Posted on

 L’uomo è ossessionato dalla dimensione dell’eternità e per questo si chiede: “le mie azioni riecheggeranno nei secoli a venire?”. Gli altri, in gran parte, sentono pronunciare i nostri nomi quando siamo già morti da tempo e si chiedono chi siamo stati, con quanto valore ci siamo battuti, con quanto ardore abbiamo amato. (Ulisse nel “proemio” del film.)

 I personaggi sopra rappresentati sono i protagonisti di una delle più grandi guerre che l’epica ci racconta: la guerra di Troia.

Secondo la tradizione della mitologia greca, il conflitto ebbe inizio a causa del rapimento di Elena, la regina di Sparta, ritenuta la donna più bella del mondo, da parte di Paride, principe troiano. Il marito di Elena, Menelao, grazie all’aiuto del fratello Agamennone radunò un incredibile esercito, formato dai maggiori comandanti dei regni greci e dai loro sudditi, muovendo così guerra contro Troia. Il conflitto durò all’incirca 10 anni, con gravi perdite da ambo i lati. Fra le vittime più celebri l’invincibile Achille, principe di Ftia, ed Ettore, figlio del re Priamo e campione della resistenza troiana. La città venne infine conquistata e distrutta; ma l’Iliade finisce in verità con la cerimonia funebre per Ettore figlio di Priamo e con la cremazione del corpo e la raccolta delle ossa in un’urna d’oro

 Ho riportato questa affascinante leggenda narrata dall’epica perché essa presenta notevoli possibilità di riflessione sull’uomo, sui suoi comportamenti, sui suoi modi di essere.

In particolare, all’interno di questo racconto possiamo mettere in evidenza la personalità di alcuni personaggi di rilievo (intesi con riferimento alla rappresentazione cinematografica “Troy”):

  1. Achille
  2. Menelao
  3. Ettore (degno figlio di Priamo).

 Tutti e tre combattono la stessa guerra ma ognuno di loro rappresenta, a mio modo di vedere, 3 qualità del comportamento umano differenti che pur possono confondersi tra la polvere del duello.

Partiamo da Achille. Egli, di fondo, è un personaggio ambiguo e un po’ infantile. Non vorrebbe combattere (tanto che si traveste da donna per sfuggire alla tentazione di essere “ingaggiato”); lui è invincibile e sa di essere il più forte combattente ma non ha la motivazione. Se non chè, viene attirato e convinto a combattere una guerra che non gli appartiene da una semplice promessa e prospettiva di gloria e immortalità “questa guerra non sarà dimenticata”. Queste semplici parole fanno breccia nel suo animo perché alimentano in lui il sentimento che gli appartiene maggiormente: l’ORGOGLIO. Quel sentimento procedente da eccessiva stima di sè poca o nessuna degli altri diventa il motore delle sue azioni: “Mirmidoni, miei fratelli di spada, 50 di voi valgono più di un intero esercito. Nessuno dimentichi mai la nostra forza: siamo leoni! Sapete cosa c’è ad aspettarvi oltre quella spiaggia? L’immortalità! Andate! È vostra” (discorso di Achille ai Mirmidoni).

Sfida Ettore che per errore uccide il cugino Patroclo (che si era travestito da Achille ed era perciò irriconoscibile); reagisce a quella che percepisce una mancanza di rispetto fatta da Ettore… e la sua modalità di reazione ci presenta un altro aspetto del suo comportamento, compagno dell’ orgoglio: la presunzione, cioè, “un aspetto del carattere che connota un’eccessiva sicurezza delle proprie convinzioni senza verificarne la veridicità”. Nonostante le motivazioni di Ettore, egli non si smuove, lo aggredisce, lo vuole annientare per il dolore che gli ha procurato non sente ragioni. Lui ha deciso. È convinto. Ettore merita la morte. Non importa quale grande spiegazione razionale ci sia dietro. È così. Ettore lo ha offeso e, per questo, non merita nulla, nessun rispetto. Neanche un tentativo di conciliazione da parte di Ettore tramite un patto di morte preannunciata lo fa ragionare. Achille risponde “non si fanno patti tra leoni e uomini”! Una metafora giusta. Egli stesso si paragona ad una bestia… e così è l’orgoglio: “una bestia feroce che vive nelle caverne e nei deserti”.

