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Nel 1952, Roberto Rossellini dirige Totò in un travagliato racconto che espone il dramma di un modesto barbiere il quale, (poco dopo la fine della seconda guerra mondiale), viene scarcerato dopo una lunga detenzione inflittagli per aver ucciso la moglie per gelosia.

Una volta “fuori” però, scopre una Società corrotta e amorale. Dopo aver capito di essere stato, addirittura indotto all’uxoricidio dai parenti della moglie stessa (che si sono serviti di lui per loschi traffici) fa di tutto per riuscire a tornare in galera (unico posto in cui si sente “libero” e al sicuro) e, addirittura, a farsi condannare all’ergastolo.

Partendo dalla definizione dei dizionari della lingua italiana, secondo cui il termine “libertà” equivale alla“Condizione di chi è libero di pensare ed agire in piena autonomia”, proviamo a domandarci, in questo particolare periodo storico: ma cos’è la Libertà?

“Ho cercato la libertà, più che la potenza, e questa solo perché, in parte, assecondava la prima” (Marguerite Yourcenar).

Libertà, trae la sua radice etimologica dal latino ed equivale alla condizione di fare ciò che piace e che fa star bene. Quando possiamo affermare, di riuscire a determinare una simile e, paradossalmente semplice condizione esistenziale?

Con molta probabilità, ogni volta che siamo stati in grado di capire la Natura per poterne seguire le regole. Forse non è indispensabile comprendere a pieno l’importanza del posto che occupiamo in quella scala gerarchica che governa l’Universoper potere, disciplinatamente, evitare disastri e contribuire al benessere di ogni forma vivente.

Però, è vero che, se non conosciamo noi stessi, è inutile (e controproducente) provare a conoscere il Mondo il mondo che ci circonda

Ciascuno di noi è, in verità, un’immagine del grande gabbiano, un’infinita idea di libertà, senza limiti.(Richard Bach)

L’Umanità ha subito, sulla propria pelle, tutti i limiti e la fatica di un processo evolutivo (non ancora terminato) che ha prodotto, accanto a validi risultati, anche grandi privazioni di libertà relative. Però, con molta probabilità, è stata la Società industriale, con l’introduzione della catena di montaggio (per produrre, alla svelta, sempre più oggetti mettendo insieme le singole parti) a portare a considerarci come un agglomerato di pezzi, senza più quella forza “divina”, in grado di animarci e di condurci, in maniera sensata, per tutto l’arco esistenziale.

Non insegnate ai vostri figli ad adattarsi alla società, ad arrangiarsi con quel che c’è, a fare compromessi con quel che si trovano davanti; dategli dei valori interiori con i quali possano cambiare la società e resistere al diabolico progetto della globalizzazione di tutti i cervelli. Perché la globalizzazione non è un fenomeno soltanto economico ma anche biologico, in quanto ci impone desideri globali e comportamenti globali che finiranno per indurre modifiche globali nel nostro modo di pensare. Il mondo di oggi ha bisogno di ribelli, ribelli spirituali. (Tiziano Terzani)

Forse è da allora, quindi, che abbiamo barattato la libertà, per puro egoismo materialistico e abbiamo perso considerazione di noi, alla ricerca di un profitto senza valore. 

Come, può, infatti, essere importante qualcosa (ad esempio, il potere o il denaro) che ci priva della libertà e del tempo di poter curare valori come: famiglia, ricerca del senso della vita, amicizia, solidarietà e quanto altro ci delinei un corretto vivere?

Date valore alla vostra libertà, o la perderete è questo che ci insegna la Storia (Richard Stallman).

“Anche in un periodo di grave crisi è evidente che, se diventasse decisivo un approccio meramente finanziario alla salute, la Società perderebbe quel livello di umanità che deve assolutamente avere per non diventare ingiusta e peggio disumana”. Sono le affermazioni del Cardinale Angelo Bagnasco, presidente del Consiglio delle Conferenze dei vescovi d’Europa. Datate ma “tremendamente” attuali.

“La malattia – continua Bagnasco – non si risolve eliminando il malato, ma curandolo e accompagnandolo, sapendo che la malattia più temuta e il dolore più grande sono la solitudine e l’abbandono. Quando una società s’incammina verso la trascuratezza della vita debole o peggio verso la sua negazione, seppure mascherata con belle parole e nobili intenzioni dichiarate, finisce per non trovare più le motivazioni e le energie necessarie per adoperarsi al servizio del vero bene dell’uomo“.

