Lascia che la tua anima si racconti, lascia che parli di te: delle tue emozioni e dei tuoi sentimenti, dei tuoi ricordi e delle tue cicatrici. Che parli del tuo cuore spezzato e del dolore che si è insinuato dentro di te. Che dica della tua rinascita, della tua guarigione. Di come hai affrontato il dolore trasformando le cicatrici in difese. E, infine, lascia che la tua anima descriva come hai saputo amare ancora, profondamente e senza paura. (Cit.)
Cari Lettori, di solito, in un editoriale si prendono in considerazione temi di attualità, avvertiti come utili e necessari da chi decide di affrontarne la lettura.
Oggi, in un mondo che va alla deriva, vogliamo fare delle considerazioni “inattuali” (per dirla con Nietzsche), perché riteniamo nostro modesto compito non “lisciare” la realtà che si sviluppa su disvalori, ma rimettere al centro della attenzione valori autentici che dovrebbero contrassegnare la vita e l’agire di ognuno di noi.
Riteniamo di raggiungere lo scopo che ci siamo prefissi, nella “passeggiata” di questa settimana, occupandoci di un attore, regista e produttore (di origini scozzesi e irlandesi) che ha incarnato l’immagine del “golden boy” del cinema americano, in grado di coniugare talento straordinario, fascino intramontabile, profondo impegno etico e, soprattutto, dedizione incrollabile al sostegno del Cinema e della Cultura indipendente: Charles Robert Redford Jr.
Ho sempre apprezzato la diversità. Credo che la cultura americana sia fondata sulla diversità e per questo è ancora viva e stimolante. Sono cresciuto in quella che potremmo definire una parte sfortunata di Los Angeles, dove non c’era molto da fare se non vivere le differenze, andare in posti diversi e sentire storie diverse. (Robert Redford)
Probabilmente la sua maggiore accortezza è stata quella di “difendere” il proprio talento recitativo dalla particolare bellezza fisica, riuscendo in tal modo a costruire un carisma e un fascino da uomo “adulto” superiore a quello di Paul Newman riuscendo, con naturalezza, ad essere credibile sia in ruoli romantici che in film di impegno politico e sociale.
Eppure, il buongiorno non si è visto dal mattino.
Nato a Santa Monica (in California) il 18 agosto 1936, Redford non ha avuto un percorso di studi brillante distinguendosi, piuttosto, per l’attitudine allo sport e la passione per l’arte e la Natura. Chi lo ha conosciuto bene, ha raccontato che, l’escursione al parco nazionale di Yosemite gli fece nascere un intenso amore per la natura che, oltre ad averlo reso vegetariano, ha condizionato molte sue pellicole cinematografiche.
Nel 1955 perde sua madre, di soli 41 anni, per via di un tumore e, per fuggire dal dolore, dapprima frequenta il College presso l’Università del Colorado (sfruttando una borsa di studio ottenuta per meriti sportivi) ma, dopo poco, entra nel mondo del lavoro con l’obiettivo di guadagnare giusto il necessario per girare il mondo.
Con l’intenzione di diventare pittore (o scenografo), gira l’Europa in lungo e in largo stabilendosi, per un po’, anche a Firenze.
Non essendo riuscito a concretizzare nulla di importante, rientra a Los Angeles dove, però, lo riprendono antiche angosce che lo spingono a diventare un alcolista.
L’incontro con una diciassettenne universitaria dello Utah (che, poi, diventerà sua moglie) cambia la direzione degli eventi, portandolo a iscriversi al Pratt Institute di New York e, successivamente, all’Accademia americana di arti drammatiche scoprendo, finalmente, le sue potenzialità di attore.
Il suo percorso artistico è costellato di successi, da commedie leggere come “A piedi nudi nel parco” a pellicole impegnative e drammatiche come “La mia Africa“.
È rimasto, nel ricordo di chi lo ha apprezzato, in coppie leggendarie con Paul Newman (in “Butch Cassidy” e “La stangata”) e Jane Fonda (“A piedi nudi nel parco”, “Le nostre anime di notte”, “il cavaliere elettrico”, etc.)
