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“Qualcuno era Comunista perché con accanto questo slancio ognuno era come
più di sé stesso, era come due persone in una: da una parte, la personale fatica quotidiana e, dall’altra, il senso di appartenenza a una razza che voleva spiccare il volo per cambiare, veramente, la vita.

No, niente rimpianti
Forse anche allora molti avevano aperto le ali senza essere capaci di volare
Come dei gabbiani ipotetici

E ora?
Anche ora ci si sente come in due: da una parte, l’uomo inserito che attraversa, ossequiosamente, lo squallore della propria sopravvivenza quotidiana e, dall’altra, il gabbiano, senza più neanche l’intenzione del volo perché, ormai, il sogno si è rattrappito.
Due miserie in un corpo solo” (Giorgio Gaber – Qualcuno era Comunista)

Tra le tante lingue difficili da imparare, c’è il silenzio (cit.)

Cari Lettori, non di rado ci ritroviamo a scoprire che non è affatto facile redigere un editoriale, soprattutto quando è frutto di sofferta analisi relativa all’osservazione esterna che, inevitabilmente, si riflette all’interno.

Tale lavoro, infatti, finisce col diventare una sorta di patteggiamento con la propria dialettica inconscia, mediante cui si tenta di mettere in ordine ragionamenti articolati che, (per quanto ci riguarda) al calar della sera e dopo aver visto ciò che preferiremmo non esistesse, si trasforma in velato (e pacato) stato crepuscolare. 

Lo psicologo Sidney Blatt avrebbe usato il termine di “Depressione introiettiva”.

Secondo Gandhi, Dio avrebbe ordinato questo Mondo in modo che nessuno potesse tenersi esclusivamente per sé la propria bontà o cattiveria. In pratica, il sistema in cui viviamo, sarebbe come l’organismo umano con i suoi diversi apparati.

Il dolore di un solo settore, si ripercuote in tutto il corpo.

Il marcio di una sola parte, avvelena inevitabilmente l’intero sistema. E forse è per questo che, giorno dopo giorno, noi avvertiamo il freddo e il buio di gran parte dell’umanità e soffriamo all’idea di un passero abbandonato nella pioggia o di un’insalata che avvizzisce, nell’attesa di essere mangiata. 

Umano, troppo Umano…

Non di rado, scrivendo qualcosa di particolarmente “toccante” ci riscopriamo a commuoverci con conseguente senso di leggerezza catartica.

Siamo arrivati alla conclusione che, tale stato di “liberazione” emotiva sia dovuto alla consapevolizzazione di quanto, l’Umanità (e, soprattutto, noi stessi), sia prigioniera della paura di manifestare l’altra faccia della Luna: la Bontà e la Felicità.

Possiamo elevarci dall’ignoranza, possiamo scoprirci creature straordinarie, intelligenti e capaci. Possiamo essere liberi! Possiamo imparare a volare! (R. Bach – Il Gabbiano Jonathan Livingston)

Fredrich Nietzsche ha avuto modo di scrivere che, a parer suo, ci sono due diversi tipi di persone nel mondo: quelli che vogliono sapere e quelli che, invece, si accontentano di credere.

È possibile che le due caratteristiche non si annullino a vicenda e che, anzi, attraverso la conoscenza si possa avere sufficiente fiducia per credere in qualcosa (o in qualcuno). Abbiamo già affrontato qualche anno fa l’argomento che stiamo sottoponendo alla vostra paziente attenzione… eppure molto altro può e deve essere ancora dibattuto

Mi sono spesso chiesto se la solitudine esaspera la sensibilità o se si sceglie la solitudine perché si è esasperati dalla sensibilità. (Cit.)

La conoscenza, il viaggio, la solitudine: quando guardi il mare…

Se è vero (come, in effetti, lo è) che sul nostro Pianeta la vita è provenuta dal mare, deve essere altrettanto vero che, se vogliamo capire i misteri esistenziali più importanti, questa distesa cristallina nella quale si riflette l’azzurro del cielo ci offre delle meravigliose tavole su cui riflettere.

Partiamo per esempio dal modo di affrontare l’ignoto, quello che non conosciamo ma che, in fondo, fa parte di noi perché se “non si muove foglia che Dio non voglia” i misteri del Creato (con le previsioni di un Futuro che è conseguenza di un Presente condizionato dai ricordi del Passato) li ritroviamo in quel grande serbatoio di esperienze e di informazioni che è il nostro codice genetico.

