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Ci siamo mai domandati perchè, di fronte al sole che tramonta, spesso, veniamo avvolti da un miscuglio di sensazioni che vanno dalla malinconia alla nostalgia e che, al tempo stesso, ci parlano di occasioni mancate, di voglia di riscatto, di gabbiani, vento, onde e libertà? 

Cari lettoriMelanie Klein sosteneva che ciascuno di noi lotta contro terrori profondi di annichilimento e di abbandono assoluto (l’angoscia paranoide e l’angoscia depressiva)…

Ma riflettiamoci bene

Fin da bambini il mare ci ha attratto in maniera diversa ma ugualmente intensa, della ferrovia. Infatti, ci ha sempre dato l’idea del viaggio verso quello che non vedi ma che “senti” dentro di te scrutando l’orizzonte, oltre la linea di confine…

Col treno, in fondo, arrivi fin dentro il cuore di una città e, volendo, dalle sue viscere puoi rimetterti in marcia come se fossi indirizzato verso un metaforico albero respiratorio che ti catapulta, libero, nell’atmosfera.

Forse è per questo che, molti, quando salgono a bordo di un qualsiasi natante, così come di un vagone ferroviario, provano quel fascino che deriva dalla percezione di essere sempre oltre la linea di galleggiamento. 

Una spanna più su, del muro della routine. Quello che divide la noia, dall’avventura

A questo punto, non sembri strano il voler immaginare la vita come un lungo binario percorso a bordo di un treno fantastico: dipenderebbe da noi essere semplici passeggeri o capaci macchinisti di quell’epico mezzo di locomozionein grado di attraversare con passo lento ma deciso, il cuore di ogni centro abitato per “sentire” gli umori degli altri, mescolarsi ai nostri stati d’animo.

“C’è un legame segreto fra lentezza e memoria, fra velocità e oblio. Prendiamo una situazione delle più banali: un uomo cammina per la strada. A un tratto cerca di ricordare qualcosa, che però gli sfugge. Allora, istintivamente, rallenta il passo. Chi invece vuole dimenticare un evento penoso appena vissuto accelera inconsapevolmente la sua andatura, come per allontanarsi da qualcosa che sente ancora troppo vicino a sé nel tempo. Nella matematica esistenziale, questa esperienza assume la forma di due equazioni elementari: il grado di lentezza è direttamente proporzionale all’intensità della memoria; il grado di velocità è direttamente proporzionale all’intensità dell’oblio.” (Milan Kundera, La Lentezza)

Molta gente cerca di arrivare più velocemente alla propria destinazione, confondendo un obiettivo a medio termine con il proprio “fine corsa esistenziale”. E poi si strugge, nell’attesa di una nuova alba che, sistematicamente, verrà scambiata per l’ennesimo crepuscolo serotino. Da qui all’a depressione endogena, il passo è breve.

Veramente.

A ben riflettere, questo lungo binario percorre spazi indeterminati dei quali, noi, rappresentiamo la finitezza e il limite migliorabile. Sarebbe opportuno che, ciascuno, tutto ciò lo ricordasse a se stesso.

Lungo questo “andare” psicobiologico, scorrono volti, situazioni, emozioni, sensazioni…insomma, procede, lenta, tutta la nostra vita. Il binario, lungo il suo tragitto, si confonde con gli scambi, con i coacervi di altre linee ferrate che conducono in grandi e piccole stazioni da cui, comunque, ripartirà, ancora, per il suo lungo viaggio…

Le zone degli Stati Uniti d’America ad ovest del Mississippi nel periodo di progressiva occupazione da parte degli americani bianchi (con conseguente spodestamento degli Indiani autoctoni), più o meno lungo tutto il 1800 sono universalmente conosciute col nome di WEST.

Il West è, soprattutto un modo di essere, un ideale di libertà, una terra di frontiera tutta da scoprire (o da inventare, a seconda di come la si vuole vedere), dove la legge è qualcosa di non ben definito e decisamente “personalizzato”. Il West, quello vero, rappresenta anche l’esempio di una conquista realizzata col coltello in mezzo ai denti, metro per metro, frutto della forza di volontà e di quello delle armi.

