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A quei tempi era sempre festa. Bastava uscire di casa e attraversare la strada, per diventare come matte, e tutto era bello, specialmente di notte, che tornando stanche morte speravano ancora che succedesse qualcosa, che scoppiasse un incendio, che in casa nascesse un bambino, o magari venisse giorno all’improvviso e tutta la gente uscisse in strada e si potesse continuare a camminare fino ai prati e fin dietro le colline (Cesare Pavese – La bella Stagione)

L’estate è una bella stagione?

A noi piacerebbe dire di sì. E con convinzione.

Il fatto è che, cari Lettori, avremmo risposto in egual modo anche parlando della primavera, dell’autunno, dell’inverno.

La Natura, pur martoriata da chi, convinto di essere Dio, prova a fare e disfare, ci offre nel corso di un anno tante belle varietà che, una persona attenta e sensibile, è in grado di coglierne le peculiarità.

Tramite l’arte nelle sue varie dimensioni, gli artisti hanno colto il bello di tutto ciò e ce l’hanno donato a imperituro ricordo.

All’interno di questo lavoro, per questioni di tempo e spazio, non parleremo di pittura e musica ma ci confronteremo con voi, all’interno di qualche momento di grande poesia.

L’estate ha un modo magico di trovare il bambino dentro ognuno di noi. (Henry James)

Tutta la grande tradizione ha esempi mirabili di approccio all’estate.

Pensiamo al simbolo che gioca in Petrarca dove, caldo d’amore per Laura e calura estiva si intrecciano in modo indelebile. Anche il languore, legato alle lunghe e assolate giornate d’estate, diventa qualcosa di unico e struggente.

Vivendo la calda stagione vengono spesso alla memoria versi di poeti che magari abbiamo frequentato decenni fa e che, di colpo, riemergono alla memoria e alla “vita”.

Si tratta spesso di “attacchi” che vengono in mente e ci ossessionano, obbligandoci per trovare pace e ristoro a ricercare il testo completo e rileggerlo con occhi nuovi ancora una volta.

Noi abbiamo la fortuna di essere visitati da autori che giudichiamo grandi ma che, spesso, tali non sono per molta parte della critica ufficiale.

Non ci smontiamo, anche perché già l’espressione “critica ufficiale” richiama un senso di saccenteria e di canforata sicurezza che fortemente deprime.

Dino Campana, ad esempio, è un poeta vero e autentico.

L’inizio della sua poesia “L’invetriata”, riguardante la stagione estiva è folgorante:

La sera fumosa d’estate, dall’alta invetriata mesce chiarori nell’ombra e mi lascia nel cuore un suggello ardente.

Inquietante come l’autore con la sua drammatica esistenza.

Nella parte finale, le stelle sono bottoni di madreperla e, la sera, si veste di velluto:

È tremola la sera fatua: è fatua la sera e tremola ma c’è, nel cuore della sera c’è, sempre una piaga rossa languente.

Sono assaggi che rinviano a frequentazioni.

Vincenzo Cardarelli, un poeta significativo del Novecento oggi trascurato, ha dedicato alle stagioni intense liriche. E, in una poesia dedicata a Omar Kayyam, scrive:

Kayyam, nei mattini d’estate, basta avere una foglia in bocca, il sole dei giardini ci ubbriaca meglio del tuo vino che, noi, non berremo. Abbiamo, dopo di te, bevuto in ben altre cantine. Abbiamo la gola rossa dei nostri vini di Occidente, o mio vecchio, melodico persiano.

Insomma, si parte dall’estate e, poi. il discorso poetico si allarga all’universo mondo.

E, sempre Cardarelli, coglie ancor meglio la peculiarità dell’estate nella lirica “Saluto di stagione”:

Benvenuta estate. Alla tua decisa maturità mi affido. Mi poserò ai tuoi soli, ricambierò alla terra in tanto sudore caldo delle mie adempiute nutrizioni, i suoi veleni vitali.

Per lui, insomma, l’estate è la stagione “la meno dolente /d’oscuramenti e di crisi”.

L’estate è una stagione estrema che, infine, cade prostrata in riposi enormi.

È il vento d’agosto, poi, prepara l’autunno in un alternarsi che non avrà fine.

