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“Ho iniziato a piangere la morte di mio padre con lui accanto, mentre vegliavamo la salma di Falcone nella camera ardente allestita all’interno del Palazzo di Giustizia. Non potrò mai dimenticare che, quel giorno, piangevo la scomparsa di un collega ed amico fraterno di mio padre ma, in realtà, è come se con largo anticipo stessi già piangendo la sua”. (Manfredi Borsellino)

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono legati nell’immaginario collettivo in modo indissolubile, in quanto hanno contrassegnato un grande momento di contrasto alla mafia.

Poi, come sappiamo, sono stati, a distanza di poco tempo l’uno dall’altro, assassinati in modo barbarico assieme agli uomini della loro scorta.

All’epoca, ci sembrò che, lo Stato, non avesse adeguatamente protetto questi due Magistrati e, specialmente Borsellino che, rimasto in prima linea, “orfano” di Giovanni (Falcone) dichiarava di essere, ormai, “un morto che cammina”.

Oggi, dopo decenni, dobbiamo constatare che non solo fu sottovalutato il problema ma si andò “oltre”, con il comportamento infedele di alcuni alti funzionari e dei “Servizi deviati”, all’interno di una autentica palude politica e morale.

E, oggi, purtroppo, la situazione è ancora più oscura.

Cari Lettori, resta sempre la domanda chiave: perché, pur sapendo di vivere senza potersi fidare di nessuno, questi due Uomini, hanno inteso dedicare l’esistenza a lottare contro la mafia che aveva (ed ha, tutt’ora) entrature e presenze in tutti i posti che contano?

Tornando indietro nel tempo (un bel po’ indietro…) ci è tornata in mente un’opera pubblicata nel 1605 e ripresa nel 1614 (e venduta in oltre 500 milioni di copie) a cura di Miguel de Cervantes: il Don Chichotte

La libertà è uno dei doni più preziosi dal cielo concesso agli uomini: i tesori tutti che si trovano in terra o che stanno ricoperti dal mare, non le si possono agguagliare: e, per la libertà, come per l’onore, si può avventurare la vita, quando per lo contrario la schiavitù è il peggior male che possa arrivare agli uomini.

La storia narra le avventure di Alonso Quijano, un hidalgo (nobile di rango inferiore) della Mancia che, dopo aver letto troppi romanzi cavallereschi, decide di diventare un cavaliere errante, assumendo il nome di Don Chisciotte.

Apparentemente il diario di un dissennato che combatte contro i mulini a vento. Nella realtà, la descrizione di un puro d’animo che si impegna a restare fedele a sé stesso, correndo continuamente il pericolo di mettere in discussione la propria meta, accettando la realtà degli altri.

Il prezzo che pagherà per la totale dedizione al “sogno” sarà quello di apparire, agli occhi degli altri, soltanto un folle.

Don Chichotte, allegorizza la vita di ogni uomo che non voglia solo preoccuparsi del proprio benessere personale come gli altri, ma persegue un fine ideale, che si è impadronito del suo pensiero e della sua volontà; per il che, poi. certo viene guardato in questo mondo come un essere strano (Arthur Schopenhauer)

“Quella mattina in riva al mare mi innamorai di Paolo. E lui di me. Era come se ci fossimo innamorati per la prima volta, anche se avevamo già la nostra età. Lui ventott’anni, io venticinque. Io gli raccontavo dei miei sogni. Lui mi raccontava le sue storie. Mi ricordo, era vestito con degli abiti semplici, quasi umili direi. Un pantalone e una maglietta, niente altro. Non è mai cambiato in questo.

Il giorno che è morto gli hanno trovato le scarpe bucate. Lui aveva conservato con cura, le scarpe del matrimonio. Ma sono servite a poco, perché Paolo non aveva più le gambe, e neanche le braccia, il suo corpo era stato dilaniato dall’esplosione.

