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Questo articolo  è stato pubblicato, per la prima volta, il 27 giugno 2010. L’argomento trattato era troppo interessante per lasciarlo nel cassetto dei ricordi. Viene riproposto, arricchito dall’esperienza del tempo.

BUONA LETTURA

Accadono cose nella vita che sono come domande. Passano minuti o anni. E poi la vita risponde. (A. Baricco)

Come potremmo definire il concetto di tempo?

Nei dizionari della lingua italiana, il tempo viene definito come “La dimensione all’interno della quale viene concepito e ricordato il trascorrere delle cose e degli eventi”.

Questo si ricollega al concetto di tempo fisico (lo “scorrere” degli eventi) e a quello di tempo psichico (come viene percepito lo scorrere degli eventi): in pratica, il tempo può assumere una durata soggettiva, in relazione al proprio umore del momento e al meccanismo della “sensibilità” percettiva.

Cosa vuol dire?

Mi spiego meglio. Uno dei modi per essere sicuri dell’esistenza del tempo è quello di osservare qualcosa che si muove. Quando, nel nostro campo visivo, appare un oggetto in movimento, si determina un processo a carico della retina, molto simile a quello che avviene quando si impressiona una pellicola cinematografica: il meccanismo si definisce “frame by frame”, cioè “fotogramma per fotogramma”.

Rifacciamoci ad alcuni brani di Luciano de Crescenzo, tratti dal suo “il Dubbio” (Mondadori Ed. – MILANO 1992): “Supponiamo che, davanti a me, passi una bella ragazza e che io possa dire che, prima, era alla mia destra e che, dopo, si è portata alla mia sinistra. Il prima e il dopo, in questo caso, potrebbero costituire una discreta prova dell’esistenza del tempo”.

Ma il tempo, trascorre per tutti allo stesso modo?

No!

Continua, infatti, de Crescenzo: “la ragazza è passata davanti a me ed io l’ho continuamente fotografata, con la mia retina, ad intervalli regolari di un ventesimo di secondo. Attaccando una dietro l’altra tutte queste immagini, il mio cervello, alla fine, potrà dire di aver visto la ragazza passare, così come uno spettatore che ha appena assistito al film La carica dei seicento, è sicuro di aver visto Errol Flynn fiondarsi al galoppo sul nemico.

In effetti, sia la ragazza che Errol Flynn, presi istante per istante, erano del tutto immobili, anche se colti in posizioni diverse. È solo l’assemblaggio dei fotogrammi, operato dal cervello, che restituisce l’idea del movimento”

Nell’immagine proposta, dal primo all’ultimo fotogramma, possiamo visualizzare meglio l’esempio appena citato. Infatti, la sequenza, di per sé costituita da immagini ferme, assemblata in una pellicola fotografica che scorre davanti ai nostri occhi, ci fa immaginare la scena in movimento, del signore che porta la mela davanti al viso.

Che insegnamento possiamo trarre da questa spiegazione?

La percezione del movimento e, quindi del tempo (la dimensione all’interno della quale viene concepito e ricordato il trascorrere delle cose e degli eventi ), è legato alla capacità di “fotografare” le singole “immagini” di quello che sta accadendo e di assemblare il “filmato”

Riprendendo una riflessione espressa in altri lavori, si ripropone un concetto di tempo descritto da Roberto Vecchioni nel suo “La vita che si ama (storie di Felicità)”

Il tempo verticale

Quando vedete una cosa, la vedete per l’ultima volta. Ogni persona che incontrate, appena la incontrate, è per l’ultima volta. Oh, certo, ci sono cose, persone, foglie, strade, treni, nuvole che non rivedrete, veramente, mai più… Ma ci saranno altre cose, strade, treni che crederete di rivedere. E, invece, no. Anche quelli, proprio quelli, li vedrete per la prima volta e ultima volta. Ogni canzone, ogni film, ogni poesia, ogni quadro, poema che vedrete, sentirete, leggerete… lo vedrete, sentirete, leggerete per l’ultima volta. Oh certo, potrete riascoltare, rileggere, rivedere: il film è quello, quello il poema… Siete voi a vederlo e sentirlo, anche impercettibilmente, in altro modo. Infinitesimi gli scarti del cuore che, non solo dividono ma fanno diverso il Mondo. Voi, sarete “Altri” anche un minuto dopo.

