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Situato su qualche lontana nebulosa faccio ciò che faccio, affinché l’universale equilibrio di cui sono parte, non perda l’equilibrio” (A. Porchia).

Cari Lettori, quasi trentuno anni fa (il 27 ottobre del 1990), varcando la soglia dello studio del mio mentore, Giovanni Russo ed entrando nel Mondo del più profondo (sul piano dell’interiorità), mi sono reso conto della veridicità dell’affermazione: “Non si muove foglia che Dio non voglia”. 

In pratica, una dichiarazione di Egoismo allo stadio più puro.

E, in effetti, se ci facciamo guidare da ciò che ci spiega la Scienza, non esiste azione, al Mondo, che non sia determinata dalla necessità di riportare in equilibrio il “sistema”; che sia una galassia o un essere umano, poco importa dal momento che, in fondo, tutto comincia dal dialogo di poche, importanti, particelle elementari (quark, elettroni, neutrini, etc.). 

“Senza quella sciocca vanità che è il mostrarci e che è di tutti e di tutto, non vedremmo nulla e non esisterebbe nulla” (A. Porchia).

Questo, ovviamente, non significa che, prima di agire, chiedere o proporci, attuiamo biechi calcoli opportunistici ma, semmai, che, chi ha determinato il Sistema, non ha ipotizzato azioni o pensieri “insensati”, o “immotivati”.

Semmai, a volte, incomprensibili per carenza di capacità introspettive.

Cari Lettori, partendo da questo assunto, trovo difficile dare una giusta collocazione alle affermazioni di chi sostiene, sic et simpliciter, di posizionarsi dalla parte dei più deboli, di coloro che sono “senza diritto di parola”, dei tanti “signor Rossi” di una Società che gioca al paradosso, inducendo a sentirsi esemplari unici attraverso la via dell’omologazione e dell’identificazione.

E allora, ad una veloce analisi delle cose, così come i filosofi ritengono che c’è sempre un Est ad Oriente dell’Est e Luciano de Crescenzo (in “così parlò Bellavista”) affermava che siamo sempre Meridionali di qualcuno (e, quindi, nessuno, può ritenersi libero da chi ha potere di condizionarlo), è altrettanto vero che, come sosteneva Marco Pannella, “il crimine più grande è quello di stare con le mani in mano”.

Per provare a venir fuori da questa sorta di ginepraio, mi sono domandato chi sia, in realtà, il prototipo del signor “Rossi” e quale sia il motivo che lo trattenga in questa anonima posizione di sperequazione, di fronte a chi è più attrezzato per condurre le “regole del gioco”. Tutto ciò per capire, anche, l’eventuale ruolo dei “Paladini” di cui sopra.

Il signor Rossi è un personaggio immaginario, creato dall’animatore e fumettista Bruno Bozzetto che, nel 1960, frustrato e scontento (perché la giuria del “Gran Premio Bergamo Internazionale del Film d’Arte e sull’Arte” aveva rifiutato una delle sue produzioni), decide di mettere in scena un cortometraggio (da cui nasce un’intera serie trasferita al grande e al piccolo schermo) dal titolo “Un Oscar per il signor Rossi”.

Nelle intenzioni del creatore, questo personaggio rappresenta la personificazione dell’italiano medio dell’epoca, in un paese che viveva un boom economico senza precedenti ma dove, allo stesso tempo, iniziavano i primi inconvenienti del “progresso”: solitudine, mancanza di comunicazione, lavoro eccessivo, inquinamento, alienazione, nevrosi (Fonte Wikipedia).

Sul finire degli anni sessanta, Paolo Villaggio riprende (in maniera più grottesca) la saga dell’uomo qualunque (Il rag. Ugo Fantozzi e il geom. Giandomenico Fracchia) traendo ispirazione dallo scrittore russo Nikolaj Vasil’evič Gogol’ e dopo l’esperienza del sadico Professor Kranz (nel programma “Quelli della Domenica”).

Tutto è come i fiumi, opera dei declivi. (A. Porchia)

Se è vero che, fin dall’antichità (come ipotizzato da parte di individui a cui, evidentemente, conviene pensarla così) l’Umanità si è vista divisa (per una sorta di posizione di partenza non ben specificata sul piano scientifico) in chi comanda e chi subisce, è vero, altresì che, in base a precise Leggi di Natura, ciascuno di noi è, contemporaneamente:

  • uguale agli altri (perchè composto della stessa energia di base, sotto forma di particelle elementari);
  • simile agli altri (perchè sottoposto alla necessità di appagare i medesimi bisogni reali, anche se in funzione di ciò che può e sa);
  • diverso dagli altri (sul piano della “capacità sviluppata” di produrre idee, emozioni, sensazioni e strategie operative).

A chi trova se stesso nel proprio coraggio…A chi nasce ogni giorno e comincia il suo viaggio… A chi lotta da sempre e sopporta il dolore: Qui nessuno è diverso perché nessuno è migliore. (Fiorella Mannoia)

Allora, sentirci “superiori” o “inferiori”, dipende da quello che ci fanno credere, fin da quando “misuriamo” l’ambiente per poterci contestualizzare ed identificare con gli elementi più rappresentativi.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel 1946, ha chiarito che “la salute è uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non, semplicemente, l’assenza di malattia e di infermità”; ma è con la Carta di OTTAWA del 1984 (al termine della prima Conferenza  internazionale sulla promozione della salute), che si è capito cosa farne, del benessere fisico e mentale: “Grazie ad un buon livello di salute, l’individuo e il gruppo devono essere in grado di identificare e sviluppare le proprie aspirazioni, soddisfare i propri bisogni, modificare l’ambiente e adattarvisi”

Se io fossi come una roccia e non come una nube, il mio pensare, che è come il vento, mi abbandonerebbe” (A. Porchia).