Amore mio, ogni giorno scendeva da casa alle 4 del mattino, si faceva un bel po’ di strada a piedi e andava fino alla stazione per prendere il treno diretto a Mazara del Vallo. Alle 8 era già nella sua aula di pretore. Qualche volta, mentre era sul treno di ritorno verso Palermo, telefonavano a casa perché c’era stata un’emergenza a Mazara. Era la prima cosa che gli dicevo al suo rientro, dopo averlo abbracciato. Lui non batteva ciglio, non si lamentava. Beveva un bicchiere d’acqua senza neanche togliersi la giacca. Mi dava un bacio e mi sussurrava rammaricato: «Ci vediamo domani». E tornava alla stazione, di corsa, per prendere l’ultimo treno del pomeriggio”. (Agnese Piraino Borsellino)

Ma riprendiamo la domanda posta molti righi più sopra

Perché due siciliani hanno voluto lottare contro “i mulini a vento”, nel fastidio di parecchi colleghi che preferivano preoccuparsi d’altro e di non pestare i piedi a nessuno?

È la bellezza di essere “uomini verticali”, che sono sempre troppo pochi, altrimenti l’Italia sarebbe oggi diversa.

In una terra splendida, come la Sicilia, convivono tantissime anime. Fra loro, c’è l’anima popolare che per paura si fa i fatti propri (o collabora con le organizzazioni criminali); ci sono i colletti bianchi che o si voltano dall’altra parte o collaborano in tanti modi col sistema mafioso. Quest’ultimo è un modo di fare che contagia tutto il vivere civile.

Ci sono stati grandi scrittori, come Leonardo Sciascia, che nei romanzi hanno impietosamente messo il dito nella piaga.

E Falcone e Borsellino? Tutto inutile?

Non ridiamo più di Don Chichotte della Mancia. Il suo blasone è la pietà, il suo vessillo la bellezza. L’unica cosa che conta è il suo essere gentile, generoso, puro, solitario e valoroso. La parodia è diventata pietra di paragone. (Vladimir Nabokov)

Di Paolo Borsellino abbiamo fatto già cenno. Giovanni Falcone introdusse nuovi metodi investigativi e, per alcune indagini, coordinò le sue attività con quelle dei giudici statunitensi. Fece parte del pool antimafia, costituito al tribunale di Palermo nel 1983, e tre anni più tardi insieme a Paolo Borsellino scrisse l’ordinanza di rinvio a giudizio per il maxiprocesso contro Cosa nostra, basato sulle dichiarazioni che gli aveva rilasciato il pentito Tommaso Buscetta.

La mafia, guidata dai corleonesi di Totò Riina e Bernardo Provenzano, cercò di eliminare Falcone per la prima volta nel 1989, senza riuscirci. Nel 1992 organizzò un altro attentato, passato alla storia come strage di Capaci, che si concluse con la morte del magistrato e di altre quattro persone, il 23 maggio dello stesso anno. Il 19 luglio del 1992, toccò la stessa sorte a Paolo Borsellino.

Il lascito di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino

Nonostante la violenza della tragica fine, questi due grandi personaggi hanno donato un’eredità profonda nel contrasto alla mafia e nel rafforzamento dello stato di diritto.

Il loro lavoro ha portato a importanti cambiamenti nella lotta alla criminalità organizzata, con l’adozione di nuove metodologie investigative e processuali, culminate nel Maxiprocesso di Palermo.

La loro opera ha anche ispirato una maggiore consapevolezza e impegno nella Società civile, promuovendo una cultura della legalità e del rispetto della legge.

Soprattutto nelle speranze e nelle certezze delle generazioni più giovani.

La memoria di Falcone e Borsellino continua a essere un modello per le nuove generazioni, incoraggiandole a impegnarsi nella costruzione di una Società più giusta e libera dalla mafia.

