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Il cuore dell’uomo è come il mare: ha le sue tempeste, le sue maree e, nelle sue profondità, ha anche le sue perle. (Vincent Van Gogh)

In un mattino del mese di marzo del 1994, a bordo di un anonimo bus di linea autostradale, trascorrevo, in mia compagnia, il tempo e la distanza necessari a raggiungere la scuola in cui stavo imparando a diventare un “Uomo” (oltre che uno specialista in psicoterapia). Sul monitor tv di bordo, uno dei tanti film con cui provare a distrarsi. O a ricavare qualche spunto di riflessione.

Ma quello non era un giorno qualsiasi.

La storia (pare, realmente accaduta) descriveva l’avventura di uno scienziato americano (interpretato da Sean Connery nel film Mato Grosso) che, in una foresta del Brasile (nel Mato Grosso, appunto che, letteralmente, significa “giungla fitta”), scopre che una particolare specie di formiche elaborava una secrezione antiossidante in grado di agire efficacemente contro qualsiasi forma di tumore. 

Fantastico? 

Mica tanto! Una multinazionale è interessata alla costruzione di una immensa quanto inutile autostrada (in una foresta tropicale!). A nulla valgono gli sforzi dello scienziato. Ineluttabilmente e criminalmente, si dà fuoco agli alberi, per giustificare il loro abbattimento.

Quel tempo, in pullman, non è trascorso in una maniera qualunque ma ha dato l’inizio ad una serie di riflessioni che mi ha portato a cominciare a capire che il Mondo gira in maniera paradossa: lontano dai bisogni, vicino alle inutilità.

Non è stato possibile discuterne con alcun compagno di viaggio (altre 54 persone, più l’autista) perché, ciascuno, in diverse (e futili) faccende affaccendato.

Un giorno, andammo da Tenzin Choedrak, medico personale del Dalai Lama. Fra le altre cose, gli chiesi se aveva qualche rimedio contro la depressione. Quella domanda, provocò qualcosa di strano che, ancora oggi, non so spiegarmi. Choedrak rispose che la depressione è un problema soprattutto occidentale. “La ragione, è che voi occidentali siete troppo attaccati alle cose. Siete proprio fissati. Uno perde, ad esempio, la sua penna? Bene, da allora, non fa che pensare alla penna persa, senza dirsi che la penna non ha alcun valore, che serve a scrivere e che può essere sostituita facilmente. In Occidente, vi preoccupate di cose inutili e non del senso della vostra vita!” (Tiziano Terzani – L’ultimo giro di giostra – TEA Ed.).

Una versione nuova di sé!

Eh si, bisogna accettare che, a volte, è necessario “rivestirsi”. Quando non se ne può più di osservare l’incomprensibile nel comportamento altrui. In verità, a dirla proprio tutta, non so da dove nasca questa esigenza di cambiare d’abito; se da un’evoluzione nella modalità comunicativa, oppure da una reazione molto “terrena”, tipica degli scombussolamenti stagionali o improvvisi. Quelle cose che avvengono senza che si possa fare niente per impedirle, che non hanno alcuna motivazione razionale, oppure che sono substrato e propulsione per una serie di reazioni che, innescate, devono necessariamente arrivare alla fine del ciclo. 

E costi quel che costi! 

In ogni caso, aspettando che il cielo, all’imbrunire, regali scampoli di meravigliose piogge di puntini luminosi da catturare con lo sguardo per rivestirli dei nostri desideri, capita di svegliarsi con una domanda quasi ossessiva, un pensiero un po’ contorto che ha voglia di venire fuori.

Ma le perle di cui parlava Vincent van Gogh, connotano una valenza positiva o ambivalente?