C’è una poesia di un altro grande (o, meglio, “grandissimo”), Umberto Saba, che ci intriga alquanto: Notte d’estate. Pochi tocchi e vien fuori un mondo

Dalla stanza vicina ascolto care voci nel letto, dove il sonno accolgo. Per l’aperta finestra, un lume brilla lontano, in cima al colle, chi sa dove. Qui ti stringo al mio cuore, amore mio, morto a me da infiniti anni oramai.

Il nostro immaginario lega l’estate al gran caldo e al sole che, nelle ore centrali del giorno, ci fanno desiderare la frescura serale.

Nazim Hikmet nel suo ormai classico volumetto “Poesie d’amore”, in un’opera del 1954,ci parla di una Pioggia d’estate, di cui riportiamo alcuni versi sparsi:

Pioggia d’estate cade dentro di me; acini d’uva si schiacciano contro i miei vetri; gli occhi delle mie foglie sono abbagliati/..) pioggia d’estate cade dentro di me. Una donna è scesa dal tram, i polpacci bianchi bagnati; pioggia d’estate cade dentro di me senza rinfrescare la mia tristezza

Un volume, infine, ritorna costante nel periodo estivo: è “Alcyone” di Gabriele D’annunzio. È, come scrive Federico Roncoroni, un vero e proprio diario lirico di una breve stagione estiva vissuta tra le colline di Fiesole e le spiagge della Versilia.

Alcyone rappresenta il momento più felice della creatività dannunziana e segna il punto di partenza di tutte le esperienze poetiche novecentesche.

La poesia “Furit aestus” (l’estate infuria) è già esplicita fin dal titolo. Mentre l’estate infuria dal cielo e sul mare e in terra e sotto la luce tutto sembra avvolto in un immenso silenzio e sospeso in uno stupore senza fine.

Il poeta avverte i brividi che animano questo incanto meridiano. Qualche verso per invogliare alla lettura completa:

La luce copre abissi di silenzio, simile ad occhio immobile che celi moltitudini folli di desiri” (….) T’amo o tagliente pietra che su l’erta brilli, pronta a ferire il nudo piede (…) Terribile nel cuore del meriggio pesa, o Messe, la tua maturità.

In” Meriggio” leggiamo:

Bonaccia, calura, per ovunque silenzio. L’estate si matura sul mio capo come un pomo che promesso mi sia, che cogliere io debba con la mia mano, che suggere io debba con le mie labbra solo.

In Stabat nuda aetas (il riferimento è all’immenso Ovidio), il poeta ha “visto” l’estate. L’ha vista correre leggera sugli aghi arsi dei pini, in mezzo al riverbero abbacinante della luce mentre, sotto la gran calura, tutte le cose sono assorte in un’immobile fissità:

Primieramente intravidi il suo piè stretto scorrere su per gli aghi arsi dei pini ove estuava l’aere con grande tremito, quasi bianca vampa effusa. Le cicale si tacquero. Più rochi si fecero i ruscelli (….)”.

Cari Lettori, da quello che abbiamo riscoperto finora, sembra che l’Estate rappresenti uno di quei momenti della vita in cui viene voglia di raccontare i propri pensieri, la gioia e la fatica del vivere, l’allegria e la tristezza…

Ecco, proprio in questi momenti, se potessimo osservarci da fuori, ci vedremmo impegnati nel condurre una sorta di partita. Al tavolo verde, scopriremmo di aver portato con noi virtù, difetti, forza e debolezze. Speranze e delusioni…

A questo punto, una domanda sarebbe obbligatoria: chi sono gli altri giocatori?

Per quanto strano possa sembrare, non si tratta di altri competitors “senzienti” (umani, o altri animali) quanto piuttosto, come avrebbe detto il buon Freud, le nostre passioni e i nostri istinti da cui derivano.

Perché, di fatto, tutto si snoda nel rapporto con noi stessi mentre stiamo in mezzo agli altri.

Quindi, cari Lettori, ci giochiamo il senso (e, in parte, anche il Destino) della nostra vita a un tavolo dove sono presenti i nostri istinti sotto forma (come ci ha spiegato Eugenio Scalfari nel suo “L’Amore, la Sfida, il Destino”) delle icone che li rappresentano: Eros (il Signore dei desideri); Narciso (l’amore di sé); il Caso (la fatalità); Edipo (la trasgressione) e, infine, la Morte.