A noi, e soltanto a noi, il compito di esplorarne i contenuti mediante fantastici viaggi introspettivi. Perché, come sosteneva Jung, quello che non arriva alla consapevolezza, ritorna sotto forma di Destino

Avventurieri o stanziali?

Osservando il mare, possiamo godere le magiche evoluzioni dei delfini… però se alziamo lo sguardo verso il cielo, ci accorgiamo che, fra gli uccelli marini, ne esistono due tipi che, in apparenza si assomigliano. 

In apparenza…

L’albatros è un uccello pelagico che ama il mare aperto e gli orizzonti che sa donare. Soprattutto all’alba e al tramonto. Il gabbiano, al contrario è, prevalentemente, costiero. La differenza fra i due, quindi, simula gli estremi emotivi dell’animo umano.

Amo la quiete, la gran quiete marina, ma il mio destino è vivere balenando in burrasca” (Vincenzo Cardarelli). 

I marinai di lungo corso, sostengono che una nave è sicura solo in porto… ma è nata per solcare le acque infide del mare. Così, in fondo, noi procediamo. Condannati alla realtà che niente dura per sempre e che, maggiore è l’amore che doniamo e, proporzionale, è la sofferenza a cui ci esponiamo…

Cari Lettori, abbiamo avuto modo di conoscere (tanto tempo fa) un filosofo (pare, un matematico in autoesilio) che abitava nella zona più disastrata della nostra città e che incontravamo, non di rado, nelle traverse “dimenticate” del glorioso Corso “Bernardino Telesio”.  

Accanto agli inviti a trovare una facile (per lui) risposta alla “quadratura del cerchio” ci rivolgeva, ogni tanto alcune domande. Fra le quali, particolarmente curiose, le seguenti: “Come stabilisci il tempo della Felicità?” “Quando finisce la sete vera?”

A distanza di (molti) anni abbiamo compreso che, per noi umani, il tempo della felicità è quello passato o futuro mentre, per il presente… è difficile capire come utilizzare le fiches su quel tavolo da gioco che determina il nostro destino.

E per la sete?

Torniamo indietro fino a quel tempo “bambino” e ci rivediamo a bere, con gusto, alla canna delle fontanelle pubbliche.

Il sapore dell’acqua, oggi è “diverso” …

…ben lontano da quello provato nel piacere di placare l’arsura che concentrava la saliva dopo le corse sfrenate con la bici, con quel tracannare senza prendere fiato, e bagnandosi il viso fino alle orecchie…

Crescere, insomma. Già… ma come?

Per quel che ci è apparso chiaro, almeno finora, sembra che molti interpretino la propria vita come un personaggio di celluloide (virtuale, insomma e non reale) che, in quanto tale, non è mai il responsabile morale della storia che rappresenta.

Condotta così, però, la trama somiglia assai a quella raccontata da Baudelaire ne “i fiori del male” in cui descrive la fine degli albatros vecchi e stanchi, catturati dai marinai e derisi per la loro fragilità.

Non possiamo dimenticare gli ultimi frammenti della lunga pellicola che riguarda la vita con i nostri rispettivi genitori, ormai malati e prossimi alla fine. Dai loro occhi traspariva un linguaggio privo di ogni certezza ed espresso solo in forma ansiosamente interrogativa: “Non puoi restare, ancora un po’, con me?”

E, noi, si provava quel cupo dolore di chi scopre che, fra sé e il campo nemico, non c’è più nessuno che ti protegga prendendo i colpi al tuo posto…

Lontano vuol dire che, domani non torno. Lontano vuol dire sempre un altro giorno: com’è lontano, questo lontano! (R. Vecchioni)

Cari Lettori, è innegabile il fatto che, il nostro, è un periodo storico ove sono fuori corso parole come impegno, moralità, creatività.

Chi, tramite vari mezzi di potere e di persuasione occulta, tiene (o vorrebbe sempre tenere) le fila dei nostri destini e del nostro agire, cerca di omologarci, all’insegna che bisogna ubbidire, senza muoversi in autonomia. Cosa brutta per chi è nella stanza dei bottoni pensare in proprio e fare domande indiscrete.

