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“Penso che questi nove anni siano stati i migliori della mia vita. Ti sono molto grato per la mia infanzia. Sei la madre migliore del mondo e io non ti scorderò mai. Spero che tu sia felice in cielo e spero che tu vada in paradiso. Ci vedremo in paradiso. Proverò a fare il bravo bambino per venire da te”.

Cari Lettori, questa è la struggente “preghiera” scritta da Anatoly per la madre morta, vittima della guerra fra i Popoli che, poi, è lo specchio della Guerra che, ognuno, “celebra” macabramente dentro se stesso. Magari dissimulandola con azioni all’opposto che, la psicanalisi definirebbe frutto di una “Formazione reattiva”.

Pasqua.

Etimologicamente significa “passaggio” e fa parte della vita di tanti che, in questo periodo di festività, provano a schivare gli orrori “di dentro” e di “fuori”, celebrando l’esaltazione della bontà all’insegna dell’umiltà, nel nome di un Cristo in cui pochi si riconoscono e troppi si identificano senza, però, professarne i principali insegnamenti: carità, umiltà… 

Pasqua.

Convenzionalmente, vuol dire rinascita. Per il Cristo, ha significato resurrezione, per l’Uomo comune e mortale potrebbe e dovrebbe significare “emendamento”. 

Ma perché usiamo questo termine? 

Nella lettera ai Filippesi, di Paolo di Tarso leggiamo: “Cristo Gesù svuotò se stesso assumendo la condizione di servo… Umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce”.

In questo scritto si sente battere il cuore di San Paolo, Apostolo dei Gentili e principale missionario del Vangelo di Gesù fra i pagani Greci e Romani.

In tali parole si riflette un inno modellato su un simbolo spaziale: la discesa – ascesa di Cristo, sull’asse Cielo – Terra – Cielo.

In Pratica..

La discesa umiliante del Figlio di Dio quando si incarna, divenendo uomo tra gli uomini, abbandonando la sua gloria. Anzi, il suo è un vero e proprio precipitare in un abisso: egli, infatti, muore in croce, il supplizio riservato agli schiavi, agli ultimi della terra ” (Gianfranco Ravasi)

Dal Golgota, a ben riflettere, ha inizio l’altro movimento spaziale: quello dell’ascesa.

In questo modo, evocativo e simbolico, Cristo ritorna nella sua gloria assumendo l’appellativo divino dell’antica Grecia “Kyrios” (Signore) e tronando a brillare in quella “luce della trascendenza” che si era eclissata nella morte in croce, che lo aveva visto “svuotato” di potere e Divina Dignità per potere entrare nel grembo di una Umanità, fatta di miseria e di peccato.

“Cristo è ancora una volta inchiodato alla croce nelle madri che piangono la morte ingiusta dei mariti e dei figli. È crocifisso nei profughi che fuggono dalle bombe con i bambini in braccio. È crocifisso negli anziani lasciati soli a morire, nei giovani privati di futuro, nei soldati mandati a uccidere i loro fratelli” (Papa Francesco)

Cari Lettori, la morte e la rinascita nella solitudine della Pasqua hanno turbato e affascinato uomini di ogni epoca, non solo credenti ma anche laici.

Solitudine…

Questo termine, secondo i dizionari della lingua italiana, identifica la condizione di chi vive solo, in modo permanente o per un lungo periodo, ricercata per acquisire pace interiore o subita per assenza di affetti o appoggi materiali.

E si accompagna, spesso, ad uno stato d’animo che abbiamo sperimentato con la nostra venuta al Mondo: l’Angoscia

Quand’è che incontriamo due questi “ingombri” emotivi?

  • nel momento in cui capiamo che il Mondo non si adatterà a noi ma, semmai, dovremo essere noi ad adattarci a lui…
  • ogni volta che sentiamo il peso di ritrovarci da soli e non siamo preparati;
  • allorquando avvertiamo la paura di non potercela fare e ci sentiamo “persi” oltre ogni limite.