Ma è proprio questo il suo punto debole rappresentato topograficamente dal tallone.

L’orgoglio che lo indebolisce. Achille forte e invincibile nel corpo si mostra così ai nostri occhi:

– egocentrico: usa la guerra per far sì che il suo nome diventi leggenda. È in nome di questo che combatte e uccide altri uomini;

– rigido: ha una sua visione di tutto ciò che lo circonda (dal comandante all’avversario) discordante dalle sue stesse azioni ma, nonostante questo, mai una volta rivaluta la sua posizione né quella degli altri;

– oppositivo (vs conciliativo): non concede e non si concede patteggiamenti e compromessi. È una continua negazione di tutto per partito preso. Si oppone anche alla guerra e al comandante per cui combatte e muore.

– onore: è per onore che va in guerra, perché il suo nome venga ricordato. Fa tutto in funzione del giudizio dei posteri, poco in funzione del giudizio che ha di sé.

– permalosità: è indotto a credere, per i suoi elaborati di pensiero non del tutto corretti, che gli altri parlino male di lui in termini negativi, ma senza verificare se ciò sia vero.

– suscettibilità negativa: le sue reazioni rispetto agli eventi sono rappresentate sempre come esagerate e sproporzionate.

Potremmo dire che si comporta come “un bambino”; sebbene abbia superato l’età in cui questi atteggiamenti sono fisiologici, egli sembra totalmente immerso più che nell’acqua magica del fiume Stige, nelle fasi transitorie.

“E’ triste essere adulti senza essere cresciuti” (“Un Giudice”. F. De Andrè)

E sarà l’orgoglio che lo ucciderà e gli farà perdere l’unica occasione di un amore vero: la dolce e saggia Briseide, cugina di Paride ed Ettore.

L’amore non lo trova ancora pronto. Lui prova, sente quel sentimento profondo che scatena anche in lui delle emozioni umane neutrergiche e affettive, ma ancora non è pronto. Ancora non è abbastanza maturo. La sua voglia di onore ed il suo orgoglio di guerriero lo spingono a continuare quella guerra che non gli appartiene nonostante Briseide, anche lei ormai innamorata, lo supplichi di smettere. Non può. E morirà per questo, così: tra le braccia di un amore che non è riuscito a vivere perché ingabbiato in sé.

Anche Priamo lo smuove. Con tutto l’amore di una padre, rischia la vita per potergli parlare in modo da riavere il corpo del figlio straziato dalla battaglia avuta contro Achille. Anche in questa occasione egli si dimostra rigido. Sembra impassibile, intransigente. Eppure quella sua aggressività negativa si ammorbidisce… egli prova la sensazione del dubbio. Potremmo dire che passa da una dimensione di aggressività e affettività negativa ad un’aggressività mista prima( “ucciderlo, non ucciderlo? “) e positiva dopo (gli concede il corpo). Neanche quell’uomo distrutto dal dolore lo impietosisce. Gli concede il corpo per poter fare i funerali perché gli riconosce il coraggio, ma il suo orgoglio rimane alto e lo saluta rinviando la guerra ai giorni seguenti al rito funebre.

Menelao incarna perfettamente l’ARROGANZA. Ostenta continuamente pretese di diritti e meriti. La violazione del suo diritto alla fedeltà e all’onore, vìolato dalla moglie e dall’ospite Spartano, gli conferiscono il diritto di mettere a repentaglio diritti ben superiori degli uomini appartenenti al suo esercito: il diritto alla vita.

