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Pillole di resilienza è una collana video dedicata a tutti noi, quando crediamo di non riuscire più a fronteggiare quei momenti di malinconia che ci pesano così tanto

Lo strano della vita è che la trascorriamo a pensare di avere paura della morte. Ma c’è qualcosa di peggio: sentire l’angoscia dell’abbandono, capace di frammentare quell’anima che, a volte, preferiremmo non avere.

Sarà che abbiamo imparato a dover fare a meno dell’altro o, forse, che la sera è il momento migliore per guardare le stelle e sentire quell’onda, sulla riva delle ciglia, “che un po’ t’incanta e un po’ ti meraviglia”…

Sarà…

Ma il fatto è che, sempre più spesso, quando torno negli ambienti che declinano e coniugano molta della sabbia che scorre nella mia clessidra esistenziale, i fiumi delle mie emozioni prendono il colore delle “orecchie con le code” che mi vengono incontro quando varco il cancello del cortile alberato del mio studio: Serafina, Torvast, Macchia, Nervosa, Jordy, Manzotto, Sissy, Molly, Riccardino, Black (dei Black & White), Lucky, Fortunello, Mezzi Calzini, Carletto, Mezzo Quartino, Lanternino, Artù…

I gatti di Neverland.

E pensare che io ho amato solo cani fin da quando indossavo i pantaloncini alla zuava. E, ancora oggi, provo una grande e affettuosa tenerezza verso Sally, Jack e Teo, i barboncini di casa, per la loro dolce vulnerabilità.

Ma, se è vero che proiettiamo sugli altri le sceneggiature del nostro inconscio, allora forse ci sono degli aspetti caratteriali che, tenuti ben nascosti, ritrovo attraverso quelle finestre sull’infinito, che sono gli occhi dei felini.

Li ho visti, malati, non emettere un gemito.

Forse per dignità. O, forse, come mi ha insegnato Greta, è inutile maledire la sorte perché hai una cardiopatia dilatativa in “antipasto” di enterite emorragica, arricchita da leucemia felina.

Cerchi, semmai, di raggomitolarti nell’attesa di “andare”. Oppure attendi l’arrivo di un sorriso che non ti faccia rimpiangere troppo le “carezze” della mamma.

Ci siamo conosciuti in un pomeriggio di novembre. Grigio, come il suo manto soriano. Freddo, come la sua temperatura corporea. Impossibile non prendermene cura.

Quasi come una trasgressione al mio codice morale che mi invitava a non assumermi questo genere di responsabilità, ho aperto la porta di un grande ambiente luminoso, ovattato, tenuamente colorato, accogliente: il mondo di Neverland.

Dovrei dire, “il mio studio medico”, dove incontro varie gradazioni di dolore su una tavolozza che va dall’ansia estrema, alla depressione più nera.

Preferisco pensare a un luogo dove ci si rifiuta di invecchiare nell’animo, preferendo mantenere la freschezza del fanciullo, con la consapevolezza del senso di realtà che è tipico dell’Adulto. L’isola che non c’è. Neverland, appunto.

Ed è stata proprio la presenza di Greta, che si è protratta per qualche mese nell’accogliere le tristezze degli uomini donando calore (nonostante il freddo della malattia), a illuminarmi sul perché di un tavolino nell’ambulatorio di San Giuseppe Moscati, su cui campeggiava un cestino con un biglietto:

Chi può, metta; chi ha bisogno, prenda

Il dono del concedersi, empaticamente.

Greta è “andata via” nella notte del 26 dicembre 2019, non prima di aver “consolato” un mio paziente che aveva smarrito il bandolo della matassa.

E, poi, ho incontrato Serafina, dopo aver dovuto “salutare” anche Clementina e Gelsomina. I gatti di strada durano poco, si sa.

Mi è venuta incontro, accasciandosi davanti ai miei piedi per le complicanze di una gravidanza difficile.

Alcune musiche Sembrano esplosioni inutili ma, in certi cuori, qualche cosa resterà

Siamo, nel tempo, diventati molto amici con Serafina e, ogniqualvolta l’ho vista muoversi come una pantera (manto nero e occhi verdissimi), ho provato a immaginare dove finissero i suoi pensieri, una volta smessi di essere pensati.

Sono rimasto colpito dalla spiegazione degli etologi, i quali sostengono che, a differenza del cane che nell’essere umano vede il capo bipede, il gatto identifica in noi, la figura materna.

Ecco il punto di congiunzione con quello che mi porto dentro: l’ondivaga incoerenza alla ricerca di un centro di Gravità Permanente

E, con la mia immaginazione, la rivedo, nelle fredde sere d’inverno, quando sono rimasto  al Computer ben oltre la mezzanotte e, lei, si è accoccolata sulla mia poltrona preferita, per addormentarsi mentre osservandomi ascoltando Yiruma e, in particolare, una composizione il cui titolo, in Italiano è, Un fiume scorre in te

E, a ricordare tutto ciò, mi viene da pensare: “Oh, Serafina così piccola e così esposta ai pericoli del mondo!”

Che senso di frustrazione, accettare l’idea di poterci non essere nel caso tu avessi bisogno…

Un po’ quello che provo, quando ripenso a chi voglio veramente bene: il potere non essere lì, quando la mia presenza potrebbe fare la differenza.

Mi è stato raccontato che, in Malesia, la mamma di un piccolo elefante travolto da un camion, sia rimasta accanto a lui per un giorno intero. Immobile, nel silenzio più profondo, con lo sguardo fisso su quel corpo senza vita.

Quando un escavatore ha sollevato i resti del piccolo, la madre ha osservato con un silenzio che urlava di dolore: uno strazio così intenso da diventare assordante.

Poi, lentamente, si è girata. Ogni passo è apparso un addio impossibile da pronunciare. Con il cuore lacerato si è incamminata verso la foresta, lontana da quella strada che le aveva strappato ciò che aveva di più caro.

Per me, che ho ascoltato il racconto di questo dramma, non si è trattato “soltanto” di un evento possibile ad accadere. Ho sentito che, per lei, quel piccolo era tutto: la ragione stessa della sua esistenza.

Alla luce di questa storia che mi ha colpito profondamente, rifletto che, forse, il bello dei gatti consiste nell’insegnarci che, come in un transfert analitico, il sentimento d’amore non può essere portato a compimento ma ha necessità di essere frustrato affinché lo si cerchi in una giusta dimensione e non nello psicoterapeuta.

E allora, come osservando un figlio che cresce, dobbiamo accettare l’idea che, ogni (s)oggetto d’amore, è necessario che sia libero di andare…

E pazienza se riproveremo lo sgomento del “lutto originario” quando abbiamo percepito di non essere più parte della Grande Madre…

Per cui, cara Serafina, ora che, come ogni mattina, ti accingi ad andare incontro al tuo destino, proviamo a salutarci come se non dovessimo più rivederci perché, la lezione del giorno è che, se ami veramente qualcuno, non puoi pretenderne il ritorno”.

Mi consola la convinzione che non si muoia mai veramente, finchè si è vivi nel ricordo degli altri.

Questo video riassume, semplificandoli, i contenuti finora espressi, offerti con una delicata base musicale. Buona “degustazione”

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