Posted on

 

“Non si dimentica niente, le cose cambiano solo posto ma rimane tutto dentro. (Sigmund Freud)

Cari Lettori, ognuno di noi mantiene una sorta di memoria mentale, in base alla quale, fissato un momento significativo della propria esistenza, si continua a pensare di “essere” quell’immagine (non percependo, ad esempio, il tempo che passa e ci trasforma) e ci si convince di trovarsi sempre nella medesima situazione (rifiutando di adattarci ai cambiamenti).

Una sorta di “fissazione” che non tiene conto dei fattori oggettivi e che altera un corretto esame di realtà.

Per quel che mi riguarda, spesso mi rivedo in (relativamente) vecchie foto o in programmi televisivi di cui sono stato protagonista e, solo allora, mi accorgo del tempo trascorso.

Qual è il problema?

Mi trovo a dovere accettare l’idea di non essere più un ragazzo ma un signore (di un po’ più) di mezza età, con il volto che ha perso alcuni contorni decisi e presenta un insieme di elementi (rughe, minore tonicità muscolare, etc.) che accompagnano verso il tempo che verrà.Ma, soprattutto, temo di dovere accantonare molti dei sogni che ho creduto di poter realizzare…

“Io non ho formule, non ho nemmeno risposte ai problemi del mondo, che sono immensi, ho soltanto delle domande, non ho nemmeno certezze, ho dei dubbi da porre a chi crede di avere certezze e poi non le ha” (Tiziano Terzani)

È da qui, che voglio iniziare il discorso di oggi: i giovani, visti (ormai… e purtroppo) da lontano. Anagraficamente.

E allora, mi sono messo a riflettere su una realtà storica: da che Mondo è Mondo, ciclicamente, una generazione è stata “sacrificata”, a favore dei superstiti.

Senza affondare i ricordi nella notte dei tempi, (almeno per quanto ci riguarda) è stato così per le guerre di Indipendenza, le due guerre mondiali, i vari altri conflitti internazionali, le vittime della droga, le varie contestazioni studentesche (dal ’68, in poi), il periodo brigatistico. 

E, per finire, il precariato sociale contemporaneo, reso ancora più incerto dal post Pandemia e da una controversa e difficile transizione ecologica che sta innalzando a dismisura i costi delle materie prime che servono per produrre energia e beni essenziali.

A differenza del passato, però, oggi non c’è un leader traghettatore: un Garibaldi, un Armando Diaz, un Eisenhower, un Che Guevara, un Nikita Kruscev, un Kennedy, un de Gasperi che, pur muovendosi in ambiti  a volte “discutibili”, hanno rappresentato un fulcro su cui poggiare, quantomeno, i propri ideali e i valori nei quali si è creduto.

“Alla fine l’anima si ammala, perché la malattia, lo sappiamo tutti, è una metafora, la metafora della devianza dal sentiero della nostra vita” (Umberto Galimberti).

Attualmente, possiamo “contare” su una pletora, relativamente impreparata, di individui inseriti in un domino fatto di caselle che condividono lo stesso destino, senza variabili indipendenti: governanti “usa e getta” (anche se qualcuno, a volte, si ostina a resistere alle intemperie, pur privo di potere delegato) obbedienti a princìpi convulsi e scriteriati che, i più, chiamano “leggi di mercato”.

In pratica, un sistema che si autoalimenta senza copertura finanziaria “reale” (cioè basata su una contropartita “concreta”) e in assenza di valori etici, per soddisfare appetiti tanto bulimici quanto nevrotici e inutili.

Per dirla in soldoni (sempre in Italia) se, per esempio, negli anni della rinascita economica, il figlio di un operaio poteva frequentare la Normale di Pisa e, conseguentemente trovare una giusta collocazione fino ad arrivare ad essere (come Fabio Mussi) addirittura, Ministro della Repubblica, al giorno d’oggi, forse, è meglio essere un totale incompetente nelle grazie di qualche impresario ammanicato col potere, che un laureato alla Bocconi di Milano.

Se a ciò sommiamo il delirio iniziato negli anni ottanta (del secolo scorso) in base al quale si è cominciato a generare montagne di denaro “precario” (perché non sostenuto da valori produttivi etici) attraverso speculazioni finanziarie (in base alle quali, il titolo di un’azione, in Borsa, veniva artatamente fatto aumentare per poterlo rivendere e guadagnarci, a danno dei piccoli investitori e delle aziende) e operazioni di “finanza creativa” (grazie alla quale, quasi ogni Stato del Mondo ha finanziato le proprie spese stampando moneta in eccesso ed appioppando titoli con la promessa di interessi sempre più alti) ecco che, una volta iniziato a soffiare il vento della psicosi collettiva, è crollata l’impalcatura illusoria e ci siamo ritrovati nudi e incapaci (perché non più abituati) di lavorare nei settori primari (agricoltura e simili) per tirare a campare. Questo errore, viene ulteriormente amplificato dalla presenza delle volatili “criptovalute”.