Si, perché mi viene in mente la trama del libro di John Steinbeck dall’omonimo titolo (The Pearl, appunto) nel quale si descrive la storia di un misero pescatore che, per sostenere le spese necessarie a curare il proprio figlioletto punto da uno scorpione, riesce a pescare dal fondo del mare una perla “perfetta, luminosa e splendida come la luna e grossa come un uovo di gabbiano”. Questo fantastico ritrovamento, produce una serie di eventi concatenati che lo portano ad essere “appetito” sia dagli opportunisti di turno (che lo incensano) che dai bramosi senza scrupoli (che vogliono derubarlo). L’epilogo, tragico, lo vede “orfano” di quel figlio per la salvezza del quale era iniziata l’avventura e che resta ucciso in un conflitto a fuoco con dei rapinatori.

“Il mattino dopo, Kino e Juana ritornano a casa col corpo di Coyotito, e Kino, recatosi alla spiaggia, ributta in mare la perla che gli aveva rovinato la vita”

E, a questo punto, non posso non ricordare il passo di “Memorie di una Geisha” (di Arthur Golden) nel quale viene spiegato che noi esseri umani siamo soltanto una parte di qualcosa di molto più grande. Se infatti, possiamo (senza accorgercene) schiacciare, camminando, un coleottero o sospingere una mosca dove probabilmente non sarebbe mai andata, allo stesso modo, quotidianamente, siamo sottoposti all’influsso di forze che non possiamo controllare.

E, allora, dobbiamo fare di tutto per comprendere i movimenti dell’universo che ci circonda e regolare le nostre azioni in modo da non trovarci a lottare contro le correnti, ma a muoverci in sintonia con esse.

Ecco perché, forse, Platone (ne l’apologia di Socrate) ha spiegato che una vita senza ricerca non è degna di essere vissuta.

Dal punto di vista buddhista, tutti i mali (quelli psichici come quelli fisici) hanno un’unica radice: l’ignoranza. L’ignoranza dell’Io causa la sofferenza che affligge l’uomo dalla nascita alla morte; la stessa ignoranza produce “i tre grandi veleni della mente” (il desiderio, la rabbia e l’ottusità) che scatenano le malattie nel corpo. Solo una continua pratica di moralità e di meditazione può condurre alla libertà da ogni male. (Tiziano Terzani – L’ultimo giro di giostra – TEA Ed.).

Nel 1897 una bambina scrisse al New York Sun dicendo che i suoi amici le avevano riferito che la storia di Babbo Natale fosse tutta un’invenzione. Lei, a quel punto, voleva che il giornale dicesse la verità. E il Sun, con un editoriale che oggi, probabilmente, nessun giornalista avrebbe più il “coraggio” e la capacità di scrivere, rispose: “Cara Virginia, i tuoi amici si sbagliano. Sono vittime dello scetticismo dei nostri scettici tempi. Credono solo alle cose che vedono. Eppure, Virginia, Babbo Natale esiste. Esiste allo stesso modo in cui esistono l’amore, la generosità, la devozione. E tu sai che queste cose esistono, abbondano e sono ciò che danno alla tua vita, la sua bellezza e la sua gioia. Perché le cose più reali sono quelle che i grandi non riescono a vedere. E, a volte, neanche i bambini”.

Cari Lettori, ritornando al concetto espresso da Vincent Van Gogh e riportato all’inizio di questo editoriale, prendnedo spunto dalla suggestiva immagine di copertina, potremmo concludere che, come per ogni manifestazione di energia (sotto forma di pensieri, emozioni e azioni) la differenza la fa la quantità di “freddo” che ci portiamo in fondo all’anima.

Man mano che impareremo l’importanza del concetto “prendersi cura” (a cominciare dalla nostra persona) il ghiaccio che opprime i sentimenti verrà scaldato dal calore dell’amore e la perla contenuta al suo interno, apparirà in tutto il suo splendore. A quel punto, ormai maturi per affrontare, al meglio, la vita, sapremo come valorizzare questo tesoro.

“All’estremo punto della disperazione ricomincia la speranza che conduce sino alle stelle. (Julien Green)

Giorgio Marchese – Direttore “La Strad@”

Un ringraziamento affettuoso a Fernanda Annesi per gli spunti di riflessione e ad  Amedeo Occhiuto per gli aforismi proposti

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