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Luci, al neon, accese sempre. Suoni, cupi, costanti. Odori, forti, di sterilizzazione. Questa è una sala di rianimazione. E questo è l’ambiente in cui Pasquino (dal bellissimo film di Gigi Magni), alias, Saturnino Manfredi è stato costretto a vivere nell’ultimo periodo della sua intensa vita… professionale e non solo.

Che tormento deve essere stato, il non potere trasmettere quel suo modo “perfetto” di rendere accettabili anche le cose più tristi, che lo hanno reso famoso sugli schermi di chiunque possegga una connessione col mondo dell’informazione.

“Conta prima la mimica, poi la parola: questo non lo insegna più nessuno.”

Gli occhi, quelli, sono rimasti vigili ed espressivi, come nelle sue migliori interpretazioni, fino all’ultimo, fino a quando non ha deciso che era arrivato il momento delle rimembranze, di “passare alla Storia”.

In grado di trovare da solo la formula del successo, è riuscito a diventare una multiforme “maschera” del nostro cinema e della nostra vita, grazie al suo impegno costante, nello studiare (era anche laureato in legge, oltre che diplomato all’Accademia di arte drammatica) e nel migliorarsi, senza peli sulla lingua.

Fra i tanti personaggi interpretati, merita un segno preferenziale quello di Pasquino, da ciabattino a Cardinale “illuminato”, con inclinazione a fustigatore dei costumi morali, all’epoca della Roma Papalina.

“I figli so’ diversi, e noi, invece d’esse’ contenti che non ce somigliano, li volemo fa’ diventa’ come noi che, poi, manco se piacemo.”

Sensibile alle difficoltà delle persone meno fortunate (disabili psicofisici, etc.), si è dedicato alla realizzazione di pellicole in grado di costringere le coscienze “sorde” a capire che lavorare per aiutare anche gli altri, è segno di civiltà e dà più gusto alla quotidianità.

La guerra non va bene a nessuno, e senò la chiamavano pace.”

“Saturnino”, etimologicamente significa “malinconico e riflessivo”, in quanto influenza in cui influssi astrali, determinerebbero uno stato di crepuscolare meditazione.

Non è difficile immaginare il nostro “Nino” (che oggi avrebbe compiuto 100 anni) porsi domande del tipo: In un mondo teso, ossessivamente, alla ricerca della felicità ad ogni costo, c’è spazio per un “sano” rimpianto? E’ possibile che stati come malinconia o nostalgia debbano essere sempre l’anticamera della depressione? Non potrebbe significare, più propriamente, essere più “intensamente” vivi?

Lascia nel suo “La luce prodigiosa” il proprio testamento morale, interpretando la parte di un vecchio smemorato, forse Garcia Lorca scampato alle fucilazioni franchiste, nell’Andalusia del 1936.

Un atto riassuntivo, un ultimo pegno d’amore verso quel mondo di celluloide che ha dato un senso più vero a quel suo modo di essere… cosi “normale” nella propria eccezionalità.

Si dice che la capacità di un amore “altruistico”, quella di gioire del piacere e di sopportare il sentimento di lutto costituiscono l’anticamera della salute interiore.

E, allora, è forse per questo che, tra il nulla e l’addio c’è il posto del “non detto”, quello che, per esprimersi, cerca la via della preghiera affinché, il peso dell’assenza di colui che ci ha accompagnato come un Padre, possa essere alleggerito dal ricordo del nome, che diventa un esempio capace di guidare fra la Legge e il Desiderio,

Grazie, Nino, “che ci fai piangere e sognare, ancora…”

Giorgio Marchese – Direttore “La Strad@”

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