Lascia perdere la fede! –  ripeteva sempre Ciang. – Non t’è mica servita, la fede, per volare. T’è bastato l’intelletto: capire la faccenda. E qui è la stessa cosa, Su, riprova. (R. Bach – Il gabbiano Jonathan Livingston)

I mediocri che ci governano, democraticamente scelti dalla nostra interessata mediocrità, non possono tollerare domande.

Ad esempio, un “tale” ritiene che il ponte di Messina sarà di importanza strategica dal punto di vista militare e molti (in buona o cattivissima fede) applaudono e dicono sì.

Non pensano che in stato di guerra basterebbe un aereo a distruggere la meravigliosa creatura…

Ignoranti come sono non sanno che il ponte (con navi) non portò vantaggi ai Persiani sconfitti dagli Ateniesi, al tempo, appunto, delle guerre persiane.

Il tale che vuole il ponte (a sua imperitura memoria) attacca tutti con boriosa sicumera.

Poi, un generale americano lo avverte di non insistere perché, loro (e la Nato) non lo considerano affatto importante!

La risposta non arriva e, noi, restiamo col dubbio di trovarci di fronte all’ennesima speculazione economica nella quale ci rimetterà, come sempre, lo Stato. Cioè, noi.

Come possono i giovani crescere in un sistema basato sulla non valorizzazione del merito e sulla mortificazione della qualità e della creatività?

Perché dovrebbero studiare seriamente quando il mediocre che comanda non è l’eccezione ma la regola.

Molti giovani demotivati si fanno compagnia in gruppo e i valori facili da mettere in pratica riguardano il fumo e l’alcool.

Chi vuole realizzare sé stesso è costretto a vivere come il Gabbiano Jonathan Livingston del bel romanzo di Richard Bach.

“Questo breve romanzo è denso di significati, primo fra tutti che non bisogna sopravvivere ma imparare a vivere: non accontentarsi, ma cercare ogni giorno qualcosa che ci possa meravigliare; avere uno scopo e non rimanere incatenati in una realtà o in una Società che tarpa le ali impedendoci di essere veramente noi stessi; riconoscere che la vita è un percorso, difficile a volte, che vale la pena intraprendere ed è, comunque,  un’avventura da affrontare con la consapevolezza che essere sé stessi sino in fondo, è necessario innanzitutto per noi.

Volare, per ognuno di noi può avere un significato differente ma, Il Gabbiano Jonathan Livingston ci ricorda che qualsiasi sia la definizione che dentro di noi vogliamo dargli, non dobbiamo venire meno a noi stessi, venire meno a quell’anelito di bello, buono e giusto che abbiamo dentro di noi; dobbiamo guardare il mondo con occhi rinnovati, certi che il desiderio che abbiamo nel cuore possa trovare una corrispondenza anche se tutto ci pare essere mosso da meschinità e ottusità.

Il gabbiano Jonathan Livingston è un inno alla libertà e alla verità, una metafora di una vita più piena, all’insegna di ciò che muove davvero il nostro cuore” (R. Bach – Il gabbiano Jonathan Livingston)

Tutti i gabbiani, controllati dagli anziani, sono abituati a volare per procurarsi cibo, senza aspirare a nient’altro. Ormai sono privi del gusto della sfida e del volo.

Il Gabbiano Jonathan non ci sta. Impara a volare e a vivere attraverso la tenacia, il sacrificio, la gioia dell’impegno.

Il gabbiano che anela al volo e alla libertà rappresenta qualcosa di irrinunciabile per ogni essere vivente.

Noi avremo una nuova ragione di vita. Ci solleveremo dalle tenebre dell’ignoranza, ci accorgeremo d’essere delle creature di grande intelligenza e abilità. Saremo liberi! Impareremo a volare (R. Bach – Il gabbiano Jonathan Livingston)

Il Gabbiano Jonathan col suo spirito di autenticità vive nel profondo di ognuno di noi.

Solo che, condizionati da un vivere inautentico, dimentichiamo come si accende la favilla che giace dentro di noi, che aspetta paziente a dar vita a un fuoco divorante di amore e calore.

In un mondo ufficialmente diretto in modo egoistico non c’è spazio per la solidarietà. Assistiamo ad una profonda frattura tra dire e fare. Abbiamo leggi che finalmente tutelano anche gli animali ma, di fatto, resteranno inapplicate perché siamo capaci di rimanere  indifferenti alla morte per fame di migliaia di persone (spesso bambini).