Le sue ragioni e la sua tracotanza lo rendono sordo e cieco. Nessun diritto riconosce all’amore e alla libertà. Valgono solo i suoi, lesi. Nella maggior parte delle scene egli comanda. Nessuno ha una comunicazione paritaria con lui. Nei pochi atti in cui è coinvolto in un dialogo la sua modalità di comunicazione risulta essere totalmente aggressiva negativa e prevaricatrice. In quanto arrogante egli è offeso e si impone per non dare la possibilità agli altri di mettere in dubbio ciò che dice o pensa. Tutto ciò, per non andare in crisi.

Ettore si trova coinvolto in questa guerra per amore del fratello Paride. Appare come un condottiero gentile, garbato, cordiale, calmo, moderato, riservato, autorevole, auto conciliativo… e rappresenta la DIGNITA’.

Ettore ha un alto sentimento e rispetto di sé, sa di valere e, in virtù di ciò, le sue azioni e i suoi comportamenti, dalla prima scena all’ultima, appaiono contraddistinti da capacità di logica e di razionalità, affetto positivo, aggressività positiva.

Le situazioni in cui si viene a trovare sembra che non abbiano mai la capacità di travolgerlo, sconvolgerlo, trasfigurarlo. Mantiene sempre il contegno.

Paride, a sorpresa gli presenta Elena e lui, con calma e moderazione, comprendendo e prefigurando quello a cui andranno incontro lui e il suo popolo, cerca di comprendere le motivazioni di Paride e, alla fine, lo sostiene.

Menelao sfida il fratello che prova a combattere e lui rimane dietro, ad osservare e pronto ad intervenire. Lui sa, comprende. Il fratello perde, gli va vicino e lui lo difende, contravvenendo alle regole del duello, e uccide Menelao. Non ha paura di perdere l’onore. Non mostra orgoglio. In lui vince sempre la saggezza e la dignità.

Achille lo sfida per un torto che sente di aver subito a causa sua e lui lo affronta. Va dai suoi affetti, li saluta sapendo che sarà l’ultima volta che li vedrà, suggerisce alla moglie una via di fuga e con dignità raggiunge il suo avversario. Non lo aggredisce, cerca un dialogo: non per fuggire dal duello ma per dignità. Non si preoccupa del rispetto che Achille ha per lui, ma di quello che egli ha nei confronti di sé stesso. Cerca la conciliazione, offre il rispetto. E muore, così come ha vissuto.

Naturalmente, questi 3 personaggi incarnano delle tipologie di alcune componenti comportamentali totalmente percepibili e divisibili. Al di fuori dell’epica, nei comuni esseri umani, abbiamo sfaccettature diverse, elementi positivi e negativi mescolati che contraddistinguono il nostro comportamento. Ciò è un bene perché è l’analisi delle nostre modalità di reazione (comportamento) che ci permette di comprendere il livello di maturità che abbiamo raggiunto, i conflitti che non abbiamo ancora risolto, le fasi transitorie che non abbiamo del tutto superato o, semplicemente, la saggezza cui siamo arrivati.

In ogni caso, la storia di Troia ci insegna che, la dignità è quella guardia del corpo che ci impedisce di bruciare la nostra integrità. Che ci troveremo a combattere nella guerra di Troia o nella vita, che avremo di fronte Achille, Menelao o altre persone ed eventi avversi, spiacevoli, incomprensibili, se avremo sentimenti di rispetto e amore per noi stessi, essi non saranno mai distruttivi… una freccia in un tallone non può essere mortale!

“I Lestrigoni e i Ciclopi
o la furia di Nettuno non temere,
non sara` questo il genere di incontri
se il pensiero resta alto e un sentimento
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo,
ne’ nell’irato Nettuno incapperai
se non li porti dentro
se l’anima non te li mette contro”.

( Kostantin Kavafis, Itaca)

Emanuela Governi (29 novembre 2010)

Print Friendly, PDF & Email