Quello che chiamiamo “Tempo” è, in realtà, un’illusione di Tempo, una mistificazione di scorrimento.

Come in una pellicola, ogni fotogramma ha una vita a sé. E non è la continuazione né l’antecedente.

In pratica, non esiste un  tempo un “tempo orizzontale”: si invecchia, ci si incontra, ci si lascia e crediamo che, il prima, diventi il poi. E, per la stessa ragione, si ricorda, si rimpiange, si protesta, si spera. Per chè crdiamo che ci sia stato un prima e ci sarà un dopo.

L’inganno del tempo orizzontale ci salva la vita: se vivessimo nell’incubo di un inziio che è sempre una fine, che nessun prima abbia a che fare col poi, sarebbe un Inferno. Ed è questo che avvertono i suicidi…

Il Tempo lo vogliamo orizzontale per l’angoscia dei singoli attimi, delle singole tessere, per la paura che cidà l’indefinito. Che ci sia, non ci sia ancora o ci sia stato… noi solo il mosaico intero volgiamo vedere: la storia, il tempo che scorre e infila i giorni come perle in una collana.

Ma, questo stesso tempo che ci salva, poi ci incalza, ci spinge e ci trascina. Crederlo reale, infatti, obbliga a viverlo come reale. A quel unto, diventa una sorta di Mito fuori di noi, sostituito dall’anello delle attese fra un fotogramma e l’altro. Il problema è che, in realtà, non esiste questo anello ma ne abbiamo un drammatico bisogno. Ecco perchè, questo anello, si chiama speranza!

E l’esperienza, allora? Non è una serie di tanti “prima” che diventano “poi”?

L’esperienza non ci viene da una catena di fatti e di forme che crediamo collegati fra loro ma da un accumulo di ricordi sfasati. L’esperienza è una correzione singoli, solitari, vagamente somiglianti l’uno all’altro.

“Io sono un clown e faccio collezione di attimi”. (Heinrich Böll)

La capacità di fissare gli istanti, dipende dalla sensibilità anatomo – fisiologica dell’occhio. Ad esempio, se avessimo la possibilità di “fotografare” (con la retina) alla velocità di un decimo di secondo (con una sensibilità inferiore, dunque, di quella di un ventesimo di secondo, come normalmente avviene), osserveremmo ciò che accade intorno a noi, come se si trattasse di un filmato accelerato, tipo quello delle comiche degli anni venti. Dal punto vista neurologico, la vita ci sembrerebbe scorrere molto più in fretta. Se, al contrario, riuscissimo a sfruttare la sensibilità altissima di un insetto, vedremmo scorrere tutto, al rallentatore. Questo è uno dei motivi per cui è veramente difficile acchiappare una zanzara, poggiata su un muro, a mani nude!

A queste condizioni, la percezione della vita, al contrario della condizione precedente, avrebbe un andamento lentissimo. Infatti gli insetti, pur vivendo pochissimo, hanno una visione del tempo talmente rallentata, che gli sembra di vivere tantissimo.

Cogli la rosa quando è il momento,
ché il tempo lo sai che vola…
e lo stesso fiore che oggi sboccia
domani appassirà.” (Robert Herrick)

Quindi, la percezione del tempo, dipende da fattori organici?

Non solamente. Esiste, infatti, una miriade di fattori (motivazione, condizioni ambientali, stress di varia natura, etc.) che fanno variare moltissimo, a livello psicologico, la consapevolizzazione della durata di un evento e, quindi, della vita, vista come una sommatoria di eventi e di esperienze.

“Il tempo è relativo, il suo unico valore è dato da ciò che noi facciamo mentre sta passando.” (Albert Einstein)

Pur essendo indiscutibile questa spiegazione sulla soggettività del tempo, ognuno di noi può imparare a dare il giusto senso della misura, a tutto quello che facciamo.

A questo punto, come potremmo descrivere il termine vita?

