Pensieri, emozioni, stati d’animo di adolescenti (gli alunni dell’IIS “Lucrezia della Valle” di Cosenza) dedicati ai propri nonni, “testimoni del passato, garanzia del presente ed eredi del futuro” attraverso una intervista immaginata: “Cosa avresti voluto chiedere e cosa ti saresti voluto sentire rispondere?“
Ho deciso di intervistare una persona. Questa persona ha avuto un figlio (in realtà più di uno) e anche suo figlio ha avuto dei figli, uno dei quali sono io.
Ogni volta che mio padre mi parla di questa persona, non riesco a smettere di chiedermi alcune cose che, in un futuro non troppo lontano, spero di poter chiedere dal vivo.
Perché, anche se è ancora in vita, non potrà rispondere a nessuna di queste domande. Perciò, se è vero che alcune cose si tramandano di generazione in generazione, anche io, come mio padre, dovrò immaginare le risposte che potrebbe dare alle mie domande.
D: Come dovrei chiamarti, se non sei nemmeno mai stato chiamato “papà”?
R:Chiamami come mi chiamano tutti, indipendentemente dal rapporto che abbiamo. Chiamami Leonardo, come mi hanno chiamato le mie mogli, come mi chiamano i miei figli e anche i miei amici.
D: Perché li definisci” figli”, se loro non ti definiscono “papà”?
R: Hanno il mio cognome e mi somigliano. Qualcosa di mio a loro è rimasto, anche se lo ignorano per rabbia. A me invece non è rimasto niente, ma se li chiamo “figli” riesco a sentirli più vicini.
D: Perché tentare di sentirli vicini solo ipoteticamente, quando , invece, potrebbe succedere realmente? Cosa ti frena?
R: Mi frena la paura di sbagliare ancora. Quando tu eri molto piccola, ho incontrato tuo padre grazie a terze persone. Gli ho detto che per te ci sarei stato. Ti avrei comprato pannolini e qualsiasi cosa ti fosse servita. Ti ho tenuto in braccio e tu mi sorridevi. Poi però tuo padre ti ha strappato dalle mie braccia, mi ha voltato le spalle e mi ha lasciato solo. Lì ho capito che forse era davvero tutto irrecuperabile.
D: Non pensi che negli anni sia cambiato?
R: Lui potrebbe essere cambiato sicuramente, ma anche io sono cambiato.
Ho accettato che alcune storie devono essere raccontante senza lieto fine. Quella di tuo padre è una di queste. Anche se lo avesse, il finale non cambierebbe la trama insidiosa che lo ha segnato sin dall’inizio.
D: Quale donna hai amato di più, la prima o la seconda?
R: Forse la prima. Quando ho lasciato tuo padre da piccolo, non capivo perché stessi sbagliando. Tua nonna non mi amava, perciò perché avrei dovuto prendermi cura di una famiglia che non sentivo vera? La seconda mi ha fatto rinascere; quando, però, ho scoperto che sarei diventato papà per la seconda volta ho avuto paura.
Ecco perché ho abbandonato pure lei, per la paura di dover rivivere l’inferno della prima.
D: A quale figlio ti senti legato di più, al primo o al secondo?
R: Beh, sono pur sempre i miei figli. Loro non c’entrano niente con le loro madri. Li amo entrambi.
Forse ho meno paura del secondo, dato che mi cerca spesso. Quando non sono a lavoro, infatti,
cerco di rispondergli sempre con un messaggio. Se non devo lavorare nel week-end, cerco anche di telefonargli. E poi è il più piccolo. Mi fa tenerezza pensare ad un bambino piccolo senza suo padre.
D: Come hai reagito quando hai scoperto della sua leucemia?
R: È brutto da pensare e da dire, ma penso che sia la punizione che Dio mi ha dato per il male che ho fatto a tante persone. Penso che sarebbe dovuto capitare a me, non a lui. La vita, a volte, è
molto ingiusta…
D: Il ricordo più bello che hai dei tuoi figli?
R: Con il primo sicuramente quando l’ho tenuto in braccio per la prima volta. Era come se già sentissi che non sarebbe durata a lungo quella sensazione. Con il secondo, invece, quando l’ ho portato a mangiare un gelato, la prima volta che l’ho visto dopo aver saputo che era nato. È stato un bel giorno, perché mi godevo mio figlio sapendo che non sarei stato incatenato a sua madre.
D: Il ricordo più brutto che hai dei tuoi figli?
R: Con il primo, sicuramente, l’incontro di qualche anno fa. Mentre con il secondo scoprire che sarebbe venuto al mondo mi ha fatto stare male.
Sapevo che avrei sbagliato di nuovo e mi pesava.
D: Come vorresti spendere il tuo tempo con me, se dovessimo stare insieme?
R: Beh, ti farei assaggiare i miei piatti. Forse cucinare è l’unica cosa che so fare bene nella mia vita, perciò ti farei assaggiare sicuramente qualcosa. Ti insegnerei i segreti della cucina che con il tempo ho imparato, lavorando nei ristoranti.
D: Quando parli di me ai tuoi amici, ti riferisci a me come “nipote”?
R: Ovvio. Se chiamo “figlio” tuo padre è normale che ti reputi mia nipote.
Anche perché, scusa se te lo dico, non mi ricordo come ti chiami.
D: Cosa immagini che io pensi di te?
R: Sicuramente qualcosa di negativo, per tutte le bugie che ti avranno raccontato. Non è vero che sono stato un padre assente: semplicemente ho avuto famiglie che non mi facevano stare bene.
E poi io a te tengo molto, altrimenti non ti avrei comprato un pacco di pannolini.
D: C’è qualcos’altro che vorresti dirmi, o chiedermi, Leonardo?
R: Vorrei dirti che per te ci sarò, anche se sicuramente tu mi odi. Ma lo capisco.
D: Adesso, cara nipote, vorrei chiederti io due cose: quanti anni mi dai? E poi: tua nonna ti parla mai di me?
R: Fisicamente te ne darei 70, mentalmente 5. E no! Per tua sfortuna, a casa mia non parliamo mai di te!
Anna Giulia (17 anni)
A cura di Maria Felicita Blasi


