Io sono vissuta in una casa dove veniva impartita un’educazione borghese, cioè della menzogna. La risposta vera non era prevista, perché non c’era diritto alla domanda. Le risposte che si potevano avere riguardavano solo il clima e quello che si mangiava. Per il resto, ognuno si teneva le sue domande, come un abbigliamento intimo. Io, rischiando, ne facevo qualcuna ma la risposta era “non si devono fare domande, perché si corrono e si fanno correre molti rischi”. Forse è anche per questo che ho accettato di girare “Io so che tu sai che io so”, con Alberto Sordi. (Monica Vitti)
Cari Lettori, basta questo incipit per aiutarci a capire molto di Maria Luisa Ceciarelli, in arte Monica Vitti, nata a Roma il 3 novembre 1931, nella tipica famiglia borghese dell’Italia degli anni trenta.
La madre, Adele Vittiglia, era una bolognese dedita alla famiglia. Questo significa che al contrario di quello che si immagina di una donna emiliana, per lei esistevano solo i doveri familiari. Giammai, i piaceri della vita.
Il padre invece, Angelo Ceciarelli, da buon “maschio” romano del tempo, aveva una visione della vita totalmente differente.
A mio padre piacevano pazzamente le donne (Monica Vitti)
Ultima di tre figli, pur avendo girato l’Italia in lungo e in largo per via del lavoro di Ispettore del commercio estero del proprio padre, ha sempre ricordato con particolare piacere gli otto anni vissuti, durante la sua infanzia, a Messina, in una casa senza riscaldamento, assieme ai genitori, ai fratelli e numerosi zii e cugini.
Una sorta di tribù scalmanata che la apprezza, affibbiandole curiosi nomignoli: da “bruttisogni” per via degli incubi che la tormentavano a “sette sottane” perché era solita vestirsi con uno o due maglioni in più, d’inverno, essendo molto freddolosa.
Stavo con i miei fratelli in Sicilia e, durante i bombardamenti, scendevamo nello scantinato dove, per passare il tempo, avevamo costruito un teatrino con i pupazzi. Da lì, credo, sia iniziata la voglia di attrarre l’attenzione, di raccontarmi. Di recitare. (Monica Vitti)
Nel 1945 la famiglia torna a Roma e per la nostra Monica, il clima familiare tornato ad essere asfissiante, la spinge a sublimare le falsità impostele attraverso la recitazione artistica che, paradossalmente, può renderla viva e autentica.
Un giorno, con le scarpe basse, timida, col solito maglione informe, doppio uso secondo se i bottoni fossero davanti o sulla schiena, andando a scuola d’inglese vedo la Villa magica di Piazza della Croce Rossa.
Dal cancello vedo gesticolare, urlare, ridere, piangere. Vedo rifare, esagerando, la vita. E voglio far parte di quei pazzi felici rinchiusi nella villa. Fuori dalla quotidianità. (Monica Vitti)
E allora, a soli diciotto anni, prende la decisione di presentarsi alla prestigiosa Accademia d’arte drammatica famosa in tutta Italia, quella diretta dal celebre Silvio D’Amico, preparandosi su autori del calibro di Checov, Shakespeare, Goethe.
Silvio D’Amico in persona la giudica brava ma ancora troppo giovane: “Riprovi il prossimo anno”.
E, l’anno successivo, finalmente riesce a farsi accettare ma, durante la visita medica di routine le negano il nulla osta per via di un problema alle corde vocali.
I più intimi raccontano di una magistrale interpretazione con cui fa credere al medico di essere pronta a suicidarsi, ottenendo in tal modo, il benestare sanitario.
E così, nell’ottobre 1951 entra ufficialmente nella prestigiosa Accademia “Silvio D’Amico” dalla quale uscirà due anni dopo, promossa a pieni voti.
Nel mentre, accanto a una immagine anticonformista dell’immagine femminile del tempo, scopre anche di avere una invidiabile verve comica.