Lunghissima, la lista dei film da lui interpretati.
Per chi ha più di 60 anni di età, restano impressi, soprattutto, “I tre giorni del Condor” e “Tutti gli uomini del Presidente.”
Antidivo e Riservato, nonostante la sua fama mondiale, Redford ha sempre mantenuto un profilo basso, rifuggendo il divismo di Hollywood e preferendo una vita più riservata, spesso trascorsa tra le montagne dello Utah.
Se stai a Beverly Hills troppo a lungo, diventi una Mercedes (Robert Redford)
Definito “Intellettuale e Sognatore”, sicuramente dotato di grande intelligenza e sensibilità, ha sempre avuto una visione del cinema come strumento di riflessione e cambiamento e non solo di intrattenimento.
“Il candidato” (1972), “Come eravamo” (1973), “I tre giorni del Condor” (1975), “Tutti gli uomini del presidente” (1976), “Gente comune” (1980), “Brubaker” (1980), “Leoni per agnelli” (2007) sono soltanto alcuni dei titoli che ci riportano al suo impegno sociale.
Ma noi, cari Lettori, vorremmo parlarvi de “Il Castello”, un film del 2001 diretto da Rod Lune
Prendete un Castello, uno qualsiasi. Adesso scomponetelo nei suoi punti chiave e scoprirete che non sono cambiati da 1000 anni a questa parte.
La posizione: un luogo posto in alto che domina il territorio a perdita d’occhio;
La protezione: mura spesse, tanto forti da resistere a un attacco frontale;
La guarnigione: uomini addestrati e disposti ad uccidere;
La bandiera: dite agli uomini che nessun nemico potrà mai prenderla e issatela in modo che sventoli in alto, dove tutti possano vederla.
Ora avete un castello.
L’unica differenza fra questo castello e tutti gli altri è che, quelli, erano costruiti per tenere la gente fuori, questo è stato costruito per tenerla dentro!
Eugene Irwin, popolare generale dell’Esercito degli Stati Uniti, viene condannato dalla corte marziale, a10 anni di reclusione in un carcere militare di massima sicurezza, per aver infranto gli ordini, causando la morte di otto uomini.
Direttore del carcere è il colonnello Winter, grande ammiratore del generale Irwin che, però, cambia opinione su di lui subito dopo l’accoglienza: il colonnello non ha mai partecipato a una battaglia e viene ferito dai commenti del generale sulla sua collezione di reperti bellici, considerati oggetti senza valore per un vero combattente.
Lei è una vergogna, Colonello, una vergogna per l’uniforme! Non dovrebbero permetterle di mantenere il comando.
Beh, allora, vado a fare i bagagli…
Si, sarebbe il caso
Continuando a vedere atti di crudeltà all’interno del penitenziario, il Generale Irwin tenta di proteggere i detenuti attraverso la ricostruzione del vecchio muro del Castello, creando simbolicamente un nuovo battaglione di commilitoni recuperati nell’onore.
Inizia, quindi, una rivolta in grande stile mirante a chiedere l’invio della polizia militare per ottenere le dimissioni dell’incapace Winter, issando la bandiera americana capovolta, in segno di richiesta di aiuto.
Il Colonnello Winter riesce, però, a sedare la rivolta prima dell’arrivo della polizia militare, e quindi, il Generale Irwin decide comunque di innalzare la bandiera, rifiutando di arrendersi a chi considera, di fatto, un nemico della Patria.
Questo atto, se vogliamo, eroico, costerà la vita al Generale Winter ucciso alle spalle dal Colonnello Winter che vuole a tutti i costi impedire la visione della bandiera capovolta. Mentre Winter viene portato via in manette dai suoi stessi agenti, le immagini scorrono su Irwin morente che riesce a issare la bandiera americana non capovolta, però, ma in posizione ufficiale come segno di Rispetto verso la Polizia Militare alla quale lui e gli altri detenuti si erano giustamente arresi.
La sua vita in cambio dell’allontanamento dell’incapace e brutale Colonnello Winter.