“Distratti da noi, fino a diventare perfetti sconosciuti a noi stessi, ci arrampichiamo ogni giorno su pareti lisce per raggiungere modelli di felicità che abbiamo assunto dall’esterno” (Umberto Galimberti)

Secondo le indicazioni che ci forniscono analisti internazionali, si prospetta uno scenario in base al quali

  • gli attuali quarantenni (ma, anche, molti cinquantenni) non riuscirebbero a vivere con la pensione che li attende;
  • i trentenni si troverebbero a non avere presente (in quanto precari cronici) né futuro (perché non maturerebbero i requisiti per alcuna pensione);
  • quelli che, ad oggi, sono diciottenni (o giù di lì) avrebbero qualche spiraglio a condizione di trovarsi una famiglia alle spalle che costruisca i presupposti per una loro collocazione operativa;
  • i bambini, quelli che hanno non più di 8 -10 anni, si troverebbero (una volta ripartito il sistema globale, dopo default e reset vari) a poter usufruire di nuove prospettive, umane, sociali ed occupazionali.

“La macchina dell’abbondanza ci ha dato povertà. La scienza ci ha trasformato in cinici, l’avidità ci ha resi duri e cattivi. Pensiamo troppo e sentiamo poco. Più che macchinari, ci serve umanità. Più che abilità, ci serve bontà e gentilezza. Senza queste qualità, la vita è violenza e tutto è perduto” (Charlie Chaplin).


Qualche anno fa,
il Prof. Romano Prodi, in una lezione di Economia, ha dichiarato che ciò che tiene unito uno Stato sarebbe l’esercito e la moneta. Forse per questo, altri economisti sono del parere che ogni volta che le risorse non sono più sufficienti per garantire sopravvivenza adeguata, è meglio generare conflitti bellici (o epidemici, dice qualcuno…), in maniera da ridurre il numero dei consumatori. Ma non sarebbe meglio impegnarsi per ottimizzare l’uso razionale o applicare i dettami di uno sviluppo sostenibile?

Dicesi “Commissione” un gruppo di svogliati selezionati da un gruppo di incapaci per il disbrigo di qualcosa di inutile. (R. Harkness, The New York Times, 1960)

Gli 8 (“antichi”) punti di Draghi

Il 31 Maggio 2011, nella relazione annuale di Bankitalia, l’allora governatore Draghi (ora Presidente del Consiglio, dopo una interessante parentesi come capo della BCE), fornì indicazioni su come muoversi in un periodo di crisi, riassumendoli in otto punti fondamentali:

  • Giustizia civile: accelerare i processi, per non avere la percezione dell’impossibilità di difendere un diritto calpestato;
  • Istruzione: migliorare i livelli di apprendimento, per essere sempre più capaci di interpretare nel modo migliore, l’indirizzo di una Società in continuo sbandamento;
  • Servizi Pubblici: liberalizzazione e concorrenza, per evitare posizioni monopolistiche e stagnanti, governate dai boiardi di Stato;
  • Infrastrutture: tempi e prezzi certi, per iniziare a mostrare che, qualcosa, sta cambiando sul serio;
  • Lavoro: superare il dualismo fra tutelati e precari, introducendo il concetto di imprenditorialità mentale e flessibilità, in funzione delle esigenze, evitando arroccamenti anacronistici;
  • Relazioni industriali: migliorare e potenziare la contrattazione aziendale, per creare intese a danno di nessuno;
  • Lavoro femminile: aumentare la partecipazione, per aprirsi alle esigenze di un mondo diverso e più “colorato”;
  • Protezione sociale: sostenere i disoccupati, non per parcheggiarli ma per aiutarli a riqualificarsi.

Secondo valutazioni un po’ più illuminate, una nuova filosofia in questo mondo sempre più affetto da virosi speculative, potrebbe aprire la strada ad una concezione della persona capace di offrire nuove prospettive, dal mondo economico alla politica, passando per la Famiglia. Ciò, porterebbe a non privilegiare più lo sguardo analitico (nel senso di “asettico”) sul mondo quanto, piuttosto, il modo in cui le persone lo percepiscono per organizzarlo nelle loro menti. Si guarderebbe un po’ meno ai tratti individuali, e si presterebbe maggiore attenzione alla qualità dei rapporti tra gli esseri umani.