Chi è pronto a dar via le proprie libertà fondamentali per comprarsi briciole di temporanea sicurezza non merita né la libertà né la sicurezza. (Benjamin Frankli)

Eppure accade anche questo. Qualche tempo fa, un signore di nome Giuseppe Revelli, malato di cancro al polmone, scrive una lettera aperta al direttore del Corriere della Sera sul tema dei costi delle terapie a carico dello Stato. Il paziente (allora cinquantanovenne) combatteva da quattro anni contro seri problemi di salute quando, ad un certo punto, sui suoi referti viene stampato il costo delle terapie a carico della Regione Lombardia.

“Sono in attesa di essere chiamato per iniziare un ciclo di radioterapia panencefalica – spiegava Revelli – che, al momento, non so ancora quanto costerà alla comunità e di questo e per questo ringrazio e chiedo scusa anticipatamente a tutti. Vorrei però, se possibile, avanzare una piccola proposta: forse è corretto che i cittadini prendano coscienza di quanto ogni prestazione sanitaria pesi in realtà su tutta la comunità, però ritengo che ancor più utile sarebbe, sempre nel rispetto e nello spirito di coscienza e consapevolezza, se il Presidente, i membri della giunta e del Consiglio regionale tutto, allegato allo stipendio mensile, trovassero l’elenco dei cittadini (nome e cognome, quota parte, etc.) che per quel mese, con i propri contributi e sacrifici, hanno permesso che lo stipendio gli fosse regolarmente erogato. Questo, certamente, non per spirito di vendetta o per generare falsi sensi di colpa ma, semplicemente perché, non dico tutti i mesi, ma magari a dicembre, dopo la tredicesima, un pensiero e un semplice GRAZIE a tutti noi potrebbero anche dedicarlo”.

Parafrasando un concetto di Elio Vittorini nel suo libro “Uomini e no”, potremmo dire che la conoscenza dei requisiti per lo sviluppo e la maturazione della Società, rappresenta un patrimonio che non è dell’uno soltanto ma dell’uno e di tutti; “un tale inestimabile valore deve costituire un momento di unità fra tutti, un’occasione di stare insieme, vivere insieme (ognuno nel rispetto dell’altrui spazio vitale), insieme lavorare e credere nell’avvenire”.

Ogni anno, in Italia, si celebra l’anniversario del 25 Aprile, una delle festività civili della Repubblica italiana, quella in cui si ricorda la fine dell’occupazione tedesca in Italia, del regime fascista e della Seconda guerra mondiale, simbolicamente concordata, appunto, per il 25 aprile 1945. La data venne stabilita ufficialmente nel 1949 e fu scelta, convenzionalmente, perché fu il giorno della liberazione da parte dei partigiani delle città di Milano e Torino, ma la guerra continuò per qualche giorno ancora, fino ai primi giorni di maggio.

Questa festa annuale è, chiaramente e simbolicamente, festa di liberazione. Bello sarà quando, finalmente, diventerà di ognuno e di ciascuno, di tutte le donne e di tutti gli uomini, persino di chi piegato da una solitudine imposta, costretto a una mera sopravvivenza.

Una festa tanto dei “vincitori” quanto dei “vinti” nel ricordo e nelle parole di Italo Calvino, Cesare Pavese e di tutti coloro che hanno “indossato” il peso delle verità che rendono, veramente e completamente, LIBERI.

Ricordo l’emozione del film “Il Postino” con l’ultimo (e forse migliore) Massimo Troisi e rivivo, ancora, alcuni dei passi più significativi di Pablo Neruda: “Un giorno, da qualche parte, in qualche posto, inevitabilmente ti incontrerai con te stesso. E questa, solo questa, potrebbe essere la più felice o la più amara delle tue giornate.

E se è vero (come sosteneva Otto von Bismark) che “da una stazione, non si partirà mai, per la libertà!” mi piacerebbe concludere questo editoriale di “Libertà” ricordando un bellissimo passo di Guillaume Apollinaire:

“Avvicinatevi all’orlo del burrone, disse loro.

Non possiamo, abbiamo paura, risposero.

Avvicinatevi all’orlo del burrone, ripetè,

Si avvicinarono…

Lui li spinse… e cominciarono a volare”.

Giorgio Marchese (Medico Psicoterapeuta) – Direttore “La Strad@”

Un affettuoso ringraziamento ad Amedeo Occhiuto per gli aforismi proposti

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