Pubblicato su Lo Sciacqualingua
Il complemento (o espansione o determinazione) di moto a luogo è uno dei più affascinanti e insidiosi nella grammatica italiana, perché dietro la sua apparente semplicità si cela una rete di scelte preposizionali che non sempre obbediscono a regole rigide, ma spesso si fondano su convenzioni, sfumature semantiche e retaggi storici. Quando adoperare la preposizione “a” e quando “da”, per esempio, mette in crisi anche i parlanti più esperti, perché non si tratta solo di geografia, ma di una sottile percezione del tipo di destinazione.
Partiamo dalla preposizione “a”. Questa si usa quando il luogo di destinazione è percepito come uno spazio pubblico, istituzionale, funzionale o impersonale. “Vado a teatro”, “vado a scuola”, “vado a letto”, “vado a pranzo”, “vado a Roma”. In tutti questi casi, il luogo non è definito da una persona, ma da una funzione, da un uso collettivo, da una destinazione neutra. Il teatro non è “di qualcuno”, è un luogo pubblico; la scuola è un’istituzione; Roma è una città. Anche quando il luogo è una casa, se la si intende come spazio generico, si dice “vado a casa”. Non “da casa” (a meno che non si voglia indicare provenienza).
“Da” si adopera, invece, quando il luogo è associato a una persona, reale o implicita. “Vado da Marco”, “vado dal dentista”, “vado da mia madre”, “vado da loro”. Qui la destinazione non è un luogo astratto, ma un’entità personale, un punto di riferimento umano. Anche se il dentista ha uno studio, non si dice “vado allo studio del dentista” (che sarebbe possibile, ma cambia il centro dell’attenzione comunicativa) bensì “vado dal dentista”, perché l’elemento centrale è la persona. “Vado da Marco” implica il fatto che Marco è il motivo del movimento, non la sua casa in quanto edificio. È una destinazione relazionale, non topografica.
La distinzione si complica (ma non tanto) quando il luogo può essere interpretato in ambi i modi. “Vado a scuola” è neutro, ma “vado dalla maestra” è personale. “Vado in ospedale” è funzionale, “vado dal medico” è relazionale. “Vado a cena” è generico, “vado da amici a cena” è personale. La preposizione “da” porta con sé un’idea di prossimità umana, di rapporto, di incontro. “A” invece è più fredda, più cartografica, più istituzionale.
Ci sono poi casi al limite. “Vado da McDonald’s” è ormai accettato, perché il marchio è percepito quasi come una persona, un’entità con cui si ha familiarità. “Vado da Zara” suona più strano, ma si sente. “Vado da Dio” è una formula religiosa, “vado a Dio” sarebbe arcaico o poetico. “Vado da bere” è un uso colloquiale, ellittico, che sottintende “vado in un posto dove si beve”, ma lo si dice come se quel posto fosse una persona.
Per concludere queste noterelle, la scelta tra “a” e “da” nel complemento di moto a luogo non è solo grammaticale, ma profondamente semantica. Dipende da come il parlante percepisce la destinazione: se come luogo impersonale, si usa “a”; se come luogo associato a una persona, si adopera “da”. È una grammatica dell’intimità, del rapporto, della funzione. E come tutte le grammatiche vive, si piega, si adatta, si contamina. Ma il principio resta: “a” è luogo, “da” è persona. E in mezzo, tutta la poesia della lingua di Dante
A cura di Fausto Raso

Giornalista pubblicista, laureato in “Scienze della comunicazione” e specializzato in “Editoria e giornalismo” L’argomento della tesi è stato: “Problemi e dubbi grammaticali in testi del giornalismo multimediale contemporaneo”). Titolare della rubrica di lingua del “Giornale d’Italia” dal 1990 al 2002. Collabora con varie testate tra cui il periodico romano “Città mese” di cui è anche garante del lettore. Ha scritto, con Carlo Picozza, giornalista di “Repubblica”, il libro “Errori e Orrori. Per non essere piantati in Nasso dall’italiano”, con la presentazione di Lorenzo Del Boca, già presidente dell’Ordine nazionale dei giornalisti, con la prefazione di Curzio Maltese, editorialista di “Repubblica” e con le illustrazioni di Massimo Bucchi, vignettista di “Repubblica”. Editore Gangemi – Roma.