A queste condizioni, finirà per cambiare anche il modo di vedere quello che chiamiamo “capitale umano”.

Nel corso degli ultimi decenni si è affermata la tendenza a definirlo nel senso più restrittivo del temine, ponendo l’accento sul quoziente di intelligenza e sulle competenze professionali che, comunque, mantengono il loro valore. Ma le nuove ricerche, pongono in luce tutta una serie di aspetti più profondi, che abbracciano sia l’aspetto razionale che quello più intimo, sensibile ed “emotivo”, fondendo insieme queste due categorie.

Con queste possibili prospettive, il gigante Europa, probabilmente, smetterebbe di essere un Museo per diventare, finalmente, un laboratorio, trasformando, ad esempio, un problema come quello della delocalizzazione (che depaupera risorse nazionali) in una sorta di rilocalizzazione all’estero, per impiantare e migliorare usi, costumi e modelli economici del proprio luogo d’origine: questa diventerebbe la vera forza del Paese!

“Negli occhi della gente si vede quello che vedranno, non quello che hanno visto” (A.Baricco)

Quelli che ce l’hanno fatta: la “lingua” dell’onda…

Ricordo di aver letto, molto tempo fa, una intervista in cui Enzo Maiorca, campione mondiale di immersioni in apnea, spiegava come affrontare le onde peggiori senza affogare: “Quando l’onda si solleva creando una lingua che sembra volerti inghiottire, devi puntare l’attenzione verso la sua base perché, contrariamente a quello che si possa pensare, è lì che c’è la minore resistenza ed è proprio da lì che, tuffandoti, passerai dall’altra parte del muro creato da questo mostro marino”.

Ecco, credo che sia proprio questa la strategia messa in campo da chi è riuscito a “prendere il largo” nonostante i marosi della vita. C’è solo un problema: non si può tornare indietro.

A quel punto, o si attende che la tempesta passi o si continua a nuotare al largo, col rischio di esaurire le proprie energie.

Questo, mi ricorda molto il monito di mio padre: “Non sprecare la tua vita dedicandola solamente al lavoro. Nobilitala con qualcosa che abbia senso e valore, per te e per gli altri”.

Un finale che (non) ti aspetti

“Enzo Maiorca immerso nel caldo mare di Siracusa parlava a poca distanza con la figlia Rossana che era sulla barca pronta anch’essa ad immergersi, all’improvviso si sentì colpire leggermente alle spalle, si girò e vide un delfino. Capì subito che l’animale non voleva giocare, ma esprimere qualcos’altro. Il delfino infatti si allontanò e Maiorca lo seguì a nuoto. Poi l’animale si immerse e lo stesso fece Enzo, a circa 12 metri di profondità impigliato in una rete di una spadara abbandonata c’era un altro delfino. Maiorca emerse rapidamente e chiamò a gran voce la figlia perché lo raggiungesse con i due coltelli da sub che erano nella barca.

In pochissimi minuti i due esperti sub riuscirono a liberare il delfino impigliato nella rete, il quale allo stremo delle sue forze riuscì ad emergere e, emettendo un quasi “grido umano”, così lo descrisse Maiorca, riuscì a respirare. (Un delfino può resistere sott’acqua non oltre 10 minuti, dopodiché affoga).

Il delfino liberato restò un po’ stordito in acqua, controllato da Enzo, Rossana e l’altro delfino. Poi si riprese e, sorpresa! Si scoprì che era una delfina perché da li a poco partorì un piccolo.
Mamma e cucciolo si allontanarono mentre, il delfino maschio fece un giro intorno ai due umani e si fermò un attimo davanti ad Enzo Maiorca, gli diede un colpetto, come fosse un bacio, sulla sua guancia a mò di gratitudine e poi si allontanò”.

Cari Lettori, capisco solo ora che il significato della frase di mio padre non consisteva in un invito ad impegnarmi di meno. Semmai a capire che, quale che sia il risultato ottenuto nella vita, è solo il grado di empatia raggiunto (quello che ci fa entrare in sintonia con ogni piccola parte dell’Universo), a fare la differenza fra una vita “a perdere” o “a rendere”.

Per infinite nuove opportunità

“L’autunno è una seconda primavera dove ogni foglia è un fiore.” (Albert Camus)

Giorgio Marchese – Direttore “La Strad@”

Un ringraziamento affettuoso ad Amedeo Occhiuto, per avere suggerito molti degli interessanti aforismi inseriti nell’articolo.