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Ad Asti è guerra ai piccioni. Dalla carta stampata (e dagli altri mezzi di comunicazione di massa) apprendiamo che è partito il piano di contenimento della Provincia: nei centri abitati verranno installate gabbie di cattura e sarà consentito il loro abbattimento, non nei centri abitati, da parte degli agenti di vigilanza faunistica e di chiunque sia in possesso di porto d’armi e abbia frequentato uno specifico corso di formazione “ad abbattere” (N.d.R.).

Lo stesso varrà per cinghiali, caprioli, nutrie, corvidi e minilepri, ove si ritenesse “scomoda” la loro presenza.

Che strano, accade qualcosa di simile nella Striscia di Gaza dove, bambini e genitori vengono selettivamente “abbattuti” mentre cercano cibo.

E lo stesso tragico copione si mette in atto anche nelle zone di guerra ucraine e ovunque ci sia (o sia già avvenuta) quella selettiva eliminazione meglio conosciuta come “genocidio”.

Cari Lettori, ci deve essere un motivo se siamo come siamo.

Se vuoi la parte dolce devi accettare quella amara. Che, ogni cosa, non è solo scura e non è solo chiara (Poeta della Sera)

Ma se, come sosteneva Margherita Hack, ogni elemento del creato è “figlio” di stelle incandescenti dall’infinito potenziale, la nostra esistenza non può paragonarsi al lancio dei dadi su un tavolo verde, al motto del “come viene, viene”!

Ci sono due modi di vivere la tua vita. Una è pensare che niente sia un miracolo. L’altra è concludere che ogni cosa sia un miracolo. (Albert Einstein).

A volte anche il più crudo degli spaccati di realtà, aiutano a trarre ispirazione per scrivere qualcosa di utile con cui esprimere, in maniera sintetica, il contenuto di pensieri complessi, la cui folla di idee non riusciremmo a trasmettere altrimenti.

Dopo giornate devolute a quei percorsi (a metà fra la speleologia e l’archeologia) che portano alla radice della nostra essenza trigenerazionale (da cui “discende” l’organizzazione e il funzionamento della personalità di ciascuno) cerchiamo, come elemento necessario indispensabile, una fonte che ci riporti alla sensuale spiritualità delle Leggi di Natura per cercare risposte sempre diverse (ma pur sempre coerenti) a quelle che, crediamo, siano le quattro domande più importanti della vita:

Cosa è sacro;

Di cosa è fatto lo spirito;

Per cosa vale la pena vivere;

Per cosa vale la pena morire.

E, di recente, ci siamo confrontati su un vecchio documentario televisivo sulla vita (e le vicissitudini) dei salmoni del Pacifico.

Questo pesce, dai fiumi scende fino al mare e, lì, diventa forte abbastanza per risalire nuovamente i fiumi in un lungo e faticoso viaggio controcorrente, per andare a deporre le uova in acque fredde e basse, in mezzo ad una ghiaia ben “ossigenata”.

Al termine di ciò, esaurito il suo compito ed essere scampato ad aggressioni di vario genere (pescatori, orsi bruni, ostacoli naturali di ogni tipo, etc.) si avvia a morire. 

Questo, già lo sapevamo. E l’abbiamo sempre trovato triste e incomprensibile. Come la vita degli esseri umani, in fondo. Ognuno di noi cammina verso un progetto specifico (molte volte condizionato da interventi esterni) che lo porta a recitare sul palcoscenico della vita in maniera da crescere, lavorare, avere dei figli, aiutarli a crescere, a cercare un lavoro e, quindi, la storia si ripete di generazione in generazione…

Un uomo della Terra, va a trovare il Sole.

“Come vanno le cose, laggiù?” gli chiede il grande astro.

“Bene, mio Signore, tutti ti adorano”.

“Tutti? Ma davvero?”

“Beh, Signore… c’è una donna, solo una bellissima donna, che non si rivolge mai a te con devozione”.

“E chi è?”

“Si chiama Notte”.

“E dove vive, questa donna?”

“In India, mio Signore”.

Il Sole, a quel punto molto incuriosito, decide di recarsi velocemente nelle terre dove sa di poterla incontrare. La donna, però, resasi conto del suo arrivo, fugge via, dall’altra parte del mondo. Il Sole la rincorre e lei ritorna in India. Il Sole, allora, si reca in India, ma lei…

Ed è così che, il Sole, continua, ancora oggi, ad inseguire quella bella donna, senza raggiungerla mai.E osservando il continuo mutare dell’alternarsi del giorno e della notte abbiamo riflettuto sul parallelismo che c’è fra la nostra esistenza e quella dei salmoni trovando, questa “circolarità”, molto sensata rifacendoci, anche, a quanto scritto negli editoriali: “Lettera a Marinella e “La voce del Padrone

La vita di ogni uomo è una via verso se stesso, il tentativo di una via, l’accenno di un sentiero ( Hermann Hesse).

Sia pure con differenze, anche l’anguilla si comporta in un modo simile.

