“Ricordo di una volta molti anni fa, stavo tornando da non so dove e c’era una ragazza seduta di fronte a me: indossava un vestito che era abbottonato quasi fino al collo ed era la cosa più bella che avessi mai visto. Allora ero timido così, quando lei mi guardava, io abbassavo gli occhi e poi, quando ero io a guardarla li abbassava lei.
Arrivai dove dovevo scendere e, mentre le porte si chiudevano e il treno stava ripartendo lei mi guardò negli occhi e mi fece un’incredibile sorriso: fu terribile!
Avrei voluto fermare il convoglio per aprire, con forza, quelle maledette porte. Tornai ogni sera, alla stessa ora, per due settimane ma non l’ho più vista.
Questo è stato 30 anni fa e non credo che passi giorno senza che io rivolga un pensiero a lei. E non voglio che succeda di nuovo”. (Robert Redford – Proposta Indecente)
Cari Lettori, la psicoanalisi avrebbe tradotto il quadro, appena proposto, malinconico e carico di rimpianti e tratteggiato dall’impareggiabile Robert Redford come il probabile risultato di una crescita all’ombra di quel narcisismo “ipervigile” che si traveste da timidezza e lascia, dietro di sé, la sofferenza delle occasioni perdute.
Nella realtà dei fatti, ciascuno di noi cammina lungo il sentiero della propria vita, sperimentando l’impossibile pur di riassaporare quella sensazione di sentirsi accettato, per il solo fatto di “esistere”.
Ma, cari Lettori, quella sensazione di trovarsi in Paradiso è stato il dono della “responsività materna” nella prima fase della nostra venuta al mondo.
Poi, col tempo, molto cambia e si passa troppo velocemente dal tempo di “Andrà così!” (carico di speranze e aspettative) al tempo del “Purtoppo, è andata così!”
Il tempo è Amore, è vita, malinconia, follia, ricordi… il primo bacio, i gradini della scuola, i colori degli alberi a novembre… il natale, i figli, le strette di mano… il letto da rifare, le fotografie, un amico che non chiama… una casa nuova e i problemi di prima, i discorsi di sempre… in fondo il tempo è imparare a crescere: troppo per una canzone sola. Ma ci si si deve provare” (Francesco Guccini, Gaetano Curreri)
Nel titolo di questo Editoriale compare la definizione “onore delle armi”. Cosa significa?
È un particolare tributo militare che si concede all’avversario che ha perso, quando la contesa è stata onorevole (anche se cruenta) ed entrambi gli schieramenti, soprattutto quello che perde, hanno mostrato coraggio, onore e dignità.
E, allora, la procedura è la seguente: l’esercito vittorioso schiera due ali di soldati che rendono onore al passaggio dei militari sconfitti, il cui comandante (o il più alto in grado, se il comandante è morto in battaglia) mantiene la sciabola dritta come se avesse vinto e l’esercito sconfitto passa in rassegna le truppe vittoriose. Questo è qualcosa che si verifica non spesso ma, soprattutto nel passato, in quelle particolari circostanze.
Cari Lettori, riteniamo che, nella vita di tutti i giorni, quando qualcuno si trova in condizioni di difficoltà dopo aver combattuto sulle barricate esistenziali e si è distinto con onore, anche se ha avuto un oscuro ruolo da mediano, è compito del caregiver (tutti coloro che lo circondano e che partecipano all’assistenza, a partire dalla Nazione che lo ha visto crescere e operare), quello di curarlo e onorarlo, senza fargli perdere la dignità dell’appartenenza al genere umano.
In questo modo, si compie la volontà di un Comandamento non scritto: quello di onorare chi ha contribuito a lasciare una traccia (anche piccola) su cui noi tutti cammineremo.
Quale possibilità c’è, di uscire a testa alta da questa storia camminando sulle mani, senza allargare le pareti come fai tu… che pungi con gli aculei del silenzio e non dai segnali né segni di rimpianto? Mi guardi e non mi riconosci più… (Gaetano Curreri)
“Viale del tramonto” è una memorabile pellicola del 1950 che descrive l’angoscioso declino di una diva di Hollywood, rimasto nell’immaginario collettivo degli spettatori dell’epoca al punto da utilizzare, ancora oggi, questa espressione per riferirsi a qualcuno che cammina con il sipario esistenziale che scende alle sue spalle.