Nella parte superiore dell’immagine, procedendo da sinistra verso destra, partiamo dal ruderi del passato e ci proiettiamo verso il futuro, rappresentato dall’albero che si tende in avanti, passando per i cespugli del presente, che ci costringono a superare tutta la serie di ostacoli del quotidiano. Il tutto proiettato in un orizzonte degli eventi che ci vede cercare una mano in cui “credere” per imparare a “camminare”.

Qual è la relazione che intercorre fra la vita e il tempo?

Con il termine vita connotiamo tutto quello che ci riguarda (vicende, esperienze e vicissitudini) dal momento del concepimento a quando, come comunemente si dice, “traslochiamo da questa valle di lacrime”.

Il tempo rappresenta l’unità di misura che ci consente di scandire e misurare i vari momenti della nostra esistenza. Sui dizionari della lingua italiana, infatti, la vita viene definita, come lo spazio di tempo, compreso fra la nascita e la morte.

“Io, ad oltre settant’anni, mi sento come un impiegato che ha avuto quattro settimane di ferie e ne ha già fatto tre. Un po’ penso agli anni vissuti e un po’ (non senza preoccupazione) a quelli che mi restano da vivere. Ho la sensazione di stare seduto su una sedia, in un corridoio di passaggio e di gettare lo sguardo in due camere attigue: una, sulla destra, enorme, piena zeppa di ricordi buttati alla rinfusa e l’altra, sulla sinistra, in semioscurità, nella quale riesco a scorgere solo ombre. Davanti a me, un grande orologio segna il tempo mentre, impercettibilmente, le pareti del corridoio si spostano da destra verso sinistra. Più passa il tempo, più diventa grande la camera del passato mentre quella del futuro rimpicciolisce. La camera dei ricordi somiglia ad un gigantesco negozio di antiquariato: una vecchia radio a valvole, il diploma di primo classificato negli 800 metri ai campionati campani del 1951, la mia prima bicicletta da uomo (una Bianchi modello Splendor, nera ), una notte trascorsa a passeggiare con gli amici a parlare di Dio e dell’Universo, una frittata mangiata a Coroglio, al Lido delle Sirene, con mammà che mi conserva la fetta con la crosta più cotta, perché sa che è quella che più mi piace… Nell’altra stanza, invece, quella del futuro, non riesco a distinguere nulla. Vorrei tanto vederci la copertina di quel libro che avrei voluto scrivere ma che non ho ancora iniziato, o i frammenti di un ultimo amore, possibilmente meno sofferto di quelli precedenti…” (Luciano de Crescenzo – Il Dubbio – Mondadori Ed. – MILANO 1992)

Per riprendere in maniera “figurativa” il discorso di prima, in questa immagine altamente evocativa, riusciamo ad individuare, mentre riflette su ciò che è stato, il prototipo dell’essere umano che si sente a fine corsa (indipendentemente dal fattore anagrafico), a cavallo fra la stanza dei ricordi e lo spazio delle aspettative future che, gradualmente, inesorabilmente, si riduce, tanto da diventare un punto di osservazione fra due cime che creano un’insenatura panoramica sempre più piccola, da cui tentare di scorgere, a fatica quello che vorremmo… “fosse” (bello, col sole, il mare, la tranquillità. Ma impervio e difficile, sempre più difficile da raggiungere)!

Non è facile accettare l’idea che la nostra vita sia limitata nel tempo; si avverte l’esigenza di vederla proiettata, in qualche modo, all’infinito: come si può riuscire a vivere bene nella consapevolezza della nostra realtà di “esseri provvisori”?

