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Nel 1959, diretto da Camillo Mastrocinque, esce il film La cambiale: sostanzialmente, una sequenza di episodi interdipendenti che hanno, come filo conduttore, il passaggio di mano di una cambiale.

Un noto finanziere, il commendator Pierluigi Bruscatelli (Aroldo Tieri) dopo aver pagato con una cambiale due truffatori, i cugini Posalaquaglia (Totò e Peppino de Filippo), viene arrestato per bancarotta fraudolenta.

In galera, spiega al compagno di cella tutta la metafora sulle cambiali, teoria che viene illustrata dagli episodi del film, nei quali questa cambiale viene utilizzata (passando di mano in mano) come “pagherò d’onore” (perché firmata, appunto, da Bruscatelli).

Il problema nasce quando si scopre, però, che il Bruscatelli non onorerà il titolo dal momento che ha saldato il suo debito con la Società, attraverso la reclusione.

La cambiale, quindi, va in protesto e, ognuno dei personaggi coinvolti, cerca di rientrare in possesso o del contante dovuto da chi ha girato la cambiale o, almeno, della merce venduta.

Che l’uomo non impari nulla dalla Storia, è la prima lezione che la Storia ci insegna” (Cit.)

Una simile trama (modernamente definita “bolla speculativa”) ha dato il via, dal 2007 in avanti, alla crisi globale internazionale e alla gestione alquanto discutibile ( a partire dall’OMS) della Pandemia che ci affligge dal 2019, scoprendo altarini placcati in simil oro  

“Non si può banalizzare e liquidare il suo gesto come un suicidio dettato dalla depressione, come ha scritto qualche giornale; merita rispetto e maggiore attenzione. Si parla di imprenditori che ricorrono al gesto estremo, parliamo anche dei giovani: questi giovani che noi abbiamo generato, ma che non siamo in grado ora di accompagnare nel loro percorso di speranza. Mia figlia non è mai stata banale, ha vissuto il suo breve tempo alla ricerca di qualcosa che noi, NOI TUTTI, non sappiamo più offrire a chi, come lei, vive la condizione di giovane. Lei sì, lei sì che si è sempre impegnata, fiduciosa nei nostri insegnamenti, sicura che il merito avrebbe pagato. Ha sempre dato senza mai chiedere… ecco… senza mai chiedere. E invece avrebbe dovuto farlo, avrebbe dovuto chiedere che i suoi diritti, conquistati con impegno e sacrifici, venissero onorati”.

Questa è la lettera aperta che una mamma rimasta “orfana” di una figlia delusa, ha inviato, qualche tempo fa, alla stampa: un pugno contro il vetro dell’ipocrisia, della furbizia, della paura, del velleitarismo. Della falsità.

Ciclici sacrifici generazionali

Come già ho avuto modo di affermare, da che Mondo è Mondo, ciclicamente, una generazione è stata “sacrificata”, a favore dei superstiti. Senza affondare i ricordi nella notte dei tempi, (almeno per quanto ci riguarda) è stato così per le guerre di Indipendenza, le due guerre mondiali, i vari altri conflitti internazionali, le vittime della droga, le varie contestazioni studentesche (dal ’68, in poi), il periodo brigatistico. 

E, per finire, il precariato sociale contemporaneo. 

A differenza del passato, però, oggi non c’è, sul palcoscenico, un (vero o presunto) leader traghettatore: un Garibaldi, un Armando Diaz, un Eisenhower, un Che Guevara, un Nikita Kruscev, un Kennedy, un de Gasperi…

Se a questo sommiamo il delirio iniziato negli anni ottanta (del secolo scorso) in base al quale si è cominciato a generare montagne di denaro “precario” (perché non sostenuto da valori produttivi etici) attraverso speculazioni finanziarie (in base alle quali, il titolo di un’azione, in Borsa, veniva artatamente fatto aumentare per poterlo rivendere e guadagnarci, a danno dei piccoli investitori e delle aziende) e operazioni di “finanza creativa” (grazie alla quale, quasi ogni Stato del Mondo ha finanziato le proprie spese stampando moneta in eccesso ed appioppando titoli con la promessa di interessi sempre più alti) ecco che, una volta iniziato a soffiare il vento della psicosi collettiva, è crollata l’impalcatura illusoria e ci siamo ritrovati nudi e incapaci (perché non più abituati) di lavorare nei settori primari (agricoltura e simili) per tirare a campare.