Mi ricordo di voi, siete Norma Desmond, eravate grande!
Io sono ancora grande, è il cinema che è diventato piccolo!
Cari Lettori, avrebbe sostenuto Freud che la partita si sarebbe dovuta giocare fra Es (la spinta ad “andare”) e Super Io (la morale “imposta”) avendo, come arbitro, un “IO” adeguatamente strutturato e maturo.
Ci spiega lo psicoanalista francese Jaques Lacan che il nostro destino è quello di essere subordinato alle leggi dell’altro. Infatti, giusto per capire come stanno le cose, la nostra nascita è anticipata dalla scelta del nome, dallo spazio che hanno preparato per il nostro arrivo a casa, dalle attese dei nostri familiari che immaginano di noi, prima ancora del nostro concepimento e che ci daranno l’orgoglio dell’appartenenza (ad una famiglia, ad una squadra di calcio, ad una città, ad una formazione politica…)
Insomma, come avrebbe detto il grande Eduardo de Filippo, per noi gli esami delle aspettative altrui, non finiscono mai.
Nella dura realtà con cui ci scontriamo prevalgono, però, le emozioni che colorano gli stati d’animo, passando dall’alba al tramonto.
E allora, per rispondere ai mille dubbi della nostra coscienza (“Dobbiamo fare quello che dicono gli altri, o possiamo essere liberi di esprimerci?”) diventa indispensabile osservare il piacere che proviamo col nostro collocarci nel mondo, attraverso tutto il Bene che riusciamo a devolvere.
In Natura non esiste correttore per le ricette male eseguite. Esiste, però, la possibilità di tesaurizzare l’esperienza per imparare a rivolgersi, col rispetto dovuto, a quel pilota automatico che ci conduce anche se non nasciamo con un piano di volo predeterminato.
Al tuo fianco avrei giurato guerra a tutto il mondo, scalato le montagne a mani nude ma la ferita adesso non si chiude e vorrei poterti dire che possiamo continuare. Ma cosa è che ci unisce se non questo stare male, questo dolore così forte fino in fondo al cuore? (Gaetano Curreri)
Quante persone incontriamo con lo sguardo assente e un modo di procedere che indica chiaramente che si è davanti a “vinti della vita”?
Queste situazioni si riscontrano ormai nei campi più disparati e non solo nelle attività di maggiore visibilità sociale. E’ per questo che ci viene da osservare come il problema sia legato all’asticella, all’obiettivo sempre più alto cui tendere, perché i risultati possano essere considerati soddisfacenti.
Il problema grande, cari Lettori, è che, se è vero che ciascuno di noi è naturalmente spinto ad aprirsi verso il prossimo (per determinare ciò che gli esperti definiscono come “relazioni oggettuali”), è altrettanto vero che, durante il percorso di crescita (fisica e mentale), possono intercorrere ostacoli tali da non consentire la consapevolizzazione del fatto che siamo singole note capaci di creare una melodia solo se, insieme ad altre note, ci accomodiamo sullo spartito della Vita.
In questo caso, finiamo col darla vinta ad una componente “perversa” chiamata “precursore sadico del Super-Io” che ci porta a sviluppare pregiudizi nei confronti del nostro prossimo, convinti che sia cattivo e pericoloso.
Insomma, come scrisse Romano Battaglia, se il deserto è il grande mare prosciugato nel quale si sono arenate le navi del Destino, bisogna per forza di cose “seminare” un carattere quanto meno improntato all’empatia, per sperare in un raccolto di riconoscenza”
Poi, quando tutto va a memoria, sono i titoli di coda di una storia. Ma non è un finale: è che ci si lascia andare sempre più. Ma io, al tuo fianco, voglio mille notti in bianco e distinguer con certezza uno schiaffo o una carezza. Se niente ormai facciamo bene, se niente più ci tiene insieme, io resto qui a gridarti che non possiamo continuare all’infinito a farci male. Perché, se guardo nei tuoi occhi, io vedo solo amore (Gaetano Curreri)
Papa Francesco, nell’Enciclica “Fratelli tutti”, esorta a riconoscere la tentazione di disinteressarci degli altri, specialmente dei più deboli: “Siamo cresciuti in tanti aspetti ma siamo analfabeti nell’accompagnare, curare e sostenere i più fragili e deboli delle nostre Società sviluppate. Ci siamo abituati a girare lo sguardo, a passare accanto, a ignorare le situazioni finché queste non ci toccano direttamente”.
