Palmieri”:
Febbre da cavallo (1976) in cui, nel ruolo di Bruno “Mandrake” Fioretti, scommettitore incallito e simpatico, ha creato un personaggio indimenticabile, accompagnato da un cast eccezionale.
La Tosca (1973) con una rilettura in chiave grottesca e romanesca dell’opera di Puccini (diretta da Luigi Magni) in cui interpreta Mario Cavaradossi al fianco di Monica Vitti e Vittorio Gassman, in un film che unisce dramma e commedia;
Brancaleone alle crociate (1970) sequel de “L’armata Brancaleone” vede il nostro “Gigi” interpretare il ruolo di Pattume, un penitente che si unisce all’armata, mostrando la sua versatilità in un contesto di commedia medievale.
Preferisco il Paradiso (2010) nel ruolo del protagonista Filippo Neri, il presbitero proclamato santo nel 1622 attraverso cui delinea le caratteristiche del personaggio mediante le sfaccettature della propria personalità: la gioia, la profondità e la leggerezza (nell’operare, concretamente per i più bisognosi, i malati e i bambini, senza retorica) riuscendo a far emergere la modernità del Santo e la sua attenzione ai problemi sociali di allora, quanto mai attuali.
Pinocchio (2019) in cui ci regala un’intensa, seppur breve, interpretazione di Mangiafuoco che ha toccato il cuore degli spettatori per la sua burbera tenerezza.
Il Premio (2017) e Io sono Babbo Natale (2021) significativi per l’umanità e la saggezza che ha saputo infondere nei suoi personaggi, quasi a chiudere idealmente il cerchio della sua carriera cinematografica.
Ho sempre cercato di non prendermi troppo sul serio, perché la vita è già abbastanza seria di suo. (Gigi Proietti)
Si è avuta l’occasione di incontrare dal vivo la sua grandezza, a Bari, nel 1969.
Recitava, con il Teatro Stabile dell’Aquila, nel testo “Il Dio Kurt” di Alberto Moravia. Risaltava, già da allora, la statura del protagonista in grado di “dominare” la scena, aiutato da una grande presenza fisica e da una voce assai espressiva che catturava gli spettatori.
La voce.
Ed è sulla voce di Gigi, che vogliamo fare qualche considerazione.
Per un attore, specie a teatro, la voce è basilare.
Proietti, tramite anche gli studi teatrali, ha saputo educare al massimo il dono che madre natura gli aveva elargito.
A noi piace oggi laudarla, la voce, attraverso una attività che di solito sfugge al grande pubblico: quella del doppiatore.
Un giorno, raccontò in tono scanzonato Proietti, “mio padre mi disse che mi aveva cercato un certo Emilio Cigoli”.
L’attore resta senza parole. Che vorrà da lui il più grande doppiatore cinematografico italiano? Per intenderci, Cigoli è la “voce italiana di John Wayne. Voce calda, profonda, suadente.
Prende il via, una carriera prestigiosa.
La grandezza e qualità artistica del doppiatore si misurano dagli attori che è chiamato a doppiare.
A pensarci bene, noi amiamo i grandissimi attori stranieri e non facciamo caso che l’immagine è la loro ma la voce che arriva a noi è prestata da un grande doppiatore, il cui nome a malapena figura (se figura) nei titoli di coda.
Gigi Proietti ha doppiato Robert De Niro (in “Mean Street”), Sylvester Stallone (in” Rocky “), Richard Burton (in” Chi ha paura di Virginia Woolf? “), Marlon Brando (in” Riflessi in un occhio d’oro “), Gregory Peck (in ” La notte degli agguati “), Kirk Douglas (in” Uomini e cobra”), Dustin Hoffman (in Lenny), Donald Sutherland (ne ” Il Casanova” di Fellini)
Quante volte abbiamo riso (o, a seconda dell’età, sorriso) vedendo le imprese di” Gatto Silvestro “(1964-1965): la voce italiana è quella di Gigi Proietti.
Al di là delle luci della ribalta, dei premi e dei ruoli iconici, possiamo riconoscere il maggior pregio di Proietti nell’aver “seminato” un’umanità contagiosa.