Ecco, cari Lettori, partendo da questa riflessione, non possiamo non arrivare a scoprire che, la nostra essenza, se non viene rispettata nella sua interezza (l’energia nasce per essere utilizzata…), produce attriti interiori che, per non debordare in psicosomatosi o disturbi vari della personalità, determina, inevitabilmente e inequivocabilmente, una ribellione che riporterà in equilibrio il sistema mentale e metabolico.

Qualcuno sostiene che esistono “caduti” che non si alzano per non tornare a cadere e, infatti, Giovanni Verga ne “I Malavoglia” descriveva un tipo di umanità che, di fronte a ciò che ritenevano essere un destino ineluttabile, preferivano abbassarsi per essere travolti, dalle onde delle difficoltà, il più velocemente possibile.

Però, se osserviamo ciò che ci racconta il passato (da cui, in un modo o nell’altro, tutti traiamo ispirazione), condizioni apparentemente sperequative vengono riportate anche nella Bibbia (nel primo libro di Samuele) a proposito della battaglia del gigante Golia contro il piccolo Davide che, come sappiamo fu vinta dal coraggio di quest’ultimo…

Chiunque abbia mosso a favore dei (cosiddetti) più deboli ha, innanzitutto, elevato se stesso a dimostrazione del fatto che, chiunque, alle giuste condizioni, può far valere il diritto al rispetto dei diritti. 

E questa (buona) azione risponde al principio dell’induzione ad agire e “crescere” e coagula energie che, con la stessa forza di un fiume che scende impetuoso verso il mare, non può non determinare effetti che sovvertono (ingiustizie) e riequilibrano posizioni.

In fondo, si vive con la speranza di arrivare ad essere un ricordo. (A. Porchia)

Lo stesso Gogol nel celeberrimo “Cappotto”, tratta la vicenda umana di un funzionario preso in giro dai colleghi ed escluso da una vita sociale, riesce a comprare un cappotto che lo proietta, magicamente, all’attenzione dei suoi colleghi. Derubato di questo prezioso indumento, finirà, dopo aver inutilmente cercato giustizia, col morire di freddo. La narrazione ha, però, un finale inaspettato dal momento che, il fantasma del funzionario, imperverserà per la città, derubando i signori dei propri cappotti: la rabbia dello spirito si placherà solo quando questo riuscirà a vendicarsi di un presuntuoso “colletto bianco dei piani alti”, che gli aveva negato giustizia per il cappotto perduto.

E, Paolo Villaggio, conclude il suo “Fantozzi contro tutti” con la celebre dichiarazione: “Ridete! Ridete pure! Ma ride ben, chi ride ultimo! Dite quel che volete ma io sono un uomo proprio riuscito!”

Personalmente, ritengo che, aiutare chi soffre, nobiliti oltre ogni limite. Resta da vedere, però, verso chi indirizzare le proprie energie.

E il “perché”, oltre che il “come”.

Con le organizzazioni No Profit che rappresento siamo andati “controvento”, a favore (ad esempio) dei senza tetto e dei ROM ma non abbiamo mai abbracciato le loro pulci e la loro miseria…

Semmai, la loro voglia di uscirne!

E, continuamente, siamo attratti da chi soffre di quei dolori che hanno perduto la memoria e non ricordano perchè sono dolori, da chi è rimasto “solo” in senso “assoluto”, o da chi sa di avere ancora pochi granelli di sabbia nelle propria clessidra del Tempo.

Ecco, anche in questo caso, non beviamo le loro lacrime ma, semmai, insieme, le usiamo per irrigare speranze affinchè diventino certezze e dignità di Futuro.

Fosse anche per un solo istante.

In conclusione, in ognuno di noi alberga, potenzialmente, il signor Rossi. L’importante è capire che il dolore sta in alto e non in basso, mentre molti credono che, il “peggio”, stia in basso. E tutti vogliono salire. Per, poi, scoprire che il marcio viene da dove si trovano coloro che dissipano e bestemmiano, abiurando quelle Leggi che, pure, ha creato chi non fa muovere foglia a meno che, Lui, non voglia.

Quando ognuno avrà imparato a guardare a casa sua (nel suo animo, nel suo cuore), il suo disordine, la sua incoerenza, le sue abitudini, le sue fatiche, i suoi ritardi, la sua maleducazione, la sua pigrizia, i suoi limiti, i suoi sbagli, il suo orgoglio, la sua ostinatezza… non gli avanzerà di giudicare alcuno, né di credersi superiore,né di ritenersi migliore di altri. Semplicemente,  non gli resterà altro tempo se non quello per correggersi e proporsi di essere, oggi, migliore di ieri. (Linda Valentinis)

Cari Lettori, nel tempo ho scoperto che le catene che più ci imprigionano sono quelle che abbiamo rotto ma dalle quali non ci siamo mai, completamente, liberati e, quindi, ho capito di essere arrivato a un passo da tutto. Ed è per questo che (prendendo spunto dalla evocativa immagine di copertina), probabilmente, lì rimango, lontano da tutto, di un passo. Pronto a capire, cos’altro mi regala, quello che resta del giorno.

Sei un fantoccio. Ma nelle mani dell’infinito che, forse, sono le tue mani. (A. Porchia)

Giorgio Marchese – Direttore “La Strad@”

Un ringraziamento ad Amedeo Occhiuto per gli aforismi proposti

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