Se vogliamo che la Società sia migliore dobbiamo prendere atto che l’esistenza di ciascuno di noi è legata a quella degli altri. La vita non è tempo che passa, ma tempo di incontro.
Il nostro principale dovere, in questa vita, ci ricorda il Dalai Lama, è aiutare gli altri. E conclude: “Se non potete aiutarli, almeno non fate loro del male”.
Aiutare qualcuno significa rendergli la vita più semplice, alleggerendolo di qualche peso difficile da portare da solo.
Proviamo, pertanto, a farci carico di qualche preoccupazione o ad offrire servizi che possano “far sentire la persona meno sola”.
Non è, dunque, per noi che si vive ma per gli altri. E gli altri non sono un inferno ma il nostro prossimo
Freud lo guardò stupefatto: “La verità? Che cosa intendi, Josef? Tu non soffri di nessuna disperazione.. hai tutto. Sei invidiato da qualsiasi medico di Vienna; tutta l’Europa invoca i tuoi servigi. Molti ottimi studenti, tra cui il promettente giovane dott. Freud, fanno tesoro di ogni singola parola. Le tue ricerche sono notevoli, tua moglie è la donna più bella e sensibile dell’Impero. Disperazione… ma, Josef, se sei sulla cima della vita?”
Breuer posò una mano sulla sua: “La cima della vita? Hai espresso la cosa nei termini esatti, caro Sigmund. La cima, la sommità della scalata! Ma, il problema delle cime, è, appunto, che vanno in discesa. Dalla cima posso vedere, in fila, davanti a me, tutti gli anni che mi rimangono. Ed è una vista che non mi piace affatto. Vedo soltanto invecchiamento, umiliazione, status di padre, di nonno…” (da “Le lacrime di Nietzsche” di Irvin D. Yalom)
Perché il futuro sia accettabile, è necessario che il passato sia stato vissuto con la consapevolezza della precarietà dell’esistenza perché, la stessa, può essere interrotta in qualsiasi momento.
Futuro e passato sono legati indissolubilmente.
Per questo Wistawa Szymborska ha scritto: “Quando pronuncio la parola Futuro, la prima sillaba già va nel passato”.
Cari Lettori, è da come abbiamo “giocato” il nostro passato, che discende la possibilità di un decoroso finale di partita.
Al tuo fianco, io per tutto il tempo… Cominciamo questa notte, che si sta calmando il vento! Ora dammi le tue mani… una possibilità c’è, di continuare a testa alta questa storia. Tieni ancora le mie mani, non allargare le pareti: non serve più (Gaetano Curreli)
E, cari Lettori, vista la concomitanza di questo Editoriale con la celebrazione della Giornata Mondiale dell’Alzheimer, un pensiero su questo “svanire in vita” diventa necessario. E obbligatorio.
Questa Malattia, studiata scientificamente solo a partire dal Novecento (per primo, dallo psichiatra e neuropatologo tedesco Aloysius Alzheimer), descrive comportamenti in fondo sempre esistiti.
Seneca, ad esempio, in una delle “Lettere a Lucilio” racconta un episodio che ha fatto molto riflettere.
Il grande filosofo va ogni tanto in una sua villa di campagna accolto col dovuto entusiasmo da lavoranti e personale di casa fra cui, il più attivo è stato uno schiavo che Il tempo “corrode” inesorabilmente. Un giorno, infatti, viene trovato seduto su un muretto a sorridere, senza riconoscere nessuno. È entrato nel tunnel della malattia.
Quando noi eravamo giovani abbiamo spesso visto, nei paesi, molte persone anziane sedute magari davanti all’uscio, perdute in un loro mondo e non più sintonizzate con la realtà della famiglia e del territorio.
Smetti di conoscerti, dimentichi chi sei, chi ami, perdi la tua identità, la tua memoria. Resta solo uno sguardo assente, perso nel vuoto. L’Alzheimer (Fabrizio Caramagna)
Sofferenza e Dolore sociale
Il termine “sofferenza” deriva dal latino e si lega con l’immagine di colui che soffre sopportando una pena e, soprattutto, resistendo ad essa. Con “dolore”, si vuole identificare una sensazione spiacevole, che affligge.