Eugenio Montale ha scritto un’importante poesia su di lei, “prestandole” modi di fare tipici dei salmoni.

È una poesia del 1948 e fa parte della raccolta “La bufera e altro”.

Il 1948 è un anno angoscioso del dopoguerra: inizia la guerra fredda e nelle persone più sensibili e attente si fa strada un forte senso di delusione.

Anticipiamo subito che, Montale, con la sua poesia ci consegna questo stupendo messaggio: anche in situazioni di totale desolazione, vi sono elementi forti dell’esistenza che devono essere difesi e riaffermano il valore della vita.

L’anguilla, considerata nel suo istinto vitale, fa un lungo e difficile viaggio, scava pazientemente la sua strada nel fango, resiste con vigore a dure condizioni.

L’anguilla (se vogliamo: anche il salmone) è il simbolo del vitalismo.

L’anguilla, dice il poeta, giunge ai nostri estuari, ai fiumi che risale sotto la forza avversa.

Tutto comincia quando “pare tutto incarbonirsi”.

L’anguilla è metà serpe e metà pesce e, forte della sua natura, sfida le forze dell’acqua. Risale controcorrente e dopo tantissima fatica riemerge nel candore dell’acqua dolce donde era partita per il mare tanto tempo prima.

L’iride del suo occhio consente al poeta di “tirare in campo” la sua donna amata, Clizia, alla quale Montale ricorda l’esperienza dell’anguilla e conclude la lirica con uno struggente:

Puoi, tu, non crederla sorella?

Il punto interrogativo finale non è una domanda di dubbio rivolta alla donna, ma un coinvolgimento di certezza.

La poesia si snoda in un periodo che pare agile e sinuoso come un’anguilla, la quale, ad un certo momento, è definita “freccia d’amore in terra”.

Nei marosi della vita, sempre piena di ostacoli e difficoltà, la donna (ma in pratica l’umanità tutta) è invitata a resistere e a trovare forza d’amore per un domani travagliato ma da affrontare con forza lucida.

Non c’è nella lirica un generico e banale ottimismo, ma l’invito a saper vivere come accade, per forza di natura, all’anguilla e al salmone.

Evidentemente, cari Lettori, tutto è legato a un programma che va oltre l’interesse del singolo, pur considerando quest’ultimo di primaria importanza.

Il salmone, ad esempio, serve da nutrimento per la “catena” che incontra sulla propria strada, da elemento riproduttore (indispensabile per il mantenimento della specie) e da fertilizzante, durante la decomposizione (perché porta elementi fondamentali, acquisiti in mare, che garantiscono il proliferare di specie vegetali che si trovano lungo le acque di fiumi, povere di azoto, fosforo, etc.).

E anche per noi, in fondo, è così.

L’uomo è l’unico animale per il quale, la sua stessa esistenza, è un problema che deve risolvere (E. Fromm).

Il nostro problema nasce nel momento in cui, a differenza di altre specie animali, siamo in grado di porci la domanda: “Che senso ha, tutto ciò, su questa Terra?”  Le strade da percorrere durante il tempo a disposizione sono molte ma, solo poche, garantiscono un’uscita di sicurezza.

Tanti si inventano soluzioni di “basso profilo”. Non si spiegherebbe altrimenti il comportamento assurdo (che offende il senso comune e che ripugna nei termini) di chi dovrebbe rappresentare lo Stato, attraverso autorevoli cariche istituzionali.

Alcuni mostrano il coraggio, nella paura, dichiarandosi non all’altezza del compito, come il papa recalcitrante di uno degli ultimi film di Nanni Moretti, “Habemus papam” (ma qui, ci si dovrebbe domandare come sia stato possibile nominarlo Vescovo e Cardinale!).

Altri, ancora, scelgono la corsia di emergenza (quella che si usa, furbescamente, quando si vuole saltare la fila) e, in nome di un presunto e preteso risarcimento per danni subiti dalla Società (nel termine più ampio), mettono in atto situazioni pericolose, eclatanti e “squilibrate”. 

La sofferenza è il male minore. Ciò che ti annienta è uno specchio senza la tua immagine (Cit.).

“il senso della vita. Il segreto è tutto qui! Perché non ce lo insegnano da piccoli? Che spreco diventa, altrimenti il nostro andare!”. Questa la conclusione di una giovane professionista plurilaureata e con ruoli ispettivi e dirigenziali, con cui abbiamo avuto l’opportunità di confrontarci, all’interno di un dibattito istituzionale.

Capire il senso comporta, automaticamente, nobilitarlo, appunto, in maniera “sensata”.

Siccome siamo ingranaggi di una catena (dotati di identità autonoma), qualunque azione sinergica può essere considerata corretta: amore, solidarietà, collaborazione, integrazione, semplificazione, conciliazione, empatia, risonanza, egoismo (positivo, ovviamente, per godere di ciò che facciamo e abbiamo).