“Il mio pianto è un grido dell’anima che spezza le vene e altera i sensi… un pianto dignitoso che soffoca i pensieri. Non riesci più a capire chi sei… Vivi ore in un oblio di niente, sconfortato dal tutto che è al di là di una porta aperta e inattraversabile… Un sibilo ti spezza le orecchie: è un suono leggero per chi ascolta da fuori ma, dentro, è come un urlo che rimbomba nel cuore. Questo è il pianto di chi è solo”.

Lo psicoanalista Paul Claude Racamier ha spiegato nel suo “Il genio delle origini” che esistono due pungiglioni della Psiche, che sono l’angoscia e il lutto: l’uno la ferisce quanto l’altro ma entrambi le sono indispensabili come via verso l’autonomia.

Cosa accade, durante il nostro percorso di crescita?

Appena usciti dai cambiamenti della gravidanza, prima e della nascita, poi, si vive una fase di simbiosi con la madre che, al riparo da ogni tensione, ricorda le acque “amniotiche” di un lago senza increspature.

Quindi, c’è la fase dell’apertura al mondo e si inizia a sperimentare l’obbligo del distacco, con il senso di solitudine.

Per tutti i cambiamenti cui andremo incontro (dai più tristi ai più gratificanti), produrremo (per un tempo variabile) uno stato di angosciosa solitudine: ogni volta, è come se rivivessimo una nuova nascita, un altro salto nel buio che, però, ci condurrà ad un migliore livello di autonomia.

Perché si ha paura della solitudine?

La solitudine, siccome ci sintonizza con le frequenze del nostro mondo interiore, costituisce un amplificatore di stati d’animo.

La risposta, quindi, consiste nel fatto che tutto gira in funzione del peso che le diamo e di eventuali circostanze avverse che non riusciamo a metabolizzare.

Papa Francesco, ci spiega il significato del “salvare se stessi” nella più profonda solitudine.

Sul calvario sono in molti, fra i carnefici ( e perfino il ladrone che subisce la sua stessa sorte) a domandargli il perché non sia in grado di salvare se stesso, essendosi dichiarato figlio di Dio.

Cari Lettori, salvare se stessi senza occuparsi degli altri: questo è il leit motiv di quell’Umanità̀ che continua a crocifiggere, idealmente, il redentore…

Una “immagine” che viene ripresa da Jorge Luois Borgesnel momento in cui afferma che, quando unuomo si propone di disegnare il mondo, nel corso degli anni popola lo spazio della sua immaginazione con l’idea di regni, di montagne, di baie, di vascelli, di isole, di strumenti, di astri, di cavalli e di persone.  Poco prima di morire, scopre che quel paziente labirinto di linee traccia, in fondo, l’immagine del suo volto

Ma nessuno si salva da solo. Può semmai, come sostiene Papa Bergoglio, nel silenzio della propria solitudine, offrire comprensione come il Cristo sulla Croce che prega per i malvagi, aumentando l’intensità̀ di un simbolico dono che diventa, in tal modo, per-dono.

Ritroviamo i frutti di questo passaggio considerevolmente suggestivo, all’interno della mentalità degli Indiani d’America che consideravano, per esempio, la figura del “guerriero” non come simbolo di morte e distruzione  ma l’emblema di chi sacrifica se stesso per il bene degli altri, occupandosi degli anziani, degli indifesi e, soprattutto, dei bambini, considerati il futuro dell’umanità.

Nella memoria di molti scolari alberga ancora il ricordo di una particolare poesia di Gianni Rodari: “Dall’uovo di Pasqua, è uscito un pulcino di gesso arancione col becco turchino. Ha detto: <<vado, mi metto in viaggio e porto a tutti un grande messaggio>> E, volteggiando di qua e di là, attraverso paesi e città, ha scritto sui muri, nel cielo e per terra: Viva la pace, abbasso la guerra”.

“Resurrezione, quindi (come sostiene lo psicoanalista Aldo Carotenuto), è liberarsi dalle catene (psichiche) e vivere senza blocchi (interiori)”.