Qualcuno ci ha spiegato che, la fine del viaggio, non può essere la morte

Infatti, Lei (la Morte), viene quando vuole e difficilmente se ne può prevedere l’incontro, con esattezza. La fine del viaggio, piuttosto, coincide con il lento spegnersi della curiosità verso il Futuro.

Ti voglio chiedere una cosa: Perchè sei vivo?

Io sono vivo… io vivo… per salvaguardare la continuità di questa grande Società, per servire la mia città…

È circolare: tu esisti per continuare la tua esistenza! Ma, qual è, il punto?

E qual è il punto della “tua” esistenza?

“Sentire”. Tu non l’hai mai provato e non potrai mai saperlo, ma è vitale come il respiro. E senza quello, senza amore, senza rabbia, senza dolore, il respiro è solo un orologio che fa tic tac! (Da “Equilibrium”)

Cari Lettori, abbiamo da tempo capito che la nostra vita non è stata altro che una partita alla ricerca di un senso che spiegasse, a ciascuno di noi due, il proprio vissuto. E, a un certo punto, ci siamo resi conto di continuare a seguire un percorso comune a tutti, anche se molti non ne sono consapevoli.

Con quali risultati?

Ci sovviene una bella spiegazione ritrovata in alcune antiche (e sagge) scritture…

“Ti sei mai chiesto come dovremmo fare a lasciar andare qualcosa che un tempo significava tutto?

Una persona, un momento, una vita che pensavi sarebbe durata per sempre…

Ti dicono di andare avanti, di lasciar andare ma, nessuno, ti dice fare, come lasciare andare  ciò che, in un modo o nell’altro, ci ha plasmato.

Forse, la verità è che non siamo destinati a dimenticare: lasciare andare non significa cancellare il passato ma, piuttosto, imparare a portarlo con sé.

Infatti, è naturale che anche i capitoli più belli devono avere un termine affinché la storia possa continuare e, forse, è proprio da qui che nasce la forza, non nel fingere che non faccia male ma, semmai, nel trovare il coraggio di voltare pagina anche quando sembra impossibile.

La vita, infatti, non aspetta che noi guariamo: va avanti.

E, in qualche modo, lo facciamo anche noi”

Cari Lettori, nel salutarvi dopo questa bella passeggiata insieme, l’augurio è quello di poter vivere con autenticità la nostra Estate, pur non potendo evitare di sentire, dentro, un po’ di tristezza. Ma nemmeno tanto.

Canzone per l’Estate

Con tua moglie che lavava i piatti in cucina. E non capiva

Con tua figlia che provava il suo vestito nuovo. E sorrideva

Con la radio che ronzava per il mondo, cose strane

E il respiro del tuo cane che dormiva

Coi tuoi santi sempre pronti a benedire

I tuoi sforzi per il pane

Con il tuo bambino biondo, a cui hai donato una pistola per Natale

Che sembra vera

Con il letto in cui, tua moglie, non ti ha mai saputo amare

E gli occhiali che, tra un po’, dovrai cambiare

Com’è che non riesci più a volare?

Con le tue finestre aperte sulla strada

E gli occhi chiusi sulla gente

Con la tua tranquillità, lucidità, soddisfazione permanente

La tua coda di ricambio, le tue nuvole in affitto

Le tue rondini di guardia sopra il tetto

Con il tuo francescanesimo a puntate

E la tua dolce consistenza

Col tuo ossigeno purgato

E le tue onde regolate in una stanza

Col permesso di trasmettere e il divieto di parlare

E, ogni giorno, un altro giorno da contare

Com’è che non riesci più a volare?

Con i tuoi entusiasmi lenti, precisati da ricordi stagionali

E una bella addormentata che si sveglia a tutto quel che le regali

Con il tuo collezionismo di parole complicate

La tua ultima canzone per l’estate

Con le tue mani di carta per avvolgere altre mani normali

Con l’idiota in giardino ad isolare le tue rose migliori

Col tuo freddo di campagna e il divieto di sudare

E più niente per poterti vergognare

Com’è che non riesci più a volare?

“il ricordo dell’estate è sempre migliore di quanto non sia, in realtà, accaduto. È come le memorie dell’infanzia.” (Charles Bowden)

Enzo Ferraro – già Dirigente Scolastico, Letterato, Umanista, Politologo

Giorgio Marchese – Direttore “La Strad@”

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