Facciamo differenza tra colori della pelle e non lavoriamo per un mondo realmente umano.

Perché mai – si interrogava Jonathan perplesso – La cosa più difficile del mondo è convincere un uccello di essere nato libero e che può dimostrarlo a sé stesso, se soltanto perde un po’ di tempo a esercitarsi? Perché deve essere così difficile? (R. Bach – Il gabbiano Jonathan Livingston)

Viene da chiedersi ogni giorno: ma l’Essere Umano, è buono o cattivo?

Da quando abbiamo attestazioni storiche notiamo che ci sono sia i Caino che gli Abele. E, purtroppo, albergano in ciascuno di noi.

Se sommiamo questa fredda verità, alla rabbia e all’ignoranza, ecco che finiamo con il ritrovare, da sempre, molti più aspetti da Caino che vanno a sopraffare la parte di Abele, imponendo il gioco millenario della guerra.

E allora, è meglio essere come i gabbiani che non si allontanano dalle ”nebbie” e dai venti conosciuti o provare la libertà degli albatros, accettandone le conseguenze?

La riflessione che scaturisce è che non possiamo risolvere problemi che noi stessi (come componenti di una Società deviata e deviante) determiniamo. Nessuna Legge rende l’essere umano migliore. Fintanto che non ci rendiamo conto di ciò (e non cambiamo qualcosa), dovremo vivere e “subire” (sulla nostra pelle e nella nostra coscienza) simili situazioni, così come il veleno nei cibi, nell’aria e nell’acqua; come i disastri climatici e idrogeologici; come l’indifferenza collettiva. Come la notte, che alberga nei nostri cuori.

E allora?

La scienza ci spiega che l’area del cervello che riconosce gli oggetti familiari si trova nella “corteccia peririnale”, praticamente nella zona dell’ippocampo, dove passano tutte le informazioni che apprendiamo e “gustiamo”, sul piano emotivo.

Questo, cosa può significare?

Semplicemente, che abbiamo bisogno di dare un significato “amico” ad ogni nuova esperienza, per poterla amare senza confinarci nelle abitudini (anche se comode e sicure)

e tornando sui nostri passi per annodare, meglio, i tanti fili delle esperienze che, insieme, creano la memoria storica e personale la quale, altrimenti, andrebbe perduta.

E, con essa, anche gli incroci delle emozioni e gli stessi confini (invisibili ma incancellabili) della propria coscienza nucleare.

Viviamo da Albatros, quindi… ma senza dimenticare l’accorta saggezza dei Gabbiani. Solo così, probabilmente, saremo dei veri Jonathan Livingston capaci, come nella suggestiva immagine di copertina, di stimolare il piacere del “volo”.

Canzone da Lontano

Il passero ti seguirà

Non sarai piccola sempre, piccola sempre

Ma ti seguirà, ti seguirà

Il falco ti difenderà

Non sarai debole sempre, debole sempre

Ma ti difenderà, ti difenderà

“Lontano” mi chiedi

“Ma dov’è questo lontano

Lontano è un paese che non ti do la mano

Com’è lontano questo lontano…

La volpe ti incanterà

Le volpi vestono bene, le volpi parlano bene

Ma non le ascolterai, non le ascolterai

E il vento ingarbuglierà

I tuoi pensieri, l’amore e i tuoi capelli

E ti cambierà, ti cambierà

Lontano vuoi dire che

Domani non ritorno

Lontano vuol, dire sempre un altro giorno

Com’è lontano questo lontano

La luna ti sorveglierà

Quando avrai sonno e nel sonno avrai paura

E ti passerà, ti passerà

E il grillo ti racconterà

Che mi assomigli negli occhi e nelle stelle

E gli chiederai, gli chiederai

E quando ti sento dire:

“Fa presto che ti aspetto”

Quando so che mi pensi andando a letto

Non è lontano questo lontano

E quando ti sento dire: “Fa presto che ti aspetto”; quando so che mi pensi andando a letto… non è poi così lontano, questo lontano (R. Vecchioni)

Enzo Ferraro – già Dirigente Scolastico, Letterato, Umanista, Politologo

Giorgio Marchese – Direttore “La Strad@”

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