Partiamo dal concetto che, solo quello che siamo abituati a considerare “vita”, dal punto di vista umano, ha un termine mentre, in realtà, la vita presente sotto forma di “movimento” e “dialogo” fra le particelle degli atomi che ci compongono, non ha una fine prevedibile ma subisce solo delle trasformazioni, in termini di spin (rotazione delle particelle su se stesse), lunghezza d’onda (rappresentazione grafica della curva caratteristica che ogni particella “disegna” durante il suo cammino), frequenza (il numero di onde, nell’unità di tempo, caratteristico per ogni particella), decadimento (termine che indica la transizione da uno stato atomico instabile, ad un altro di energia inferiore), etc. In pratica, la chiave di tutto, sta nel concetto “studio” e nell’importanza che per noi assume, impegnare la mente per l’apprendimento di una o più discipline. Infatti, avere chiarezza sul concetto di vita, in senso oggettivo, ci aiuta a sentirci meno “finiti”. Inoltre, imparando che, comunque, per evitare di sprecare il tempo a disposizione, è necessario costruirsi degli obiettivi di autoaffermazione e di autostima che portino a realizzarsi nel lavoro e negli affetti, ci impedisce di annoiarci e ci consente di elaborare ipotesi su cosa ci può essere oltre quello che siamo abituati a chiamare “morte”. Posso aggiungere che, attraverso quello che di buono riusciremo a produrre, resteremo, per sempre, nel ricordo di chi ci seguirà.

Ma, se potessimo vivere in eterno, sarebbe meglio o peggio?

L’uomo bicentenario (Bicentennial Man) è un film del 1999 diretto da Chris Columbus, basato sull’omonimo di Isaac Asimov e sul romanzo “Robot NDR 113”. La trama ripercorre l’esistenza di Andrew Martin, uno dei primi prototipi di robot antropomorfo (modello NDR-114, da cui il nome “aNDRew”), acquistato dalla famiglia Martin nell’aprile del 2005 come robot di servizio.

Nonostante l’iniziale diffidenza della signora Martin e l’aperta ostilità della figlia maggiore, il robot viene lentamente accettato dal nucleo familiare e, in particolare, dalla figlia più piccola (Piccola Miss), con la quale stringe un legame molto forte. Andrew dimostra ben presto di possedere emozioni e reazioni del tutto inaspettate per un robot e, soprattutto, di essere dotato di una dote per l’intaglio del legno. Sotto la guida del signor Martin, acquisisce una sempre maggior consapevolezza di sé, fino al punto di richiedere di non essere più considerato una proprietà e di ottenere la propria libertà.

Nel corso dei decenni successivi Andrew diventa sempre più umano, sia esteriormente (grazie ad una serie di impianti che gli forniscono un corpo quasi organico) che interiormente: si innamora della giovane Portia (nipote di Piccola Miss) e giunge a decidere di voler rinunciare all’immortalità che gli deriva dall’essere un robot, pur di essere riconosciuto ufficialmente come essere umano, cosa che gli viene concessa, in punto di morte, all’età di 200 anni.

Avere la percezione di un tempo illimitato, significa non avere bisogno di gestire al meglio le proprie risorse dal momento che si può sempre riprovare ad ottenere quello che non si è riusciti ad avere. Questo, paradossalmente, andrebbe a generare uno scadimento, puntando più alla quantità che alla qualità.

Spesso, nella vita, è meglio non contare i respiri quanto, semmai, i momenti che ci hanno “tolto” il respiro. (Cit.)

A volte, si ha la sensazione che non valga la pena impegnarsi per realizzare risultati che richiedono molto tempo ed energia, sapendo che la vita può finire da un momento all’altro; pertanto, non sarebbe meglio riuscire a godere il più possibile di ciò che si può ottenere con meno impegno e in meno tempo?

La vita, è un insieme di luoghi e di persone che scrivono il tempo. Il nostro tempo. Noi cresciamo e maturiamo collezionando queste esperienze. Sono queste, che poi vanno a definirci. Alcune sono più importanti di altre perché formano il nostro carattere, ci insegnano la differenza fra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, la differenza fra il bene e il male, cosa essere e cosa non essere. Ci insegnano chi vogliamo diventare. In tutto questo, alcune persone e alcune cose si legano a noi in modo spontaneo e inestricabile; ci sostengono nell’esprimerci e nel realizzarci; ci legittimano nell’essere autentici e veri. E se significano veramente qualcosa, ispirano il modo in cui il mondo cambia e si evolve. E allora, appartengono a tutti noi. E a nessuno”.

Cercare di non approfondirsi in “discorsi complessi” e pretendere di ottenere tutto, “a costo zero”, è l’illusione di gran parte dell’umanità… basta osservare i risultati di questa ricerca, per concludere che non ne sia valsa la pena! Se impegniamo il tempo della nostra vita per capire ed imparare come si può migliorare l’approccio con le cose del mondo, allora avremo ottenuto le chiavi per costruire la nostra felicità.