Proseguendo in una veloce analisi di altri autori, sul concetto che stiamo trattando, non possiamo non tener conto del fatto che, per esempio, per Massimo Recalcati, la Pasqua di risurrezione “consente di uscire dalle tenebre del sepolcro e ricominciare”.

“Non camminare davanti a me: potrei non seguirti. Non camminare dietro di me: potrei non sapere dove andare. Cammina di fianco a me e sii, per me, un amico.” (Albert Camus)

Cari Lettori,prendendo spunto da un altro editoriale sulla Pasqua (sempre pubblicato, tempo addietro su questo magazine) abbiamo voluto riproporre, come immagine di copertina, l’evocativo “Aurora”, creato nel 1948 da Salvador Dalì.

Il grande artista ha voluto simboleggiare, nel suo senso macrocosmico, l’utero (o la matrice) da cui tutti proveniamo mentre, sul piano microcosmico, ha inteso simboleggiare una valenza mistico–alchemica come recipiente in cui si svolge la cova dell’Opera, ossia dove la materia viene trasmutata.

Applicandoci in una veloce riflessione, possiamo concludere che, se l’uovo si rompe dall’interno, produce l’espressione di una vita che va incontro alle manifestazioni dei propri potenziali; Se, invece, viene rotto da agenti esterni, ogni potenziale viene interrotto e, al massimo si trasforma in alimento commestibile

Volendo riportare il discorso all’essere umano, possiamo concludere che, qualsiasi cambiamento (con relativa rottura delle abitudini) che si genera dall’interno (per opportune riflessioni maturative), produce una “resurrezione” di potenziali ancestrali; qualsiasi “forzatura” indotta dall’esterno (attraverso coercizioni o convincimenti di varia natura) produce l’interruzione di un percorso fisiologico e la trasformazione in “modelli” antropomorfici privi di autodeterminazione.

Non si può essere adulti se nessuno ha visto il bambino che siamo stati, noi, per primi. Adulto è colui che ha preso in carico il bambino che è stato e ne è diventato il padre e la madre. (Janusz Korczak)

Qualcuno ci ha spiegato che, non passione ma, semmai, compassione ci vuole. Cioè, la capacità di estrarre, dall’altro, la radice del suo dolore e di farla propria senza esitazione. Appunto per questo, Carl Gustav Jung ha detto che un “vero” Atto d’amore è quello di accogliere in noi la nostra parte più ferita e fragile, accorgersi che dobbiamo amare l’ultimo degli uomini perché arriva terribile il momento in cui ci accorgiamo che l’ultimo degli uomini siamo noi. Forse, allora, il modo di risorgere può passare attraverso le azioni degne di  “diventare un ricordo”.

Sono nato a una nuova vita ogni volta che una mia sovrastruttura mentale fatta di pregiudizi, di insegnamenti obsoleti e di credenze accettate acriticamente, si è spezzata e, io, ne sono uscito liberato come da una prigione.
Sono nato a una nuova vita ogni volta che, osservando il Mondo da insospettati punti di vista, la mia mente si è allargata a nuove comprensioni.
Sono nato a nuove vite, quando ho smesso di razionalizzare, ho ascoltato la mia intuizione e mi sono aperto al mistero…” (Federico Faggin – Fisico, inventore del microprocessore)

Cari Lettori, forse è per questo che, Omero, ci ha tramandato la seguente “rivelazione”: “Così hanno decretato gli Dei. Che, nel perdersi, ciascuno possa ritrovare se stesso!”

BUONA PASQUA

Enzo Ferraro – già Dirigente Scolastico, Letterato, Umanista, Politologo

Giorgio Marchese – Direttore “La Strad@”

Un ringraziamento affettuoso ad Amedeo Occhiuto, per avere suggerito molti degli interessanti aforismi inseriti nell’articolo.

P.S. Un suggerimento: provate a rileggere, con calma, questo editoriale tenendo questo bel componimento del maestro Gianluca Sibaldi, capace di riportarci sulle frequenze della giusta “rinascita” interiore.

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