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Stavo camminando in fretta per recarmi a un appuntamento, quando sono stato attratto da un ragazzino che seduto su una panchina stava armeggiando per farsi una canna.

Lo osservavo ed ero indeciso se commentare quell’azione oppure il suo look da semi maranza: entrambe le cose stavano erette per dare timbro al suo passaporto.

Se ne stava lì beato e tranquillo, non gli poteva fregare di meno che io lo stessi sgamando.  

Mi è venuto spontaneo chiedergli se andava tutto bene.

Mi ha squadrato per bene, senza dire una parola si è girato dall’altra parte, ha dato fuoco alla miccia e ha continuato imperterrito a svolazzare tra una cima e l’altra.

Era evidente come la luce che le sue labbra mormoravano parole smozzicate ma chiare, come a dire vai a rompere le balle da un’altra parte.

Eppure in quel comportamento da adolescente imbizzarrito c’era una nota stonata, apparentemente un segnale di fortezza, ma a ben guardare nei suoi occhi qualcosa rimaneva nascosto, un peso, un ricordo, un dolore mai del tutto sopito.

Ero tentato di rompergli le scatole ancora, perché a mio avviso non c’è una scadenza per parlare di droga, un modo giusto da scandagliare in profondità il cuore, magari per esser ascoltati.

Non mi ha dato il tempo, in un batti baleno è svanito nel nulla. Tra me e me pensavo che forse è semplicemente sbagliato affrontare un giovanissimo attraverso le solite schedature, o reprimendo senza se e senza ma l’uso delle canne, forse in quegli occhi di sfida c’erano i segni e le orme digitali di balzi in avanti senza rete di sicurezza, i bisogni di tutti gli adolescenti, che spesso rimangono incagliati nelle nostre gabbie di partenza, nei retro pensieri.

Ma sarebbe un errore grossolano scambiare questi atteggiamenti come danger zone, soprattutto quando questo ragionamento etichetta la somma di troppi inutili pregiudizi.

Gli occhi di quel ragazzino mi hanno fatto pensare che forse sotto quella scorza indifferente, c’ è davvero un vuoto di senso, un recinto creato a misura in cui condividere la ribellione che costa poco.

Adolescenti che sbrigativamente consideriamo asociali,  ma invece in quelle posture, in quei silenzi, c’è  la necessità di non sentirsi soli, di non essere giudicati a priori, soprattutto di sentirsi riconosciuti e valorizzati, di provare finalmente sentimenti e relazioni, dove la solidarietà non è soltanto il riconoscimento dell’altro che sta peggio di te e finalmente te ne accorgi, ma consapevolezza che senza il valore della relazione anche l’altro scompare. Insieme a te naturalmente.

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