La sua bravura è stata lo “strumento”, affilato e preciso, con cui ha toccato le corde del cuore di tutti.
Questa dote emerge, con forza, nelle sue ultime opere cinematografiche, quasi un testamento spirituale.
Nel film “Io sono Babbo Natale“, interpreta un Babbo Natale stanco e disilluso, che incontra un ex criminale in cerca di riscatto. Lì, la sua performance si allontana dalla comicità sfrenata per abbracciare la tenerezza, la saggezza e una malinconia “dolce”, regalandoci un personaggio che è l’emblema della speranza, capace di credere ancora nella bontà, al di là delle apparenze. È l’umanità del saggio, di chi ha vissuto e ha scelto la gentilezza.
Ancor più toccante è il suo ruolo nel film “Il Premio” di Alessandro Gassmann. Il discorso finale, in particolare, è un momento di pura e disarmante verità.
Proietti, nei panni di un anziano scrittore a cui viene consegnato il premio Nobel, pronuncia parole che sembrano autobiografiche: un’ode alla vita, all’arte e all’importanza dei legami familiari.
Un monologo che, con la sua voce roca e l’intensità del suo sguardo, ha commosso il pubblico, offrendo una sintesi perfetta della sua filosofia di vita: apprezzare ogni istante, non prendersi troppo sul serio e ricordarsi sempre della memoria di “partenza”.
In quell’ultimo sguardo malinconico del Babbo Natale di “Io sono Babbo Natale” o nella voce rotta ma salda del discorso finale in “Il Premio“, c’è molto più di una semplice interpretazione attoriale. C’è il testamento di un uomo e di un artista che ha saputo far coincidere, nell’ultimo atto, la sua grande umanità con la sua immortale bravura. Ed è qui che la linea di discendenza da Petrolini, fatta di maschere e di vita, trova la sua più dolce e disarmante conclusione.
Cari Lettori, Gigi Proietti è stato un “santo gioiosamente vissuto in carità”, come lo ha definito qualcuno, un uomo capace di parlare a tutti, dai palcoscenici più prestigiosi alle borgate romane. La sua eredità non è solo fatta di risate e applausi, ma di un profondo senso etico e di un’incrollabile fede nel potere taumaturgico dell’Arte in cui mischiare l’affetto dell’amico sincero, il mattatore indiscusso, la stanchezza di chi si avvia verso il viale del tramonto senza perdere la voglia di sognare.
E forse, cari Lettori, è in quel mix inafferrabile, in quell’umanità così tangibile, che si trova la vera chiave di lettura della sua arte.
IL PREMIO (DISCORSO FINALE)
Di solito i vincitori non sono mai così interessanti, le loro parabole si assomigliano tutte. Hanno sempre a che fare con l’uso dei superlativi, cori di adulatori, narcisismi prevedibili.
La vita è certamente più difficile per chi non salirà mai su un podio, ma non per questo rinuncerà a viverla.
E a ben vedere, è proprio negli affanni del quotidiano di un’esistenza “normale” che si misura il senso più autentico del nostro cammino comune.
Un uomo che cade, offre la possibilità di tendergli una mano.
Colui che cerca una strada, la possibilità di aiutarlo a trovarla.
E così noi, tutti noi.
A seconda delle circostanze, siamo colui che cade e la mano che lo afferra. Quello che cerca una direzione, e il dito che gliela indica.
Nessuno basta a sè stesso.
Scendere dal podio…spostarsi dal centro della scena è il primo antidoto contro gli orrori della storia.
Ogni premio, riconoscimento individuale non ha senso, se non è frutto di una condivisione.
…Ogni vita, si sa, è piena di sventure, ma anche di infinita bellezza.
E, il nostro, non può che essere un gioco di squadra.
“Ho imparato due cose dalla vita: la prima è che non si può piacere a tutti. La seconda è CHISSENEFREGA” (Gigi Proietti)

Enzo Ferraro – già Dirigente Scolastico, Letterato, Umanista, Politologo

Giorgio Marchese – Direttore “La Strad@”