Eppure, anche lì, arriva il tempo del cambiamento e dell’ordine, in cui il cavallo lascia il posto alla ferrovia, che trasforma i suoi scenari selvaggi e i suoi personaggi rudi e solitari. Una preconizzazione della moderna costituzione sociale, insomma.

E noi, in tutto questo?

Noi siamo a bordo del nostro convoglio di cui seguiamo o indirizziamo le vicende. E’ proprio a questo punto che assume rilevanza la distinzione che abbiamo fatto in precedenza tra semplice passeggero e macchinista, perché il primo, si lascia condurre sempre dal secondo non verificandosi mai il contrario. Inoltre, il passeggero non ha mai alcuna responsabilità, se non riflessa.

Al contrario, il macchinista ne ha… Eccome!

Tutti sono infelici perché tutti hanno paura di proclamare il loro libero arbitrio. (Fëdor Dostoevskij)

Questo accade proprio perché il passeggero non può scegliere di indicare la strada, cioè, non ha facoltà di scelta mentre chi guida, deve necessariamente scegliere (individuando il giusto scambio) la direzione che ritiene migliore per giungere alla meta.

Si sa, le scelte comportano sempre dei rischi ma, anche, aspetti postivi: quelle gratificazioni, ad esempio, che sono proprie di chi è cosciente di aver impresso alla propria vita un corso ben preciso, di chi sa di essere autonomo e, quindi, scevro da eventuali condizionamenti oppressivi.

Attenzione, però, perché non è facile essere liberi: si ha sempre un prezzo da dover pagare!

Il lutto originario costituisce la traccia ardua, viva e durevole di ciò che si accetta di perdere come prezzo di ogni scoperta (P. C. Racamier)

In quelle stazioni, che rappresentano le tappe della nostra vita, a volte conviene scendere, altre volte no. È importante, però, risalire sempre a bordo per poter ripartire verso un’altra esperienza; questo perché, ciò, contribuirà ad un’evoluzione costante che fa parte integrante del nostro mutante divenire.

Adesso è chiaro perché nelle stazioni della nostra vita è ammessa la sosta ma non la fermata: smetteremmo di crescere e, quindi, sarebbe la fine. 

Ancor peggio sarebbe scendere dal nostro per salire su un altro treno, che magari conduce nella direzione opposta. È avanti che dobbiamo guardare, con passione e serietà, andando oltre la paura.

Nel 1922, Sigmund Freud ha postulato la teoria del “dualismo pulsionale”, all’interno della quale l’aggressività, al pari della sessualità, assumeva il ruolo di energia pulsionale fondamentale, dirigendo i processi psichici. In pratica, ogni individuo dovrebbe affrontare una perenne lotta contro impulsi e desideri proibiti, soprattutto a causa delle convenzioni sociali altamente condizionanti.

Tutti che vogliono essere qualcuno. E nessuno che abbia il coraggio di essere se stesso (Cit.)

In quest’ottica, la rimozione (cioè il condurre tali impulsi nell’inconscio profondo) costituisce una forma di controllo sociale, che “salva gli uomini da loro stessi”, permettendo la convivenza tra loro ed impedendo di sfruttarsi e uccidersi vicendevolmente. Seguendo tale prospettiva, il paradigma di salute mentale implica la conservazione di una rimozione modulata (un allenamento a diventare migliori con se stessi e nelle scelte conseguenti), così da rendere possibile la gratificazione, ma evitare, al tempo stesso, che le pulsioni più infime, predominino.

“La mattina è quella che mi piace di più, sembra che tutto ricominci daccapo”. (Haruki Murakami)

Per quanto strano possa sembrare, sta, quindi, a noi, scegliere almeno il ruolo da portare avanti nella sceneggiatura della vita, optando per quello più tranquillo del passeggero o per l’altro, più deciso, del macchinista, ricordando, alla fine, il valore della corretta solitudine.

“L’ultimo pezzo del cammino, quella scaletta che conduce sul tetto da cui si vede il mondo o sul quale ci si può distendere a diventare una nuvola, quel’ultimo pezzo va fatto a piedi, da soli” (Tiziano Terzani)

Mariano Marchese (Avvocato, Counselor) – Presidente Assocultura Cosenza

Giorgio Marchese – Direttore “La Strad@”

Un ringraziamento affettuoso ad Amedeo Occhiuto per gli aforismi proposti

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