C’era Sergio Tofano che ci dava lezioni di teatro brillante, e mi diceva: “tu sei il più grande talento comico che abbia mai visto!”
Io, disperata, mi sentivo umiliatissima… e lui, Tofano, ai miei pezzi, alle mie battute, rideva come un matto.
Anche i miei amici ridevano da pazzi, dove arrivavo io era una risata continua. Così mi rassegnai a essere spiritosa e a interpretare teatro brillante (Monica Vitti)
A quel punto, si impone la necessità di un nome più consono a un’attrice che punta al successo La stessa attrice sapeva che il suo nome vero non suonava particolarmente bene e non era poi così adatto per una carriera d’attrice.
Per cognome, come omaggio alla mamma Adele a cui era comunque molto legata nonostante il rapporto conflittuale, scelse Vitti. Vitti è infatti la prima parte del cognome di Adele, Vittiglia.
Per nome scelse invece Monica, come la protagonista di un libro che stava leggendo in quel momento. Le era infatti sempre piaciuto il nome Monica, la sua sonorità piena con una forte “M” iniziale.
Da Maria Luisa Ceciarelli a Monica Vitti, dunque.
Cari Lettori, partendo da quanto espresso finora, non possiamo non concludere che Monica Vitti sia stata una figura emblematica del cinema italiano, celebrata tanto per la sua immensa versatilità artistica quanto per il suo spirito di donna moderna e indipendente.
Come attrice, la sua carriera è stata caratterizzata da una straordinaria capacità di spaziare tra generi, dal cinema d’autore alla commedia all’italiana, diventando un’icona riconosciuta a livello mondiale.
Inizialmente si è distinta come musa di Michelangelo Antonioni, che ne ha valorizzato il magnetismo e la fragilità. Con lui ha girato la celebre “tetralogia dell’incomunicabilità” (L’avventura, La notte, L’eclisse, Deserto rosso), diventando il volto del disagio esistenziale della modernità e del cinema d’autore.
Successivamente, ha dimostrato una notevole verve comica, diventando una delle protagoniste assolute della commedia all’italiana, spesso in coppia con Alberto Sordi. I suoi ruoli in film come La ragazza con la pistola e Amore mio aiutami sono entrati nella memoria collettiva, mostrando un talento versatile capace di unire drammaticità e ironia.
La sua voce roca e il suo volto “irregolare” hanno rotto gli schemi della bellezza convenzionale dell’epoca, rendendola un’attrice atipica e indimenticabile.
Come donna, al di là del set è ricordata come emblema di grande intelligenza, fascino e modernità.
Nonostante le relazioni importanti (in particolare, con Michelangelo Antonioni, Carlo Di Palma e Roberto Russo), ha mantenuto una forte indipendenza e una certa distanza, nel rispetto di una sorta di timore reverenziale
Infatti, era nota per la sua riservatezza e, in privato, anche per una certa timidezza e insicurezza, che contrastavano con la sua potente presenza scenica.
Il suo legame con il regista e fotografo Roberto Russo è stato un amore totalizzante e duraturo, che l’ha accompagnata per quasi cinquant’anni, fino alla sua scomparsa nel 2022, avvenuta dopo una lunga malattia che l’aveva portata a ritirarsi dalle scene per quasi vent’anni.
Cari Lettori, non possiamo concludere questo Editoriale senza porre l’accento su un aspetto ancora più significativo rispetto a quanto già trattato finora: il messaggio di ribellione alla violenza maschile (e maschilista) lanciato da Monica Vitti, nel 1968, attraverso il film “La ragazza con la pistola”, di Mario Monicelli.
Una commedia all’italiana che affronta il tema della donna in modo nuovo.
In verità non fu molto lodato il film dai critici dell’epoca, probabilmente perché sembrava strano nell’ambito delle idee maschiliste imperanti.