“Stai attento ai tuoi pensieri, perché diventano parole. Stai attento alle tue parole, perché diventano abitudini. Stai attento alle tue abitudini, perché diventano carattere. Stai attento al tuo carattere, perché diventa il tuo destino” (F. Outlaw).

Perché dicono “basta” quelli che decidono di non continuare?

Per suicidio (dal latino suicidiumsui occidio, uccisione di se stessi) si intende l’atto col quale un individuo si procura volontariamente e consapevolmente la morte. Immaginiamo un piccolo imprenditore, un artigiano, un operaio o chiunque abbia provato a mettersi duramente in gioco, con l’unico obiettivo di realizzare qualcosa, attraverso cui potersi autoaffermare e riuscire ad ottenere, correttamente, la stima degli altri: principalmente, quella dei propri figli…

Ora, togliamo, a costui, la possibilità di vedere coronato il sogno della propria vita (l’onorabilità, la rispettabilità, la possibilità di continuare ad esercitare i propri diritti attraverso l’applicazione al proprio lavoro): di fronte alla prospettiva di perdere la cosa per cui ha combattuto da sempre, cos’altro potrebbe fare?

Cosa c’è, in quel momento di più drammatico di un intero progetto esistenziale svanito e, magari, neanche per colpa propria? 

“La disperazione stessa, per poco che duri, diventa una sorta d’asilo nel quale ci si può sedere e riposare” (Charles Saint – Beuve)

Come aiutare chi non ha più motivo, per continuare?

Facendogli capire, per esempio che, in una Società priva di alcun sano valore di riferimento, non ha senso morire per onore. 

Anche perché, in simili contesti, bisogna inquadrare la situazione sovrapponendola alle ambientazioni tipiche delle Società prossime al tracollo (come l’Italia, appunto, alla vigilia dell’otto settembre 1943): oltre quel punto, non ci saranno più suicidi, perché non ci sarà più alcun valore se non quello di provare a sopravvivere.

Magari con la sovraproduzione sintomatologica da stress prolungato post traumatico (da clausura pandemica).

E allora, chiunque si trovi in situazioni “limite” dovrebbe chiamare a raccolta le persone care e proteggerle, per come può, dalle “schegge” fuori controllo: è così che si torna a sentirsi utili e, quindi, importanti.

Ma perché non funziona tutto come nei film? Perché gli estranei in metropolitana, invece che limitarsi a guardarti, non attaccano bottone dicendoti che hai un sorriso bellissimo? Perché dopo trent’anni, in un caffè del centro, non rincontri mai la persona per cui hai lottato? Perché le madri fanno fatica a capire i propri figli e i padri ad accettarli? Perché la frase giusta arriva sempre durante il momento sbagliato? Perché non ti capita mai di correre sotto la pioggia, di arrivare davanti al portone di qualcuno, farlo scendere, scusarti e iniziare a parlare a vanvera per poi trovarti labbra a labbra e sentirti dire: “non importa, l’importante è che sei qui?” Perché non vieni mai svegliato durante la notte da una voce al telefono che ti dice: “non ti ho mai dimenticato?” Se fossimo più coraggiosi, più irrazionali, più combattivi, più estrosi, più sicuri e se fossimo meno orgogliosi, meno vergognosi, meno fragili, sono sicuro che non dovremmo pagare nessun biglietto del cinema per vedere persone che fanno e dicono ciò che non abbiamo il coraggio di esternare, per vedere persone che amano come noi non riusciamo, per vedere persone che ci rappresentano, per vedere persone che, fingendo, riescono ad essere più sincere di noi. (David Grossman)

Molti dei giovani di oggi sostengono di essere la generazione più preparata ma meno valorizzata.