Lodato sia Don Chisciotte! Che seppe con tanto anticipo di secoli riconoscere un furibondo gigante sotto la maschera di un innocente mulino (Gesualdo Bufalino)

“Oggi vorrei dire a mio padre che la nostra vita, sì, è cambiata dopo che ci ha lasciati, ma non nel senso che lui temeva: siamo rimasti gli stessi che eravamo e che lui ben conosceva, abbiamo percorso le nostre strade senza farci largo con il nostro cognome, divenuto pesante in tutti i sensi, abbiamo costruito le nostre famiglie cui sono rivolte la maggior parte delle nostre attenzioni come lui ci ha insegnato, non ci siamo montati la testa, rischio purtroppo ricorrente quando si ha la fortuna e l’onore di avere un padre come lui, insomma siamo rimasti con i piedi per terra” (Manfredi Borsellino)

Cari Lettori, una articolata passeggiata come quella che abbiamo condiviso quest’oggi merita un “arrivo” con un panorama che riprenda le emozioni vissute durante il percorso.

E allora, ci è tornato in mente il “Principe” dei cantautori italiani: Francesco de Gregori. Non tutti ricordano che, agli inizi della sua carriera, dopo il successo inaspettato del suo Album “Rimmel” venne duramente contestato la sera del 2 aprile del 1976  al Palalido di Milano, da un gruppo extraparlamentari di sinistra che, sottoponendolo a un vero e proprio “processo” politico, lo invitò a suicidarsi come il poeta, scrittore e drammaturgo russo, “Majakovskij”.

Quella sera stessa, Francesco De Gregori darà l’addio alla musica, tornando al mestiere del padre: il bibliotecario. Salvo, poi, resuscitare nell’aprile del 1978 con il coraggioso, liberatorio e sofferto album intitolato “De Gregori”

Naturalezza, libertà, semplicità: è da qui che il cantautore riparte, a cominciare dal titolo, quel “De Gregori” che, in fondo, vuol dire soltanto essere sé stessi fino in fondo.

Lucida e opaca, “Due zingari” è la canzone che, più delle altre di quel “33 giri”, rappresenta il risveglio dal sonno, la fuga dalla trappola, la presa di coscienza attraverso temi universali come la libertà, l’amore, la solitudine e l’emarginazione, attraverso la storia di due personaggi che, pur vivendo ai margini rappresentano, in realtà, le fragilità e le aspirazioni di ogni essere umano.

Come Falcone e Borsellino, come Don Chichotte della Mancia, come ciascuno di noi.

“Caro papà, ogni sera prima di addormentarci ti ringraziamo per il dono più grande: il modo in cui ci hai insegnato a vivere”. (Manfredi Borsellino)

Due Zingari

Ecco stasera mi piace così

con queste stelle appiccicate al cielo

la lama del coltello nascosta nello stivale

e il tuo sorriso trentadue perle

così disse il ragazzo nella mia vita non ho mai avuto fame

e non ricordo sete di acqua o di vino

ho sempre corso libero, felice come un cane.

Tra la campagna e la periferia e chissà da dove venivano i miei

dalla Sicilia o dall’Ungheria

avevano occhi veloci come il vento leggevano la musica

leggevano la musica nel firmamento

Rispose la ragazza ho tredici anni

trentadue perle nella notte

e se potessi ti sposerei per avere dei figli

con le scarpe rotte

girerebbero questa ed altre città

questa ed altre città a costruire giostre e a vagabondare

ma adesso è tardi anche per chiaccherare.

E due zingari stavano appoggiati alla notte

forse mano nella mano e si tenevano negli occhi

aspettavano il sole del giorno dopo

senza guardare niente

sull’autostrada accanto al campo

le macchine passano velocemente

e gli autotreni mangiano chilometri

sicuramente vanno molto lontano

gli autisti si fermano e poi ripartono

dicono c’è nebbia, bisogna andare piano

si lasciano dietro un sogno metropolitano.

“Io ho sentito dire − disse don Chisciotte – che, chi canta, scaccia la malinconia.”

Enzo Ferraro – già Dirigente Scolastico, Letterato, Umanista, Politologo

Giorgio Marchese – Direttore “La Strad@”

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