Se è vero che “il pensiero come, Il mare più è profondo e più incute paura” (Jacques Cousteau ), siccome è proprio dal mare che veniamo e, come i salmoni, nel viaggio consumiamo ciò che siamo, dobbiamo per forza (e per legge di Natura) diventare persone per bene. 

Perché?

Oltre ai contenuti consci che svaniscono nell’inconscio personale, vi sono contenuti nuovi che emergono dall’inconscio collettivo. Per questo l’inconscio non è un semplice deposito del passato, ma, anzi, è pieno di germi e di idee nuove, creative, cioè di strutture mentali psicologicamente orientate al futuro” (C. G. Jung)

Dal Big Bang in avanti si sono avute reazioni termonucleari capaci di creare il cielo, con le stelle e tutti i pianeti…

Cari Lettori, in forza di quello che è sopra riportato,  se vogliamo capire quale sia il compito a noi assegnato (ma non spiegato consapevolmente) non dobbiamo fare altro che osservare il nostro DNA (simbolo dell’INCONSCIO COLLETTIVO Junghiano) come il nocciolo incandescente di un pianeta apparentemente freddo, con la sua “crosta”.

Partiranno, da esso, spinte magmatiche che, come un’eruttazione vulcanica lasceranno ricadere, attraverso la pioggia piroclastica, una carica di “germi e di idee nuove, creative, cioè di strutture mentali psicologicamente orientate al futuro”

Prendere atto che le gioie sono momenti importanti sottratti al dolore e alla fatica è questione basilare.

Una vita vissuta con autenticità è così.

Non ha senso chiedere un senso a tutto ciò. Il credente si mette sotto le grandi ali del perdono di Dio. Il laico affronta i problemi in quanto uomo. Si comporta come Sisifo, se vogliamo prestar fede al grande mito analizzato da Albert Camus.

Sisifo spinge un grande masso fino alla cima della montagna. Poi il masso rotolera’ a valle e lui in eterno riscenderà per ripetere il duro lavoro. Vien quasi di pensare che nelle fasi della immane fatica (la fatica della vita) Sisifo, a suo modo, possa essere “felice”.

Quindi, essendo delle Creature nelle mani di Dio che, a ben guardare, sono le nostre mani, ha particolare significato l’aforisma conclusivo:

C’è un bambino da proteggere. Ha paura del buio. Lo sguardo vago. Una spina nel cuore. Il suo nome è: Mondo! (Anonimo) 

Altrimenti, varremo meno (ma molto meno) di un salmone (o di un’anguilla)

Il peso del Coraggio

Sono questi i vuoti d’aria, questi vuoti di felicità

Queste assurde convinzioni

Tutte queste distrazioni, a farci perdere

Sono come buchi neri, questi buchi nei pensieri

Si fa finta di niente, lo facciamo da sempre

Ci si dimentica che ognuno ha la sua parte in questa grande scena

Ognuno ha i suoi diritti, ognuno ha la sua schiena

Per sopportare il peso di ogni scelta

Il peso di ogni passo

Il peso del coraggio

E ho capito che non sempre il tempo cura le ferite

Che sono sempre meno le persone amiche

Che non esiste resa senza pentimento

Che quello che mi aspetto è solo quello che pretendo

E ho imparato ad accettare che gli affetti tradiscono

Che gli amori anche i più grandi poi finiscono

Che non c’è niente di sbagliato in un perdono

Che, se non sbaglio, non capisco io chi sono

Sono queste devozioni

Queste manie di superiorità

C’è chi fa ancora la guerra

Chi non conosce vergogna

Chi si dimentica

Che ognuno ha la sua parte in questa grande scena

Che ognuno ha i suoi diritti e ognuno ha la sua schiena

Per sopportare il peso di ogni scelta

Il peso di ogni passo, il peso del coraggio

E ho capito che non serve il tempo alle ferite

Che sono sempre meno le persone unite

Che non esiste azione senza conseguenza

Chi ha torto e chi ha ragione quando un bambino muore

E allora stiamo ancora zitti perché così ci preferiscono

Tutti zitti come cani che obbediscono

Ci vorrebbe più rispetto

Ci vorrebbe più attenzione

Se si parla della vita

Se parliamo di persone

Siamo il silenzio che resta dopo le parole

Siamo la voce che può arrivare dove vuole

Siamo il confine della nostra libertà

Siamo noi l’umanità

Siamo il diritto di cambiare tutto e di ricominciare

Ricominciare

Ognuno gioca la sua parte in questa grande scena

Ognuno ha i suoi diritti

Ognuno ha la sua schiena

Per sopportare il peso di ogni scelta

Il peso di ogni passo, il peso del coraggio

Entra nel cuore e chiudi la porta. C’è del disordine ma non importa. Il posto è bello, solo un po’ scuro ma, se fai luce, staremo al sicuro (Poeta della Sera)

Enzo Ferraro – già Dirigente Scolastico, Letterato, Umanista, Politologo

Giorgio Marchese – Direttore “La Strad@”

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