Le incontri per caso le persone speciali. Poi scopri che ne avevi bisogno. Poi scopri che non è un caso. (Francesca Virgulto)
Cari Lettori se è vero che certi incontri lasciano il segno, alcuni lasciano la percezione di un sogno. Un magnifico sogno.
Abbiamo conosciuto una adolescente affetta da mutismo selettivo (e bullizzata da alcuni compagni di classe) che ci ha confidato di frequentare un ragazzo dislessico, il quale teneramente le ha chiesto di non illuderlo nei sentimenti facendolo poi, soffrire.
Gabriel García Márquez ha scritto che forse, Dio, vuole farci incontrare molte persone sbagliate prima di conoscere la persona giusta, in modo da esserle profondamente grati
E, cari Lettori, la risposta di questa adolescente ci ha profondamente colpito, considerato che è stata partorita da un’anima ferita e derisa: “Ma io non so nemmeno come si fa, a far soffrire una persona!”
Tu sei speciale e non fai mai nulla per esserlo. Ecco perché ti adoro. (Cit.)
L’etimo della parola “prezioso” deriva dal latino “pretiosus”, che significa “di gran prezzo” o “costoso”, e a sua volta deriva da pretium (prezzo, pregio). Il termine indica, quindi, qualcosa di grande valore, sia materiale che, in senso figurato, anche in termini di importanza o qualità
Partendo dal significato che gli antichi Romani hanno inteso indicare con tale vocabolo, arriviamo a concludere che, le persone preziose, meritano più di una generica riflessione.
A nostro avviso possono essere sia di rilevanza generale (preziose per tantissimi) sia di ambito particolare (persone preziose per noi).
Tra gli esseri che hanno incidenza nella vita di moltissimi di noi vi sono personaggi di rilievo universale. Tanto per fare l’esempio più illustre, anche per noi che siamo agnostici: Papa Francesco.
Che cosa aveva di prezioso, tanto da entrare “profondamente” anche nella vita di tanti laici e non credenti?
Papa Francesco non viveva il suo ruolo regalando “soltanto” parole belle ma, con evangelica semplicità, ci invitava a vivere in modo autentico, senza egoismi ma in spirito di fratellanza e rispetto con gli altri simili.
Ogni giorno, dai media ci arrivava un suo “segnale” positivo. Egli ci stupiva perché, su ogni argomento, offriva riflessioni che partivano dal cuore.
Non giudicava le persone “diverse” né, tantomeno, frettolosamente le condannava.
“Chi sono io” – diceva – “per chiudere la porta a chi vive in modo non tradizionale?”
La persona preziosa non giudica. Vive la sua vita e spesso neanche è consapevole della positiva incidenza che il suo “modus agendi” ha sugli altri.
In questo modo, diventa “speciale”. Cioè, sempre secondo gli antichi Romani, meritevole di essere considerata
Le persone speciali (è bene rimarcarlo) sono quelle che “diventano” lezioni di vita con la propria semplice presenza, senza esserne consapevoli, con la testimonianza dei fatti e non, soltanto, a parole.
Non “dicono” di essere: esse “sono”. E, le loro caratteristiche peculiari, appaiono essere compassione e generosità.
Non basta ricoprire un ruolo importante per essere speciali. Anzi, spesso, da questo punto di vista chi riveste un ruolo importante, ai nostri occhi non riesce ad avere nulla di prezioso o di educativo.
Le belle parole ci sfiorano come le frecce dei film western ma non ci toccano né il cervello né il cuore.
Il “dire” ci lascia sempre con l’amaro in bocca; è il “ben fare” che ci turba e ci costringe a forti analisi interiori.
Siamo debitori di preziosità anche a persone, per gli altri normali, che nella nostra vita hanno una presenza basilare e arricchente.
In primis, i genitori.
La preziosità di una mamma o di un papà ci illumina e ci arricchisce nel privato e ci dà una carica per il pubblico.
Da loro, per esempio, abbiamo imparato che, quando un elefante muore, il branco non lo abbandona ma gli si riunisce intorno e lo ricopre, dolcemente, con terra e foglie, in un addio “umano” più di tanti umani…
Questi (e altri) insegnamenti diventano pregi che, nel ricordo, ci riempiono tuttora di gratitudine perché legati al modo di vivere, non al modo di parlare. È sempre l’azione che educa realmente. Le parole del Vangelo, (per fare un esempio illustre) sono preziose perché non sono parole ma, semmai, azione e, quindi, vita.
Per ognuno di noi sono preziose le persone che, al momento giusto, ci sono state vicine e hanno saputo offrirsi come elementi di amore e non di odio.
È prezioso (o lo è anche stato) nella nostra vita chi ha creduto in noi, chi non ha giudicato i nostri errori e le nostre cadute, chi ha creduto in noi quando neanche noi credevamo più in noi stessi.
Ricordiamo con affetto, tuttora, coloro che in momenti delicati della nostra esistenza, ci hanno fatto vedere opportunità positive anche nelle più dure difficoltà.
Abbiamo imparato molto, osservando il modo di vivere di questi particolari, speciali e preziosi “altri”.