Ambientato inizialmente in Sicilia, il film racconta la storia di Assunta Patanè (interpretata da Monica Vitti), una giovane siciliana che, dopo essere stata sedotta e abbandonata da Vincenzo Macaluso (Carlo Giuffré), decide di inseguirlo in Gran Bretagna con l’intento di vendicare il suo onore, come previsto dalle usanze del tempo.
Il viaggio e l’ambientazione nella liberale Inghilterra, però, innescano in Assunta un profondo processo di trasformazione e indipendenza, portandola a confrontarsi con una cultura molto diversa da quella patriarcale siciliana e a rivedere, quindi, i suoi piani iniziali di vendetta.
Quindi, quando ritrova l’uomo, che nel frattempo si è ricreduto e vorrebbe sposarla, accetta di trascorrere una notte di tenerezze ma, poi, dopo averlo “sedotto” lo abbandona per tornare a una vita e a un uomo di cui si era nel frattempo innamorata.
Questo film dava una risposta al maschilismo e offriva riflessioni alle donne per essere “padrone” del loro futuro, della propria vita, delle proprie scelte.
Tutto stava cambiando. Si era nel Sessantotto e parecchie donne ponevano le basi per la loro autonomia e liberazione e, questo film, ha proprio come significato principale il tema dell’emancipazione femminile e il contrasto tra la tradizione siciliana e la modernità della Swinging London attraverso due punti chiave: la tradizione (attraverso il concetto di vendetta e di onore), da una parte e la modernità (mediante il percorso di emancipazione), dall’altra.
Cari Lettori, grazie per averci accompagnato in questa passeggiata che ci ha condotto in luoghi speciali fatti di arte e di mistero.
Per salutarvi in maniera consona, vorremmo sottoporre alla vostra attenzione un particolare dialogo fra Eduardo de Filippo e Monica Vitti in “L’ammore ched’e’?”
Un potente testo del grande Eduardo in cui, si spiega come l’amore, in realtà, sia un ossimoro: una forza che unisce la più grande dolcezza (il profumo di rosa) con la più grande sofferenza (il forte dolore).
È un sentimento così potente e, a volte, devastante che la sua bellezza è indissolubilmente legata alla sua capacità di ferire.
L’ammore ched’è?
“Scusate, sapite l’ammore ched’è?”
“L’ammor’ è na cosa c’addora di rosa… ca rosa nunn’è nduvina ched’è?”
“E’ rosa?… E scusate, sapite pecché?”
“E’ rosa o culore che serve pammore. L’ammore nun c’è si rosa nunn’è.”
“L’addore che c’entra…si rosa nunn’è?”
“Pecché dinto maggio, se piglia curaggio. Sentenno l’addore te nasce l’ammore”.
“A maggio sultanto?…E sapite pecché?”
“E’ maggio pè n’anno pè chille co ssanno. Pè chi nun vò bene stu mese nun vene.”
“E senza l’addore l’ammore nun c’è?”
“Nun c’è…pecché ‘ammore è forte dolore, ca pare na cosa c’addora di rosa”.
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“Scusate sapete l’amore cos’è?”
“L’amore è una cosa che profuma di rosa, che rosa non è, indovina cos’è?»
“E’ rosa.. E scusate sapete il perché?”
“E’ rosa il colore che serve per amare; l’amore non esiste se rosa non è”
“Cosa centra l’odore… se rosa non è?”
Perchè nel mese di maggio, si prende coraggio. Sentendo l’odore nasce l’amore”
“Soltanto a maggio succede?… Sapete il perché?”
“È sempre maggio per chi si ama; per chi non sa amare, questo mese non arriva mai.
“Senza l’odore l’amore non esiste?”
“Non c’è, perché l’amore è un dolore fortissimo che è simile ad una cosa che odora di rosa”
“Il segreto della mia comicità? La ribellione di fronte all’angoscia, alla tristezza e alla malinconia della vita.”(Monica Vitti)

Enzo Ferraro – già Dirigente Scolastico, Letterato, Umanista, Politologo

Giorgio Marchese – Direttore “La Strad@”


