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Le emozioni più forti le ho provate lungo le strade, quando sentivo la gente che gridava così tanto “Pantani” che mi veniva il mal di testa. (Marco Pantani)

Cari Lettori, alle 11,45 del 13 gennaio del 1970 all’Ospedale Bufalini di Cesena, viene al mondo, colui che lascerà un segno nel mondo del ciclismo: il “pirata” (per via della bandana e dell’orecchino) Marco Pantani.

Chi ama pedalare si è trovato a immaginare e a imitare, sia pure per un attimo) la pedalata di questo campione, spumeggiante come il lambrusco e nello stesso tempo essenziale e saporita come quelle piadine che la mamma, negli anni settanta, andava a vendere, con la sua “Graziella”, in un chiosco sul lungomare di Cesenatico.

Una famiglia semplice, la sua: un’infanzia serena. Un nonno (Sotero) che gli regala la sua prima “due ruote”.

Il ciclismo mi piace perché non è uno sport qualunque. Nel ciclismo non perde mai nessuno, tutti vincono nel loro piccolo, chi si migliora, chi ha scoperto di poter scalare una vetta in meno tempo dell’anno precedente, chi piange per essere arrivato in cima, chi ride per una battuta del suo compagno di allenamento, chi non è mai stanco, chi stringe i denti, chi non molla, chi non si perde d’animo, chi non si sente mai solo. Tutti siamo una famiglia, nessuno verrà mai dimenticato. Questo è il ciclismo, per me.

Una vita personale e sportiva, comunque non facile, con tre gravissimi incidenti (di cui, uno, lo ha portato al coma) che, come in fondo la carriera di ogni grande campione connotano eccelse vittorie e “cadute” inevitabili.

Il nostro Marco, però, si è sempre rialzato, almeno fino a quando interessi mai ben chiariti hanno “lavorato” per “distruggere” il mito.

Ma, a prescindere da tutto, Pantani è stato il migliore della sua epoca.

Come scalatore il più grande di sempre. Meglio del leggendario Charly Gaul che, pure, fu strepitoso.

La vittoria, nello stesso anno (il 1998) del Giro d’Italia e del Tour de France, lo ha inserito tra i grandi di sempre: come un “pirata”, a interpretare le tappe più belle e impegnative.

Giusto per avere un’idea della grandezza del personaggio, sono soltanto sette, ad essere riusciti  nell’impresa di conquistare la prestigiosa doppietta Giro-Tour.

Nell’ordine: Fausto Coppi, Jacques Anquetil, Eddy Merckx, Bernard Hinault, Stephen Roche, Miguel Indurain e Marco Pantani

A unire il primo e l’ultimo dei campioni consacrati nella storia del ciclismo, due italiani: Coppi, il “campionissimo” e lui, Marco “il Pirata”.

Per un corridore il momento più esaltante non è quando si taglia il traguardo da vincitori. È invece quello della decisione, quando si decide di scattare, quando si decide di andare avanti e continuare anche se il traguardo è lontano (Fausto Coppi).

Nonostante i due campioni non abbiano fatto in tempo a conoscersi, (Coppi, infatti, è morto il 1960)  Marco conosce bene questa frase. È riportata, infatti su una parete del Gruppo Cicloturistico “Fausto Coppi” di Cesenatico: il punto di partenza della sua vita da atleta. Da Coppi, peraltro,  sembra aver ereditato le incredibili doti da scalatore, soffrendo in silenzio

Il giornalista Gianni Mura, un volta gli ha chiesto: “Perché vai così forte in salita?”

La sua risposta, lapidaria, è stata: “Per abbreviare la mia agonia”.

Gli anni 90 rappresentano per Pantani l’ascesa alla grandezza del ciclismo. Arriva terzo al Giro d’Italia, nel 1990, si classifica al secondo posto nel 1991 e nel 1992, alza al cielo il trofeo d’oro.

Non è che l’inizio di un percorso luminoso e fulminante.

Nel 1994 vive un trionfo dopo l’altro, con un’incredibile potenza atletica e una tenacia incrollabile che creano le sue salite spettacolari.

Fissi nella sua mente di Pantani ci sono la maglia rosa (del Giro d’Italia) e la maglia gialla (del Tour de France).

Avrei voluto essere battuto dagli avversari, invece mi ha sconfitto la sfortuna.

Nonostante uno dei molti gravi incidenti subiti, si rimette in sella col volto ancora sfregiato e uno spirito da guerriero: anche per questo, lo chiamavamo “Il Pirata”

E, nel 1998, la formidabile vittoria nel “Giro” e nel “Tour” frutto di determinazione. Forza sovrumana nelle salite e resistenza alla fatica e al dolore, oltre ogni limite

Ma, un giorno ti accorgi che non è tanto cosa fai ma con chi lo fai. Non è importante quanto sei ricco ma con chi condividi i tuoi beni.  Scopri che, a un certo punto della vita, non si tratta più del caffè buono o cattivo ma di chi si siede, con te, a berlo.

E, soprattutto, provi sulla tua pelle la rabbia di chi ti ha creduto un Eroe e ha scoperto, soltanto un Uomo.

Che beffa, per chi ha combattuto una vita per non sentirsi soltanto un Uomo e si ritrova, alla fine, un Uomo solo.

Un fanciullo un po’ ingenuo, se vogliamo, che tocca con mano il “Cancro” della cattiveria che gli altri ti proiettano addosso, perché ti considerano responsabile di avergli cancellato il sogno di identificarsi in te, per nascondere ai propri occhi, il fallimento di una grigia esistenza.