Nel corso della esistenza siamo stati educati, senza volerlo (e, a volte, anche senza saperlo) anche da parte di persone non in vista, da persone, considerate dai superficiali ed egoisti, senza particolari qualità.
Siamo stati arricchiti da persone che hanno incrociato la nostra esistenza, vivendo ogni giorno con “decoro quotidiano”, una delle più alte virtù.
Le persone preziose che abbiamo incontrato preferiamo, per affettuoso pudore, non nominarle.
Del resto, alcuni si meraviglierebbero di scoprire di essere stati importanti ed educativi nella nostra vita. Questo perché chi è prezioso per gli altri, spesso non si accorge di essere tale, visto che la preziosità non è una ostentazione ma una “emanazione” di autenticità che si diffonde e che, per un po’, rende felice chi è “toccato”.
A tal proposito, Marcel Proust ha scritto:
Dobbiamo essere grati alle persone che ci rendono felici, sono gli affascinanti giardinieri che rendono la nostra anima un fiore.
Nel panorama del cinema italiano degli anni ’80, “Scugnizzi”, firmato dal grande Nanni Loy, emerge come un’opera profondamente toccante. Non un semplice film di denuncia, ma un “affresco” emotivo ambientato nei vicoli di Napoli e nei corridoi cupi del carcere minorile di Nisida, attraverso uno sguardo partecipe e mai giudicante.
Il protagonista, un modesto regista teatrale interpretato da Leo Gullotta, intraprende un laboratorio con un gruppo di giovani detenuti: ragazzi feriti, segnati da vite difficili ma, ancora, capaci di sognare. E, per questo, preziosi e speciali.
Le interpretazioni dei giovani attori — molti dei quali non professionisti — aggiungono un realismo spiazzante, a tratti brutale, ma sempre autentico. Le loro storie si intrecciano, si sovrappongono, si perdono e si ritrovano, regalando allo spettatore un mosaico di emozioni forti, mai edulcorate.
Fortunato Assante, dimesso quarantenne oltre che mediocre organizzatore di spettacoli, con la speranza di ricavare del denaro sufficiente per pagare un suo assillante creditore, si reca nel carcere minorile di Nisida per allestire una recita interpretata da alcuni ragazzi detenuti nell’istituto.
Questo equivoco personaggio, che voleva soltanto realizzare un po’ di soldi per pagare i suoi debiti, vivendo accanto ai reclusi (tutti fra i 14 e i 18 anni), conosce le loro tragiche storie e inizia a trasformarsi in un uomo migliore
Fra questi ragazzi, c’è Beniamino (che lo ha scippato di una grossa somma ma, per il quale, Fortunato ritira la denuncia, anche per evitargli un’adozione, che il ragazzo rifiuta), “o Nonno” (un ritardato mentale che deve necessariamente prendere parte allo spettacolo per evitare d’essere rinchiuso nel carcere per adulti avendo compiuto 18 anni), Cazzillo (un bambino che spaccia droga per la strada), Gennarino (che ha rifiutato di compiere un omicidio), Salvatore (in serio pericolo per aver commesso uno “sgarro”, che vorrebbe salvare l’amata e giovanissima prostituta, cui è legato, rimandandola nell’ambiente pulito del suo paese).
Ferdinando Assante riesce ad ottenere la disponibilità del Teatro San Carlo di Napoli per questo spettacolo musicale da lui diretto ma scritto e interpretato dagli stessi ragazzi.
Gente, magnifica gente, vicina e distante dalla nostra realtà; gente, magnifica gente di questa città: gente, che vede e che sente e fa finta di niente Pe’ nun se spurca’
Il finale non è dei migliori perché Salvatore viene ucciso dalla camorra e, mentre l’ambulanza porta via il suo corpo, la città è in delirio per la vittoria della squadra napoletana nella Coppa Uefa: la folla festante non bada agli scugnizzi, che risalgono nel cellulare per tornare al riformatorio.
Resta, comunque, negli occhi dei ragazzi, il sogno di una vita migliore.
Perché Nisida è un’isola. Ma nessuno lo sa! (Edoardo Bennato – Nisida)
Carcere ‘e mare
Ancora quantu tiempo ha dà passare
io da ca’ dint’ me ne voglio ascire
ma tengo la pacienza di aspettare
Carcere ‘e mare
E aspett ‘o viento ca me fa vulare
e aspett ‘o sole ca me fa asciuttare
e aspett ‘o suonno pe’ pote’ sognare
Carcere e mare
Dio, che m’e dato ‘a voce pe’ cantare
e che m’e dato l’uocchie pe’ guardare
m’e dato ‘e braccia pe’ farme faticare
Carcere ‘e mare
E ancora quantu tiempo ha dà passare
io da ca’ dint’ me ne voglio ascire
ma tengo la pacienza di aspettare
Carcere ‘e mare
Ti si incastrano tra il respiro e le vene. Certi colori. Certe canzoni. Certe persone. (Fabrizio Caramagna)

Enzo Ferraro – già Dirigente Scolastico, Letterato, Umanista, Politologo

Giorgio Marchese – Direttore “La Strad@”