Cari Lettori, una visione approfondita di quest’opera, ci consente di mettere al centro dell’attenzione valori che oggi sembrano del tutto trascurati o, addirittura, perduti.
Parliamo di termini come Etica, Onore, Onestà, Coraggio, rifiuto di piegarsi all’ingiustizia.
Tramite questo film niente affatto scontato, queste nobili parole perdono ogni eventuale venatura retorica e ci impongono riflessioni e scelte di non poco conto.
Le persone mediocri che, grazie anche al voto “democratico”, ci guidano (verso chissà quale abisso!) hanno tutto l’interesse, tramite i media, a esaltare il “coniglio” che è in noi, propagandando obbedienza senza spirito critico e pecorile accettazione di quanto viene propinato dall’alto, tra minacce velate e blandizie di basso conio.
Il potere sogna di trasformarci in tanti “Don Abbondio”, sempre disposti all’obbedienza, anche quando ubbidire significa diventare tante larve prive di una decorosa e autentica vita.
Chi, fino a ieri, (ad esempio) gridava che si va troppo tardi in pensione, oggi è al potere e aumenta di altri mesi la vita lavorativa.
La gente, frastornata dai media asserviti e avvilita oltre ogni dire, non pensa più. Vota per chi ci vuole sudditi e si consola col giuoco del calcio che, vera e propria orgia del nulla, consente di perdersi nell’oblio emotivo.
Questo Sport, che un tempo era il relax di una vita, è diventato centrale di una esistenza inautentica che viene, oramai, propinata ogni giorno, al motto di: “Stipulate abbonamenti a tutti gli eventi sportivi, scommettete i pochi soldi che avete e consegnate l’avvenire dei vostri figli all’incertezza più nera”.
Pensiamo che sia giunto il momento di dire che “il re è nudo” e di riscoprire i valori autentici della vita.
Usciamo da questa nebbia e riacquistiamo il ben dell’intelletto. Facciamo, come un tempo, domande basilari e diamo a noi stessi risposte credibili.
Un solo esempio. Se per costruire una casetta in campagna c’è bisogno di fior di progetti, per il ponte sullo Stretto di Messina si sta facendo altrettanto?
Vien quasi da pensare che, chi vuole il ponte, in realtà sia più interessato a mettere in campo soldi senza il controllo degli organi a ciò deputati dalla Costituzione.
Ben venga il ponte, ma seguiamo il problema sentendo i pareri di chi è veramente in gradi di fornirli.
Ridiamo centralità all’onore e all’ onestà e affidiamo il nostro futuro a chi possiede disciplina ed onore (come richiede la Costituzione), evitando di dare fiducia a chi non ama la legalità.
Non è compito facile, ma la via di salvezza non conosce altre strade.
A tal proposito, vogliamo concludere questo Editoriale ricordando che Robert Redford senza alcun contributo finanziario esterno ha creato, nel 1981 (con l’amico regista Sydney Pollack), un importante istituto cinematografico, il Sundance Institute, nelle sue proprietà nello Utah, con cui ha consentito alle nuove promesse del cinema la possibilità di coronare un sogno, senza doversi inchinare al Potente di turno.
IL “CASTELLO” (SCENA FINALE)
“Questo è il mio comando e non le permetterò di issare la bandiera capovolta!”
“È arrivata la polizia militare: finisce qui. Uomini, a terra!”
“Ora voglio la mia bandiera!”
“Non è la sua bandiera”
“Voi siete soldati e, quella, è la nostra bandiera: nessuno può prenderci la bandiera, issatela perché sventoli in alto, dove tutti possano vederla. A questo punto, avrete un Castello!”
Io non sono ciò che ho perso, sono ciò che ho protetto, costruito e amato anche quando tutto mi spingeva a mollare. Sono un uomo che non si è mai voltato indietro, perché, il futuro è l’unico luogo dove io posso ancora vincere. (Maurizio Bondani)

Enzo Ferraro – già Dirigente Scolastico, Letterato, Umanista, Politologo

Giorgio Marchese – Direttore “La Strad@”