Nessuna riconoscenza. Nessuna pietà.

Si è parlato di Doping per migliorare le prestazioni ma, a parte il fatto che, nello sport ad alti livelli è improbabile trovare qualcuno, senza “peccato” in grado di scagliare la prima pietra, a Marco Pantani non è mai stata data l’occasione, vera, di dimostra la sua innocenza.

Le cronache riportano che, in una lettera dell’otto novembre 2007 e indirizzata alla mamma del ciclista, il boss Renato Vallanzasca sostenne che un suo amico camorrista, gli avesse consigliato (cinque giorni prima che Pantani venisse trovato con ematocrito leggermente più altro della norma ma sufficiente a farlo squalificare, proprio mentre si stava avviando a trionfare) di scommettere sulla sconfitta di Marco Pantani.

Si può affermare che la sua carriera ad alti livelli si è conclusa proprio con quel paradossale evento.

Si racconta, infatti che, dopo aver spaccato per la rabbia un vetro nell’albergo, accerchiato dai giornalisti e accompagnato dai Carabinieri mentre stava per lasciare la corsa, pronunciò una frase drammatica: “Mi sono rialzato dopo tanti infortuni e sono tornato a correre. Questa volta, però, abbiamo toccato il fondo. Rialzarsi sarà per me molto difficile”.

Dopo il fango lanciatogli addosso, non ci sono stati altri ad entrare nel cuore degli appassionati. A più di vent’anni dalla sua morte, ogni tanto qualche notizia ci mette in condizione di capire quanto sia stato preso di mira proprio quando avrebbe avuto tempo e modo di donare altri grandi successi al mondo dello Sport.

Questi “Umani”, “Infami” attacchi lo hanno portato a chiudersi in sé e tra amarezze e “sostanze” ci ha lasciati a soli trentaquattro anni.

In una fredda stanza d’albergo, a Rimini, la sera del 14 febbraio 2004.

Come capita ad alcuni grandi sportivi. Ci lasciano, spesso drammaticamente, nel fiore dell’età e il loro ricordo sarà sempre legato alla giovinezza. Senna, Villeneuve, Pantani.

Abbiamo amato tutti Pantani e lo abbiamo sentito vicino. Era il nostro fratello o cugino simpatico che vinceva anche per noi.

Per questo le cattiverie verso di lui le abbiamo sentite come cose che ci riguardavano e toccavano. Lo abbiamo sentito vicino e abbiamo capito di amarlo, proprio nel momento più nero, della sua esistenza.

Ed è per questo, cari Lettori, che abbiamo voluto immaginare i suoi ultimi istanti nel Residence “Le Rose”, di Rimini.

Nei suoi pensieri, Mamma Tonina e, lui, tornato bambino.

“Fa male Marco, vero?”

“Si mamma, tanto!”

“Allora, basta. Non devi più combattere!”

“Mamma, io ci sto provando, con tutte le mie forze, anche per te!”

“Ascolta, allora: qual è il compito della mamma?”

“Tenermi al sicuro!”

“E sono qui con te, adesso. Ripensa a tutti i momenti in cui abbiamo giocato, riso e ci siamo abbracciati…

“Si, mamma, è bellissimo…”

“E adesso chiudi i tuoi occhi. E riposa”

“Grazie, Mamma. Ti voglio bene.”

E mi alzo sui pedali

Io sono un campione questo lo so

È solo questione di punti di vista

In questo posto dove io sto

Mi chiamano Marco, Marco il ciclista

Ma è che alle volte si perde la strada

Perché prima o poi ci son brutti momenti

Non so neppure se ero un pirata

Strappavo la vita col cuore e coi denti

E se ho sbagliato non me ne son reso conto

Ho preso le cose fin troppo sul serio

Ho preso anche il fatto di aver ogni tanto

Esagerato per sentirmi più vero

E ora mi alzo sui pedali come quando ero bambino

Dopo un po’ prendevo il volo dal cancello del giardino

E mio nonno mi aspettava senza dire una parola

Perché io e la bicicletta siamo una cosa sola

Mi rialzo sui pedali, ricomincio la fatica

Poi abbraccio i miei gregari, passo in cima alla salita

Perché quelli come noi hanno voglia di sognare

E io dal passo del Pordoi chiudo gli occhi e vedo il mare

E vedo te, e aspetto te

Adesso mi sembra tutto distante

La maglia rosa e quegli anni felici

E il Giro d’Italia e poi il Tour de France

Ed anche gli amici che non erano amici

Poi di quel giorno ricordo soltanto

Una stanza d’albergo ed un letto disfatto

E sono sicuro di avere anche pianto

Ma sono sparito in quell’attimo esatto

E ora mi alzo sui pedali all’inizio dello strappo

Mentre un pugno di avversari si è piantato in mezzo al gruppo

Perché in fondo una salita è una cosa anche normale

Assomiglia un po’ alla vita, devi sempre un po’ lottare

E mi rialzo sui pedali con il sole sulla faccia

E mi tiro su gli occhiali al traguardo della tappa

Ma quando scendo dal sellino sento la malinconia

Un elefante magrolino che scriveva poesie

Solo per te, solo per te

Io sono un campione, questo lo so

Un po’ come tutti aspetto il domani

In questo posto dove io sto

Chiedete di Marco, Marco Pantani

“Nessuno nota le tue lacrime, nessuno si accorge del tuo dolore ma, tutti, puntano il dito sui tuoi errori” (Cit.)

Enzo Ferraro – già Dirigente Scolastico, Letterato, Umanista, Politologo

Giorgio Marchese – Direttore “La Strad@”

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