La variante “disperazione”, invece connota uno stato psicologico in cui si è determinato l’allontanamento di qualsiasi speranza.
Il dolore sociale…
Questo tipo di sofferenza colpisce non solo il malato in sé ma l’intero “caregiver”, ossia tutti coloro che gli stanno intorno e che dovrebbero sostenerlo nel “percorso”.
Ebbene, si tratta di una condizione sempre più comune e, spesso, purtroppo, sottovalutata. Il “sollievo”, infatti, non va percepito come un semplice beneficio fisico ma deve comprendere anche una parte psicologica e sociale.
Particolarmente importante è trasmettere l’idea che il dolore va curato dentro e fuori gli ambienti clinici (ospedali, etc.). Intervenire sul “dolore sociale”, infatti, vuol dire anche migliorare l’aspetto clinico.
Una persona a noi cara, tempo fa, ci parlava della propria madre, sperdutasi in questa nebbia di amnesia.
Era stata una maestra elementare eccellente per tanti decenni. Aveva insegnato a leggere, scrivere e far di conto a tantissimi bambini (figlia compresa) e, ora, aveva “dimenticato” tutto senza più essere in grado di scrivere neanche una vocale.
Cullare chi ci ha cullato. Cercare nel suo sguardo smarrito i ricordi che combattono contro l’oblio. Amarlo. Nonostante l’Alzheimer. (Fabrizio Caramagna)
Un figlio che parla con un genitore che non lo riconosce più e risponde in modo tutto suo da un mondo “altro” vive un dramma di profondità senza pari.
Non riesce ad alleviare il dolore e a essere in simbiosi con chi si “allontana” ma sperimenta e sviluppa un modo nuovo di vivere le giornate.
Se vogliamo, si riscopre il senso della solidarietà, della fratellanza e della compassione.
Potremmo dire che, per fortuna, chi ha l’Alzheimer, chiuso nel suo mondo, non è in grado di percepire queste crudeltà.
Ma sarà così, visto che atti gentili e di affetto strappano loro dei sorrisi?
Che ne sappiamo di come vivono sentimenti come egoismo ed eventuale indifferenza?
Cari Lettori, a questo punto del cammino di quest’oggi, il modo migliore è, anche, quello più difficile. Infatti, vorremmo porre questa domanda: se, nonostante l’Alzheimer, avessimo la possibilità di mantenere un ricordo, quale sceglieremmo?
Non è facile trovare una risposta adeguata. Ed è per questo che abbiamo pensato alla suggestiva immagine di copertina: un giovane leone che riemerge dalle ceneri di una vita intensamente condotta e, soprattutto, con un pensiero, un desiderio e un ricordo che nessuno potrà mai cancellare;
“Certo che lo faccio da solo: sono il figlio che non si è mai sfogato con i suoi genitori, il fratello distante, colui che guarisce da solo. Io posso sempre, ho sempre potuto, e potrò sempre farlo!”
Non voglio essere un peso, per la mia vecchiaia…
Non voglio che i miei figli sentano che, prendersi cura di me, sia un fardello, né che i miei nipoti mi vedano come qualcuno che aspetta solo che passi il tempo.
Non voglio arrivare alla vecchiaia con accumuli di amarezze, rimproverando ciò che non mi è stato dato o reclamando attenzioni con la forza.
Voglio invecchiare con dignità, con la coscienza tranquilla di aver vissuto come volevo e non come mi è stato imposto.
Spero che, quando le mie mani tremeranno e i miei passi saranno lenti, la mia compagnia sarà cercata e non solo tollerata e, se mi aiuteranno, sarà per puro amore e non per obbligo.
E per questo, oggi mi preparo…. perché non voglio essere un peso, voglio essere una presenza che lasci pace quando c’è e un bel ricordo quando me ne andrò.

Enzo Ferraro – già Dirigente Scolastico, Letterato, Umanista, Politologo

Giorgio Marchese – Direttore “La Strad@”
Un ringraziamento affettuoso agli amici Amedeo Occhiuto, e Pino Gigliotti per la preziosa disponibilità.