È una condizione, per lo più, reale. Ma dipende dal fatto che si studiano argomenti e materie che non sono richieste o non si sanno rendere appetibili ai possibili committenti.

“I più di questi laureati di Harward non valgono un cazzo! Serve gente povera, furba e affamata. Senza sentimenti. A volte vinci, a volte perdi. Ma continui a combattere. E se vuoi un amico, prendi un cane. Questa è guerra di trincea!” (Gordon Gekko – Wall Street)“

La strada per il successo è asfaltata ma, le vie per raggiungerla, no!” (Winston Churcill).

Per capire meglio il senso dei due spunti di riflessione sopra proposti, proviamo a domandarci l’utilità effettiva di quella parte anatomica che si chiama cervello, soprattutto la zona alta, per intenderci: quella dalle orecchie a salire, che ci distingue in gran parte da molte altre specie animali. Serve per realizzare ciò che comunemente viene definito il meccanismo della riflessione.

E che cosa significa “riflettere”?

Approfondirsi, in maniera consapevole o meno, su idee, su concetti, che stanno nella nostra testa, di cui disponiamo, oppure che ascoltiamo o osserviamo prelevando i frammenti dal mondo esterno.

“Le pecore nere, quelli che non si adattano, quelli che gridano ribellione, riparano e disintossicano e creano un nuovo e fiorito ramo. Irraccontabili desideri repressi, sogni irrealizzati, talenti frustrati dei nostri antenati si manifestano nella loro ribellione cercando di realizzarsi. L’albero genealogico, per inerzia, vorrà continuare a mantenere la parte tossica e castrata del suo tronco che rende la sua fioritura difficile e complicata. Che nessuno ti faccia dubitare, prenditi cura della tua rarità come il fiore più prezioso del tuo albero. Sei il sogno realizzato di tutti i tuoi antenati.” (Bert Hellinger)

Il lavoro che hanno portato avanti imprenditori e industriali come, ad esempio, Enzo Ferrari (fondatore dell’omonimo marchio automobilisico sportivo per eccellenza), così come quello di tanta altra gente che lavora un po’ più nell’ombra, parte da un principio molto semplice:

Cosa posso fare?

Quanto può interessare?

Cosa, la gente, sta aspettando… e perché?

Come, quello che io ho da proporre, può sposarsi con quello che la gente vorrebbe?

Un uomo chiamato a fare lo spazzino dovrebbe spazzare le strade così come Michelangelo dipingeva, o Beethoven componeva, o Shakespeare scriveva poesie. Egli dovrebbe spazzare le strade così bene al punto che tutti gli ospiti del cielo e della terra si fermerebbero per dire che qui ha vissuto un grande spazzino che faceva bene il suo lavoro.” (M. L. King)

Su cosa si fonda la stimabilità attuale di una nazione?

Solo ed esclusivamente sul valore e sulla serietà delle proprie risorse umane. E allora, accanto ad una mentalità applicativa un po’ più teutonica, diventa necessaria la Creazione di gruppi di lavoro organizzato, in cui ognuno è leader di sé, ma pronto alla gregarietà per il raggiungimento di obiettivi comuni e progetti mirati in maniera solidale con un pizzico di sano egoismo, per crescere e condividere, in maniera sostenibile e sensata.

Cari Lettori, ho iniziato la stesura di questo editoriale nel lontano gennaio del 2015 e ho continuato a cesellarlo, negli anni, con sempre nuovi spunti di riflessione. Anche se, al momento, la realtà apparente ci presenta delle tinte fosche, possiamo arrivare a condividere il seguente pensiero di Vincent Van Gogh: 

“Se oggi non valgo nulla, non varrò nulla nemmeno domani. Ma se domani scoprono in me dei valori, significa che li posseggo anche oggi. Infatti, il grano è grano, anche se la gente, all’inizio, lo prende per erba”.

Giorgio Marchese – Direttore “La Strad@”

Un ringraziamento affettuoso ad Amedeo Occhiuto, per avere suggerito alcuni degli interessanti aforismi inseriti nell’articolo.

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