“La vita si misura dalle opere e non dai giorni”. (Pietro Metastasio)

Perché la maggior parte delle persone va di fretta?

La gente si affretta nelle incombenze perché vive con la convinzione di dovere portare a termine gli impegni, nel più breve tempo possibile. In questo modo di pensare ci sono due errori di valutazione:

  1. Ogni giorno della vita, ci pone di fronte problematiche da risolvere
  2. Se non avessimo nulla da svolgere, durante una giornata, finiremmo con l’annoiarci e cadere in depressione.

Come si può riuscire a vivere “qui ed ora”, cioè a godere di ciò che è il presente, se nel presente poi ci si dedica, prevalentemente, a costruire progetti per il futuro?

Imparando bene il concetto relativo all’autoaffermazione, che consente di dare uno scopo alla vita. Un’esistenza priva di progetti a breve, medio o lungo termine sarebbe, infatti, pericolosamente vuota. Noi, in pratica, siamo come degli alpinisti che devono scalare le montagne. È molto meglio imparare a godere di ogni piccolo progresso e delle esperienze che, questo, ci consente. Il sottovalutare ciò, ci porterebbe ad agire in maniera inadeguata: come se per raggiungere la cima, usufruissimo di un elicottero. Che senso avrebbe avuto, cominciare ad incamminarci? Che valori positivi, ci trasmetterebbe quell’evento? Non si vive nel “prima” o nel “dopo”… si è vivi, nel “durante”!

Come si devono percepire i tempi PASSATO – PRESENTE – FUTURO?

Il passato costituisce il pianeta dei ricordi (che, in genere, si vivono con nostalgia o rammarico).

Il futuro rappresenta l’occasione per sperare in qualcosa.

Il presente “incarna” l’opportunità di concretizzare!

Questo bello spot ENEL 2010, al di la del valore commerciale, esprime in maniera interessante come vivere il rapporto fra passato, presente e futuro.

“Ogni volta che abbiamo costruito un futuro, non ci siamo fermati a guardarlo, mentre diventava passato. Siamo andati avanti ad immaginare un altro futuro, per aspettarvi là… dove volevate andare. Sicuri che fosse il mondo che volevate trovare”.

“Studia il passato se vuoi prevedere il futuro”. (Confucio)

Quali sono i criteri da usare per organizzare al meglio la propria vita?

  • Tempo a disposizione;
  • energia da destinare;
  • motivazione all’agire.

E l’amore… in tutto questo?

Amare, significa interessarsi con passione e compartecipazione intensa di qualcuno o qualcosa, con tutto se stesso. È chiaro che amando quello che ci si accinge a fare, qualsiasi ostacolo diventa alla nostra portata e ci mette in grado di lottare dando un senso a qualsiasi sofferenza. Condividere, alleviare…

“Un sorriso non dura che un istante, ma nel ricordo può essere eterno”. (Friedrich von Schiller)

Cosa vuol dire vivere o morire, con dignità?

“Ho sempre cercato di dare un senso alle cose. Ci deve essere un motivo se io sono come sono. Ora, però, non sono più immortale; sto invecchiando, il mio corpo si sta deteriorando e, come per tutti voi ad un certo punto, cesserà di funzionare. Come robot avrei potuto vivere per sempre… ma dico a tutti voi, quest’oggi, che preferisco vivere come uomo piuttosto che vivere pe tutta l’eternità come macchina”.-

Perché lo vuole?

” Per essere riconosciuto, per chi sono e per ciò che sono. Niente di più, niente di meno. Non per la gloria né per l’approvazione ma per la semplice verità di questo riconoscimento. È stato l’elemento propulsivo di tutta la mia esistenza e devo riuscire ad ottenerlo se voglio vivere o morire, con dignità”.

Andrew Martin muore un attimo prima che gli venga riconosciuto il diritto di appartenenza al genere umano. Come robot, ha sempre avuto bisogno dell’approvazione di qualcuno. Come uomo libero, non più.

“Non dispiacerti di ciò che non hai potuto fare, rammaricati solo di quando potevi… e non hai voluto”. (Cit.)